da Ragionpolitica.it del 28 luglio 2010
E' allarme rosso nel Pd. In tutti i sensi. Non soltanto perché le ultime rilevazioni statistiche registrano un calo di consensi per il partito - e questa non è di per sé una novità - ma anche e soprattutto per le reazioni positive dell'elettorato democrat all'autocandidatura di Nichi Vendola a leader del centrosinistra per la corsa alle prossime elezioni politiche. Una nomination che il presidente della Regione Puglia ha lanciato in grande stile, nei giorni scorsi, proprio in nome del ritorno a una politica autenticamente «rossa», che egli vede ora del tutto assente nel Partito Democratico. Anche se, allo stato attuale delle cose, non è dato sapere con precisione quali siano concretamente le proposte di Vendola per ridare fiato alla suddetta politica «di sinistra», l'impatto che ha fatto registrare la sua iniziativa sull'elettorato gauchista non è da sottovalutare.
Lo mostra con chiarezza un sondaggio condotto da Ipr Markenting per La Repubblica su un campione di elettori del centrosinistra, dal quale emergono numeri che faranno preoccupare più di un dirigente del Pd. Alla domanda «se domani si dovesse votare alle primarie del centrosinistra per scegliere il candidato premier, lei chi voterebbe tra Pierluigi Bersani e Nichi Vendola?», hanno dichiarato di preferire il secondo al primo non soltanto i simpatizzanti dei partiti della cosiddetta «sinistra radicale» (64% a 36%) - da cui Vendola proviene - e dell'Italia dei Valori (56% a 44%), ma anche coloro che alle ultime elezioni hanno votato per il Pd: 52% a 48% per il presidente pugliese. Il segretario del Partito Democratico prevale soltanto tra gli elettori di centrosinistra indecisi: 59% a 41%. Un risultato ancor più netto viene fuori dalle risposte al successivo quesito del sondaggio: «Secondo lei, in caso di nuove elezioni, chi avrebbe più possibilità di battere Silvio Berlusconi?». Qui la forbice si allarga ulteriormente, e tra gli stessi supporter del Pd Vendola ha la meglio col 53% rispetto al 29% di Bersani (18% coloro che non hanno espresso un'opinione).
Sono dati allarmanti per i vertici del Partito Democratico. Soprattutto per la maggioranza interna che sostiene Bersani. La quale, nei giorni scorsi, dopo la «discesa in campo» di Nichi, aveva giudicato la cosa con troppa sufficienza e superficialità di giudizio, ripetendo ad ogni piè sospinto che lo statuto del Pd prevede che il candidato premier ha da essere lo stesso segretario del partito. In tal senso erano arrivate le dichiarazioni di più di un esponente della maggioranza - D'Alema in primis - e ancora martedì Matteo Orfini, membro della segreteria, dichiarava a Libero: «Quando ci saranno le primarie le faremo e batteremo Vendola». Evidentemente non la pensano allo stesso modo, almeno per ora, gli elettori interpellati da Ipr Marketing.
Non che Bersani riscuota un giudizio negativo riguardo alla sua azione politica - chi ha risposto al sondaggio di Repubblica lo giudica «competente e preparato», «affidabile», «onesto», un buon «mediatore», e la fiducia complessiva nei suoi confronti è al 77% tra gli elettori di centrosinistra, una percentuale più alta di quella fatta registrare dallo stesso Vendola. Il fatto preoccupante è che proprio sulla questione della leadership della coalizione, cioè una questione cruciale per i destini della gauche nostrana, il segretario del maggior partito della futura alleanza che affronterà il centrodestra venga ritenuto non adeguato - o comunque non abbastanza - alla sfida. E questo è un problema serio per il Pd. Perché lo obbliga a dover andare alla ricerca di figure alternative, forti e carismatiche, di cui oggi però non si vede traccia. Con una minoranza interna che evoca un «nuovo Prodi» e una maggioranza per ora costretta a difendere d'ufficio una candidatura a premier - quella di Bersani - in cui pochi sembrano effettivamente credere.
Gianteo Bordero
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mercoledì 28 luglio 2010
lunedì 8 febbraio 2010
QUELLI CHE VOGLIONO RIFARE L'UNIONE
da Ragionpolitica.it dell'8 febbraio 2010
Baci e abbracci, al congresso dell'Italia dei Valori, tra Antonio Di Pietro e il segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani. E in platea applaude Nichi Vendola, nuova icona della gauche nostrana dopo l'eclatante vittoria alle primarie pugliesi. Sarà dunque questa la nuova troika (Di Pietro, Bersani, Vendola) chiamata a risollevare le sorti della sinistra italiana dopo i rovesci elettorali di questi ultimi anni. In realtà, di nuovo c'è ben poco: il film a cui stiamo assistendo in questi giorni non ha il sapore di un'inedita alleanza politica fondata su una chiara e condivisa proposta programmatica per il governo del paese, ma è la riproposizione della vecchia formula tanto cara a Romano Prodi, l'Unione di tutti coloro che non hanno altro obiettivo oltre alla cacciata di Berlusconi.
Insomma, la sinistra, invece che proiettarsi verso il futuro sulla base di un'analisi radicale delle cause che l'hanno condannata alla minorità politica, riavvolge la pellicola e ritorna al 2006. Come se niente fosse accaduto. Come se i due anni di esecutivo Prodi non fossero mai esistiti. Come se quell'accozzaglia di forze tenute insieme soltanto dall'odio nei confronti del Cavaliere non avesse già dimostrato, alla prova dei fatti, di non poter produrre nulla di buono e di duraturo sotto il profilo dell'elaborazione politica e dell'azione di governo. Invece che prendere atto delle ragioni profonde della sua crisi, la sinistra sceglie di mettere da parte la politica e di affidarsi, ancora una volta, all'aritmetica, alla mera sommatoria dei voti sulla carta, immemore di quanto questo atteggiamento le sia già costato caro nel recente passato.
Alla vigilia delle elezioni del 2006, tale mentalità aveva fatto illudere i dirigenti dell'Unione di portare a casa una vittoria talmente ampia e netta da costringere alla resa definitiva l'uomo di Arcore. Sappiamo tutti come andò a finire: il trionfo non ci fu, le previsioni sulla carta furono smentite dai voti reali degli italiani, Berlusconi ne uscì a testa alta dimostrando di saper parlare meglio di chiunque altro agli elettori, ma la sinistra fece finta di nulla e pensò che quei 24 mila voti di vantaggio (lo 0,01% del corpo elettorale) le dessero il titolo di governare e di occupare tutto il potere disponibile come se la vittoria fosse stata totale. Fu quello, ancor prima del dispiegarsi dell'azione di governo, l'inizio della fine dell'Unione.
E fa specie che oggi la suddetta troika non sappia far tesoro di quell'esperienza e la riproponga, senza senso della realtà e della storia, come il rimedio a tutti i mali della sinistra. Con l'aggravante che questa volta anche i numeri sembrano remar contro i sogni di gloria di Di Pietro, Bersani e Vendola. I quali dovrebbero, tra le altre cose, tener conto di tre dati: in primis del fatto che l'Unione, quattro anni or sono, ha raccolto il massimo dei consensi che la gauche italiana ha mai potuto racimolare; in secondo luogo che, per fare ciò, Prodi ha dovuto mettere assieme ben dieci partiti (Ds, Margherita, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi, Italia dei Valori, Udeur, Socialisti Democratici italiani, Radicali, Repubblicani europei); in terzo luogo, che il risultato del 2006 fu reso possibile anche, se non soprattutto, dallo stato di debolezza e di calo dei consensi di un centrodestra diviso e litigioso. Basta poco per capire quanto la realtà odierna sia diversa da quella di allora e per ipotizzare che le situazioni congiunturali che quattro anni fa portarono alla vittoria del centrosinistra difficilmente potranno prendere nuovamente forma nel prossimo futuro.
E allora è chiaro che quello a cui si apprestano a dar vita Di Pietro, Bersani e Vendola assomiglia più alla classica mossa della disperazione che a un progetto politico degno di tal nome. E se è vero che oggi questa alleanza può essere utile per garantire alla sinistra un risultato decoroso alle elezioni regionali di marzo, domani, cioè da aprile in poi, non potrà non mostrarsi per quello che realmente è: l'illusione di poter sconfiggere il centrodestra non in forza di un disegno politico organico e capace di parlare al paese sui grandi temi dell'economia, del lavoro, della scuola, della giustizia, ma sulla base di una semplice addizione di voti - che potrebbero non bastare.
Gianteo Bordero
Baci e abbracci, al congresso dell'Italia dei Valori, tra Antonio Di Pietro e il segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani. E in platea applaude Nichi Vendola, nuova icona della gauche nostrana dopo l'eclatante vittoria alle primarie pugliesi. Sarà dunque questa la nuova troika (Di Pietro, Bersani, Vendola) chiamata a risollevare le sorti della sinistra italiana dopo i rovesci elettorali di questi ultimi anni. In realtà, di nuovo c'è ben poco: il film a cui stiamo assistendo in questi giorni non ha il sapore di un'inedita alleanza politica fondata su una chiara e condivisa proposta programmatica per il governo del paese, ma è la riproposizione della vecchia formula tanto cara a Romano Prodi, l'Unione di tutti coloro che non hanno altro obiettivo oltre alla cacciata di Berlusconi.
Insomma, la sinistra, invece che proiettarsi verso il futuro sulla base di un'analisi radicale delle cause che l'hanno condannata alla minorità politica, riavvolge la pellicola e ritorna al 2006. Come se niente fosse accaduto. Come se i due anni di esecutivo Prodi non fossero mai esistiti. Come se quell'accozzaglia di forze tenute insieme soltanto dall'odio nei confronti del Cavaliere non avesse già dimostrato, alla prova dei fatti, di non poter produrre nulla di buono e di duraturo sotto il profilo dell'elaborazione politica e dell'azione di governo. Invece che prendere atto delle ragioni profonde della sua crisi, la sinistra sceglie di mettere da parte la politica e di affidarsi, ancora una volta, all'aritmetica, alla mera sommatoria dei voti sulla carta, immemore di quanto questo atteggiamento le sia già costato caro nel recente passato.
Alla vigilia delle elezioni del 2006, tale mentalità aveva fatto illudere i dirigenti dell'Unione di portare a casa una vittoria talmente ampia e netta da costringere alla resa definitiva l'uomo di Arcore. Sappiamo tutti come andò a finire: il trionfo non ci fu, le previsioni sulla carta furono smentite dai voti reali degli italiani, Berlusconi ne uscì a testa alta dimostrando di saper parlare meglio di chiunque altro agli elettori, ma la sinistra fece finta di nulla e pensò che quei 24 mila voti di vantaggio (lo 0,01% del corpo elettorale) le dessero il titolo di governare e di occupare tutto il potere disponibile come se la vittoria fosse stata totale. Fu quello, ancor prima del dispiegarsi dell'azione di governo, l'inizio della fine dell'Unione.
E fa specie che oggi la suddetta troika non sappia far tesoro di quell'esperienza e la riproponga, senza senso della realtà e della storia, come il rimedio a tutti i mali della sinistra. Con l'aggravante che questa volta anche i numeri sembrano remar contro i sogni di gloria di Di Pietro, Bersani e Vendola. I quali dovrebbero, tra le altre cose, tener conto di tre dati: in primis del fatto che l'Unione, quattro anni or sono, ha raccolto il massimo dei consensi che la gauche italiana ha mai potuto racimolare; in secondo luogo che, per fare ciò, Prodi ha dovuto mettere assieme ben dieci partiti (Ds, Margherita, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi, Italia dei Valori, Udeur, Socialisti Democratici italiani, Radicali, Repubblicani europei); in terzo luogo, che il risultato del 2006 fu reso possibile anche, se non soprattutto, dallo stato di debolezza e di calo dei consensi di un centrodestra diviso e litigioso. Basta poco per capire quanto la realtà odierna sia diversa da quella di allora e per ipotizzare che le situazioni congiunturali che quattro anni fa portarono alla vittoria del centrosinistra difficilmente potranno prendere nuovamente forma nel prossimo futuro.
E allora è chiaro che quello a cui si apprestano a dar vita Di Pietro, Bersani e Vendola assomiglia più alla classica mossa della disperazione che a un progetto politico degno di tal nome. E se è vero che oggi questa alleanza può essere utile per garantire alla sinistra un risultato decoroso alle elezioni regionali di marzo, domani, cioè da aprile in poi, non potrà non mostrarsi per quello che realmente è: l'illusione di poter sconfiggere il centrodestra non in forza di un disegno politico organico e capace di parlare al paese sui grandi temi dell'economia, del lavoro, della scuola, della giustizia, ma sulla base di una semplice addizione di voti - che potrebbero non bastare.
Gianteo Bordero
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sabato 23 gennaio 2010
LA POSTA IN PALIO NELLE PRIMARIE PUGLIESI
da Ragionpolitica.it del 23 gennaio 2010
Le primarie pugliesi del centrosinistra, che formalmente sono state presentate come lo strumento per sbrogliare l'intricata matassa della candidatura alla presidenza della Regione, nella sostanza sono il banco di prova per la nuova strategia di alleanze inaugurata dal segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani. In ballo vi è, soprattutto, la possibilità di testare a livello locale una nuova versione del centro-sinistra (rigorosamente col trattino) grazie all'intesa tra il Pd e l'Udc di Pier Ferdinando Casini. Affinché ciò possa avere effettivamente luogo, è necessario che ad uscire vincitore dalle primarie di domenica sia Francesco Boccia, un moderato sponsorizzato da Enrico Letta e gradito all'Unione di Centro. In caso contrario, se dovesse avere la meglio (come già accaduto cinque anni or sono) il governatore uscente Nichi Vendola, esponente di Sinistra, Ecologia e Libertà, partito dell'area massimalista della gauche nostrana, addio Udc e addio nuovo centro-sinistra, almeno per il momento.
Già il fatto che le primarie abbiano luogo rappresenta un'indubbia vittoria di Vendola, che ha tenuto duro di fronte a tutti i tentativi dei dirigenti del Pd, D'Alema in primis, di farlo recedere dalla candidatura per lasciare spazio a un nome digeribile dall'Unione di Centro. Nonostante gli scandali che in questi ultimi anni hanno investito la sua giunta, soprattutto per quanto concerne la gestione della sanità, a quanto pare il presidente uscente gode ancora di un'ampia fiducia nell'elettorato di centrosinistra, probabilmente grazie al suo stile non immune da un certo populismo di maniera, sapientemente condito, da un po' di mesi a questa parte, con una buona dose di vittimismo: lui, Nichi il puro, il poeta della politica nobile, circondato da un branco di iene e sciacalli pronti ad avventarsi sulla sua carcassa al termine del mandato elettorale. Aver resistito tra scandali, inchieste e accuse di malaffare indirizzate contro di lui e contro la sua squadra di governo è anche questa una vittoria di Vendola, che, rimpasto dopo rimpasto, è riuscito ad arrivare alla meta della scadenza naturale dei cinque anni ed ora si ripresenta al popolo della sinistra chiedendo la fiducia per un altro giro di pista alla guida della Regione.
Così facendo, Nichi ha mandato su tutte le furie la nuova segreteria del Partito Democratico, e soprattutto, come dicevamo, quel Massimo D'Alema che non solo è stato il grande sponsor di Bersani nella corsa per la guida del Pd, ma che proprio in terra pugliese ha uno dei suoi cosiddetti «feudi». Pensando di poter fare, in ragione di ciò, il bello e il cattivo tempo, Baffino ha peccato - come sempre - di superbia. Ha cioè fatto i conti senza l'oste, il quale ora gli ha presentato il salato prezzo da pagare: appunto le primarie - una parola che a D'Alema fa venire l'orticaria al sol sentirla pronunciare. Lo stratega Massimo ha dunque dovuto fare buon viso a cattivo gioco, scendendo in Puglia all'assemblea del partito per spiegare ai suoi, con discorsi in perfetto politichese di vecchio conio, questo semplice concetto: o mangiamo la minestra (le primarie) o saltiamo la finestra (perdiamo la Regione e spacchiamo ulteriormente il partito). E la minestra l'ha dovuta ingollare pure Boccia, che di andare nuovamente alla conta con Vendola non ne voleva proprio sapere, dopo la bruciante sconfitta del 2005.
In questa situazione, a gongolare non è stato soltanto Vendola, com'è ovvio. La vicenda ha ridato fiato anche alla minoranza interna del Partito Democratico - leggi veltroniani e franceschiniani - che, fiutata l'aria, non soltanto si sono schierati dalla parte del governatore uscente, inscenando clamorose proteste nel corso delle assemblee di partito, ma ne hanno anche approfittato per tornare alla carica contro la debolezza e l'inconcludenza del segretario e del suo mentore D'Alema, accusati di voler sacrificare sull'altare dell'alleanza con l'Udc le intese consolidate con gli altri partiti del centrosinistra, portando il Pd verso nuove e clamorose sconfitte.
Stando così le cose, ed essendo così alta la posta in palio anche all'interno del Pd, pensare che domenica i militanti democratici si mobilitino in massa per la causa di Boccia (e quindi di Bersani e D'Alema) è a tutt'oggi un mero esercizio di ottimismo. Visto che le primarie sono aperte a tutti i cittadini pugliesi, il candidato del Pd dovrà sperare nel «soccorso bianco» degli elettori dell'Udc o in quello «viola» dell'Italia dei Valori, ammesso e non concesso che ciò sia sufficiente per rimontare lo svantaggio registrato dai sondaggi on line dei quotidiani pugliesi, che mentre scriviamo danno Vendola al 78% e Boccia al 22%, per un totale di circa ventimila votanti telematici. «Troppo bello per essere vero», commentano dallo staff del governatore uscente. Di certo, un segnale non incoraggiante per Boccia.
Gianteo Bordero
Le primarie pugliesi del centrosinistra, che formalmente sono state presentate come lo strumento per sbrogliare l'intricata matassa della candidatura alla presidenza della Regione, nella sostanza sono il banco di prova per la nuova strategia di alleanze inaugurata dal segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani. In ballo vi è, soprattutto, la possibilità di testare a livello locale una nuova versione del centro-sinistra (rigorosamente col trattino) grazie all'intesa tra il Pd e l'Udc di Pier Ferdinando Casini. Affinché ciò possa avere effettivamente luogo, è necessario che ad uscire vincitore dalle primarie di domenica sia Francesco Boccia, un moderato sponsorizzato da Enrico Letta e gradito all'Unione di Centro. In caso contrario, se dovesse avere la meglio (come già accaduto cinque anni or sono) il governatore uscente Nichi Vendola, esponente di Sinistra, Ecologia e Libertà, partito dell'area massimalista della gauche nostrana, addio Udc e addio nuovo centro-sinistra, almeno per il momento.
Già il fatto che le primarie abbiano luogo rappresenta un'indubbia vittoria di Vendola, che ha tenuto duro di fronte a tutti i tentativi dei dirigenti del Pd, D'Alema in primis, di farlo recedere dalla candidatura per lasciare spazio a un nome digeribile dall'Unione di Centro. Nonostante gli scandali che in questi ultimi anni hanno investito la sua giunta, soprattutto per quanto concerne la gestione della sanità, a quanto pare il presidente uscente gode ancora di un'ampia fiducia nell'elettorato di centrosinistra, probabilmente grazie al suo stile non immune da un certo populismo di maniera, sapientemente condito, da un po' di mesi a questa parte, con una buona dose di vittimismo: lui, Nichi il puro, il poeta della politica nobile, circondato da un branco di iene e sciacalli pronti ad avventarsi sulla sua carcassa al termine del mandato elettorale. Aver resistito tra scandali, inchieste e accuse di malaffare indirizzate contro di lui e contro la sua squadra di governo è anche questa una vittoria di Vendola, che, rimpasto dopo rimpasto, è riuscito ad arrivare alla meta della scadenza naturale dei cinque anni ed ora si ripresenta al popolo della sinistra chiedendo la fiducia per un altro giro di pista alla guida della Regione.
Così facendo, Nichi ha mandato su tutte le furie la nuova segreteria del Partito Democratico, e soprattutto, come dicevamo, quel Massimo D'Alema che non solo è stato il grande sponsor di Bersani nella corsa per la guida del Pd, ma che proprio in terra pugliese ha uno dei suoi cosiddetti «feudi». Pensando di poter fare, in ragione di ciò, il bello e il cattivo tempo, Baffino ha peccato - come sempre - di superbia. Ha cioè fatto i conti senza l'oste, il quale ora gli ha presentato il salato prezzo da pagare: appunto le primarie - una parola che a D'Alema fa venire l'orticaria al sol sentirla pronunciare. Lo stratega Massimo ha dunque dovuto fare buon viso a cattivo gioco, scendendo in Puglia all'assemblea del partito per spiegare ai suoi, con discorsi in perfetto politichese di vecchio conio, questo semplice concetto: o mangiamo la minestra (le primarie) o saltiamo la finestra (perdiamo la Regione e spacchiamo ulteriormente il partito). E la minestra l'ha dovuta ingollare pure Boccia, che di andare nuovamente alla conta con Vendola non ne voleva proprio sapere, dopo la bruciante sconfitta del 2005.
In questa situazione, a gongolare non è stato soltanto Vendola, com'è ovvio. La vicenda ha ridato fiato anche alla minoranza interna del Partito Democratico - leggi veltroniani e franceschiniani - che, fiutata l'aria, non soltanto si sono schierati dalla parte del governatore uscente, inscenando clamorose proteste nel corso delle assemblee di partito, ma ne hanno anche approfittato per tornare alla carica contro la debolezza e l'inconcludenza del segretario e del suo mentore D'Alema, accusati di voler sacrificare sull'altare dell'alleanza con l'Udc le intese consolidate con gli altri partiti del centrosinistra, portando il Pd verso nuove e clamorose sconfitte.
Stando così le cose, ed essendo così alta la posta in palio anche all'interno del Pd, pensare che domenica i militanti democratici si mobilitino in massa per la causa di Boccia (e quindi di Bersani e D'Alema) è a tutt'oggi un mero esercizio di ottimismo. Visto che le primarie sono aperte a tutti i cittadini pugliesi, il candidato del Pd dovrà sperare nel «soccorso bianco» degli elettori dell'Udc o in quello «viola» dell'Italia dei Valori, ammesso e non concesso che ciò sia sufficiente per rimontare lo svantaggio registrato dai sondaggi on line dei quotidiani pugliesi, che mentre scriviamo danno Vendola al 78% e Boccia al 22%, per un totale di circa ventimila votanti telematici. «Troppo bello per essere vero», commentano dallo staff del governatore uscente. Di certo, un segnale non incoraggiante per Boccia.
Gianteo Bordero
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