mercoledì 31 marzo 2010

REGIONALI. IL CAPOLAVORO DI BERLUSCONI

da Ragionpolitica.it del 31 marzo 2010

Come è stato più volte detto e scritto, è nelle situazioni di apparente difficoltà e di accerchiamento da parte dei suoi nemici che Silvio Berlusconi riesce a dare il meglio di sé. Lo ha fatto sin dal momento della sua «discesa in campo» nel '94, quando la sinistra politica, mediatica e giudiziaria ha iniziato a rappresentare il fondatore di Forza Italia come un cancro per la democrazia, come il male assoluto da estirpare, come il pericolo pubblico numero uno. Lo ha fatto, poi, nella lunga «traversata del deserto» degli anni 1996-2001, quando dall'opposizione, mentre tutta l'intellighenzia gauchista lo dava per finito, ha riorganizzato con pazienza lo schieramento di centrodestra e lo ha portato al successo alle elezioni politiche del 2001. Lo ha fatto, ancora, nel 2006, quando, abbandonato persino da alcuni suoi alleati poco lungimiranti, con una coraggiosa campagna elettorale, condotta pressoché in solitaria, ha rimontato uno svantaggio dall'Unione prodiana che sembrava incolmabile, ha sfiorato per una manciata di voti il successo ma ha riconfermato la sua leadership carismatica come l'unica possibile per il centrodestra italiano. Lo ha fatto, infine, nel 2009 e nel 2010, in occasione delle elezioni europee e amministrative dell'anno scorso e di quelle regionali di quest'anno, tutte precedute da una lunga campagna di gossip, veleni, tentativi di delegittimazione morale, accuse di ogni genere da parte della solita sinistra a corto di argomenti politici ma sempre pronta a riversare sul Cavaliere ondate di fango, quintali di calunnie, tonnellate di odio.


Sono dunque sedici anni che, quanto più Berlusconi viene considerato sul viale del tramonto, tanto più egli si dimostra vivo e vegeto, in piena forma politica, titolare di una leadership che niente e nessuno riescono a scalfire. Il segreto - se così possiamo chiamarlo - sta nella capacità non comune del presidente del Consiglio di rinnovare ogni volta il suo rapporto diretto col popolo, chiamandolo a raccolta come migliore scudo di fronte agli attacchi della sinistra. Questa volta è accaduto con la grande manifestazione di piazza San Giovanni del 20 marzo, che ha ridato forza, speranza ed entusiasmo ad un elettorato che sembrava spaesato dopo la vicenda della presentazione delle liste, e che ha invece ben compreso che anche in questo caso si trattava del tentativo di far fuori l'avversario non con i mezzi della politica e della democrazia, ma con quelli giudiziari e mediatici - tanto più che, come lo stesso Berlusconi ha ricordato più volte, la cancellazione della lista del Popolo della Libertà a Roma e provincia è arrivata dopo il tormentone giornalistico su una presunta nuova Tangentopoli, dopo la reboante inchiesta sugli appalti della Protezione Civile e dopo l'ennesima fuoriuscita di intercettazioni coperte dal segreto nell'ambito dell'inchiesta di Trani sul «caso Santoro».


Anche stavolta, dunque, risultati elettorali alla mano, non c'è trippa per gatti. Chi, come qualche incauto esponente del Partito Democratico e dell'opposizione, sognava un indebolimento della leadership berlusconiana in seguito alle regionali, deve riporre le sue speranze nel cassetto. Perché il voto del 28 e 29 marzo, al contrario delle sgangherate previsioni dei maître à penser della sinistra salottiera, ha consolidato il ruolo del Cavaliere, che ora può giocare da una posizione di forza la partita delle riforme negli ultimi tre anni di legislatura - che, ricordiamolo, non prevedono altri appuntamenti elettorali di rilievo nazionale. La morale della favola, insomma, è che la sinistra, incapace di comprendere la lezione della recente storia politica italiana, continua a dare spallate contro un muro che non accenna a cadere. E così finisce per farsi del male da sola.

Gianteo Bordero

sabato 27 marzo 2010

PERCHÉ ATTACCANO LA CHIESA E IL PAPA

da Ragionpolitica.it del 27 marzo 2010

Il dialogo tra Gesù e Ponzio Pilato, nel racconto della Passione secondo l'evangelista Giovanni, rappresenta uno dei momenti più drammatici nel rapporto tra il Nazareno e l'umanità: è lo scontro tra il potere del mondo - tra quelle che noi oggi chiameremmo «lobbies dominanti» - e il misterioso potere disarmato di un Dio che, fattosi uomo, si offre come vittima sacrificale «per la salvezza di molti». A Pilato che gli chiede se fosse lui il re dei Giudei, se quindi il suo obiettivo fosse quello di rovesciare l'ordine costituito e di instaurare un proprio impero terreno, Gesù risponde affermando che il suo regno «non è di questo mondo»: se così fosse, infatti, i suoi seguaci «avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei». Il racconto prosegue descrivendo un Pilato che, evidentemente spiazzato dalle parole del suo interlocutore, torna a interrogarlo: «Dunque tu sei re?». E Gesù, quasi a voler sgravare il prefetto romano dal peso umanamente insopportabile di mandare a morte il Giusto senza alcuna valida causa: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Da qui la domanda di Pilato seguita dal terribile silenzio del Nazareno: «Che cose'è la verità?». Commenta Michele Federico Sciacca: «Silenzio di Cristo. A tutti l'ha detta la verità, agli umili e ai reietti, ai pubblicani e alle prostitute, a tutti quanti avevano la semplicità e la buona volontà di ascoltarla. Al rappresentante di Cesare non la dice... Che cosa può esser mai la verità per un funzionario il cui unico regno è la sua poltrona, per uno di quei potenti che fanno la storia?». E conclude: «Dopo i silenzi che seguono alla condanna, questo di fronte a Pilato, in pieno pretorio, è il più significativo dei silenzi di Cristo». Tutto il potere del Sinedrio e tutto il potere dell'impero romano «sono inceneriti dal fulmine di quel silenzio».


Da duemila anni questo è il grande paradosso cristiano, il paradosso della Chiesa cattolica, ben riassunto dalle parole di San Paolo: «Voi siete nel mondo, ma non siete del mondo». Ed è per questo che il mondo non può sopportare l'esistenza di un potere (un «regno») che non si fonda sulla forza, sul dominio, sulla prevaricazione, ma sulla verità offerta liberamente alla persona sotto forma di Dio-uomo che dona la sua vita per riscattare l'umanità dalla schiavitù del male e del peccato. Non è un'idea, non è una filosofia, non è un principio religioso, ma una presenza reale nella storia, che va oltre la storia. Come scriveva sant'Agostino anagrammando la domanda di Pilato: «Quid est veritas? Est vir qui adest». La verità è un uomo presente.


La Chiesa e i cristiani, sin dagli inizi della loro avventura storica, sono combattuti e perseguitati per questo: perché ricordano ai prìncipi di questo mondo, e alle élites interpreti del pensiero dominante, che tutto il potere che essi riescono affannosamente ad ottenere, che tutti gli uomini che essi riescono in qualche modo ad assoggettare, che tutte le ricchezze che essi riescono ad accumulare non sono l'ultima parola che decide le sorti dell'umanità. E che c'è una verità che nessuna guerra culturale, nessuna prigione, nessun tentativo di censura potranno mai cancellare: la verità di Dio e del suo Figlio fatto uomo, quella verità in nome della quale Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli». Quando i primi martiri cristiani, interrogati dai generali dell'impero romano circa la loro identità, rispondevano con le parole «christianus sum», ben sapendo quale sarebbe stata la loro sorte, affermavano esattamente questa verità: «Il vostro potere può privarci della vita, ma non può toglierci la Vita», cioè l'appartenenza al Dio di Gesù Cristo. Per dirla ancora con San Paolo: «Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: "Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello". Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati».


Oggi la storia si ripete. Non soltanto nelle persecuzioni che ogni anno vedono come vittime innocenti, in molte parti del mondo, migliaia di cristiani, ma anche negli odierni attacchi che, in seguito allo scandalo dei preti coinvolti in casi di pedofilia, vengono mossi alla Chiesa e al Papa da alcuni giornali americani, tedeschi e anche italiani, e dalle lobbies laiciste ed anti-cattoliche che tali giornali controllano. Chi volesse rendersi conto dell'infondatezza delle accuse rivolte a Benedetto XVI, può leggere i documentati articoli pubblicati in questi giorni dall'Osservatore Romano e dall'Avvenire. Ma quello che qui ci preme sottolineare è che quest'ondata di fango che punta a delegittimare il successore di Pietro, e a dipingere la sua barca come una congrega di pedofili, arriva proprio sotto un pontificato che con mitezza, tenerezza e semplicità sta riproponendo agli uomini del nostro tempo la radicalità dell'annuncio cristiano, la sua «pretesa» di verità contro ogni relativismo filosofico ed etico, cioè contro un'idea dell'uomo e di Dio che rende la persona più malleabile, più esposta ai venti e alle suggestioni dei potentati di turno, degni eredi di coloro che organizzarono il processo a Gesù e che lo inchiodarono alla croce, sul Golgota, duemila anni fa. Quel giorno «si fece buio su tutta la terra».

Gianteo Bordero

mercoledì 24 marzo 2010

ELEZIONI REGIONALI E VOTO CATTOLICO. LE PAROLE CHIARE DEL CARDINAL BAGNASCO

da Ragionpolitica.it del 24 marzo 2010

Il presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, ha parlato chiaro. Nella sua prolusione al Consiglio Permanente della Cei, collegando la dura condanna dell'aborto - espressa con termini talmente forti da non lasciare spazio a interpretazioni di sorta - alla scadenza elettorale di domenica e lunedì prossimi, il porporato ha lanciato un messaggio esplicito ai cattolici. Un messaggio che va ben oltre il richiamo generico al rispetto dei valori che stanno a cuore alla Chiesa. Non si tratta tanto di un'indicazione di voto, quanto di un monito a non concedere la propria preferenza ai partiti che si oppongono più o meno apertamente a quei «principi non negoziabili» («La dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l'indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna») che Papa Benedetto XVI ha più volte indicato come i cardini su cui può reggersi una politica autenticamente umana.


Affermando poi che è su tali principi che «si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa, la libertà di impresa finalizzata al bene comune, l'accoglienza verso gli immigrati rispettosa delle leggi e volta a favorire l'integrazione, il rispetto del creato, la libertà dalla malavita in particolare quella organizzata», il cardinale ha fatto piazza pulita di un diffuso malinteso: quello secondo il quale possono essere collocati sullo stesso piano, senza ordine gerarchico, i valori promossi dal magistero morale e sociale della Chiesa. Sulla base di tale malinteso, negli anni successivi alla fine della Democrazia Cristiana e della Prima Repubblica, è stato propagandato il luogo comune per cui sarebbe sostanzialmente equivalente, per un cattolico, votare per il centrodestra (raffigurato come più attento ai valori bioetici) o per il centrosinistra (dipinto come paladino dei valori sociali). Attraverso questa vulgata, in realtà, si è voluto mascherare il fatto che la gauche italiana esprimeva, come esprime oggi, posizioni che sono in netto contrasto con i capisaldi della dottrina cristiana in materia di vita, famiglia, libertà di educazione. In sostanza, si è voluto far credere che i cattolici che votavano per una sinistra laicista e ormai intrisa di posizioni radicaleggianti, potevano benissimo mettere tra parentesi, nel nome della presunta promozione di valori quali la solidarietà, l'attenzione agli ultimi, la tutela del lavoro - come se il centrodestra fosse nemico di tali sacrosanti valori! - la difesa dei principi non negoziabili in campo bioetico. Oggi, con le sue parole, il cardinal Bagnasco pone fine a questo maldestro tentativo di falsificazione della realtà.


Le dichiarazioni del presidente della Cei, del resto, non nascono dal nulla. Esse trovano un solido fondamento teologico nell'ultima enciclica di Benedetto XVI, la Caritas in veritate. In questo documento il Papa ha indicato la questione bioetico-antropologica come la nuova, grande questione sociale dei nostri tempi: «Occorre affermare - ha scritto - che la questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica, nel senso che essa implica il modo stesso non solo di concepire, ma anche di manipolare la vita, sempre più posta dalle biotecnologie nelle mani dell'uomo». Nel momento in cui si afferma l'idea che la vita umana sia un prodotto della tecnica, che ne può disporre a piacimento a partire dal momento del concepimento fino a quello della morte, il Pontefice ricorda che lo sviluppo dei popoli «è legato intimamente allo sviluppo di ogni singolo uomo» e che esso «degenera se l'umanità ritiene di potersi ri-creare avvalendosi dei "prodigi" della tecnologia». Quindi anche i temi classici della dottrina sociale della Chiesa vanno oggi riletti alla luce dell'affermarsi di una «mentalità prometeica» che rischia di cancellare, di fatto, lo stesso soggetto protagonista dello sviluppo sociale: l'uomo così come lo abbiamo conosciuto da migliaia di anni a questa parte.


E' per questo che la bioetica non può non diventare la nuova frontiera dell'impegno dei cattolici in un ambito, come quello della politica, chiamato non di rado a legiferare su questioni (aborto, procreazione medicalmente assistita, fine vita) attorno alle quali si gioca non soltanto la partita tra schieramenti, ma anche e soprattutto il destino delle nostre società. E' questo il cuore del messaggio con cui il cardinal Bagnasco, alla vigilia di un voto importante come quello del 28 e 29 marzo, ha voluto richiamare l'attenzione dei cattolici, affinché abbiano chiara l'importanza di un «evento qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare», perché «in esso si trasferiscono non poche delle preoccupazioni cui si è fatto riferimento».

Gianteo Bordero

lunedì 22 marzo 2010

IL CORAGGIO DEL PAPA E LA CATTIVA COSCIENZA DEI CATTO-PROGRESSISTI

da Ragionpolitica.it del 22 marzo 2010

Da alcuni commenti alla lettera pastorale che Benedetto XVI ha inviato il 19 marzo ai cattolici irlandesi emerge una visione totalmente distorta del ruolo e della missione del Papa e, di rimando, della stessa Chiesa. Quando si afferma, come ad esempio hanno fatto La Repubblica e Il Riformista, che il Pontefice, con la sua missiva, non sta facendo abbastanza per rispondere allo scandalo dei preti che si sono macchiati di atti di pedofilia; o quando si chiede, in sostanza, che egli si trasformi in una sorta di magistrato statale che commina ai malfattori pene carcerarie o cose simili, si finisce per cadere in quella logica «temporalista» che gli intellettuali cattolici progressisti da sempre combattono a parole e che oggi invece sembrano invocare come rimedio alla dolorosa e drammatica vicenda dei sacerdoti che hanno abusato dei più piccoli.


Tutto questo nel momento in cui lo stesso Pontefice afferma a chiare lettere che i colpevoli dovranno rispondere delle loro infamanti azioni di fronte a Dio e agli uomini («Davanti all'Onnipotente come pure davanti a tribunali debitamente costituiti») e invita i vescovi che hanno commesso «gravi errori di giudizio» ed hanno mostrato «mancanze di governo» a «cooperare con le autorità civili nell'ambito di loro competenza». Ma anche queste dure parole di Benedetto XVI, agli occhi di certi illuminati commentatori di cose cattoliche, sembrano non bastare. E' curioso che questi intellettuali, che per molti lustri sono stati i propugnatori di una svolta lassista della Chiesa in materia di morale sessuale ed hanno chiesto, a partire dalla contestazione dell'enciclica di Paolo VI Humanae Vitae (1968), che il magistero papale non dicesse solo dei «no» di fronte ai grandi cambiamenti del costume avvenuti nell'ultimo secolo, si presentino oggi come i campioni del rigorismo e del «pugno duro».


Peccato che proprio questa mentalità conciliante con le tendenze mondane, proposta nel nome di una Chiesa «moderna» e «aperta», sia uno dei principali fattori che hanno contribuito ad indebolire nei cattolici quegli anticorpi necessari per resistere al male nei tempi di confusione e di tempesta. Lo dice in modo chiaro lo stesso Papa Ratzinger nella sua lettera, quando afferma che negli ultimi decenni, di fronte alla «rapida trasformazione e secolarizzazione della società irlandese» - ma il discorso può benissimo valere pure per altri paesi occidentali - anche tra molti sacerdoti e religiosi ha fatto breccia «la tendenza ad adottare modi di pensiero e di giudizio delle realtà secolari senza sufficiente riferimento al Vangelo». Una tendenza che si è manifestata, secondo il Pontefice, anche in una lettura distorta del Concilio Vaticano II, il cui «programma di rinnovamento» fu a volte «frainteso». In particolare, «vi fu una tendenza, dettata da retta intenzione ma errata, ad evitare approcci penali nei confronti di situazioni canoniche irregolari». In altre parole: negli anni successivi al Concilio, a causa di un malinteso senso di apertura nei confronti della cultura moderna, all'interno della Chiesa in tanti hanno creduto che non fosse necessario utilizzare il pungo di ferro (l'«approccio penale») nei confronti di chi si macchiava di certi gravissimi peccati, con la conseguenza di una «mancata applicazione delle pene canoniche in vigore» e della «mancata tutela della dignità di ogni persona». Invece che rivolgere critiche del tutto infondate a Benedetto XVI, dunque, certi vaticanisti progressisti farebbero bene a riflettere sullo sfascio prodotto da tanti anni di propaganda contro il rigore dei Papi in materia sessuale.


E, soprattutto, dovrebbero comprendere che con la sua coraggiosa lettera ai cattolici irlandesi il pontefice ha centrato in pieno il cuore della questione, rispondendo così a quella che è la sua prima missione come successore di Pietro: «Confermare i fratelli nella fede tenendoli uniti nella confessione del Cristo crocifisso e risorto». Quando Ratzinger afferma che è necessario «riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale»; quando, rivolgendosi alle vittime degli abusi e alle loro famiglie, esprime a nome della Chiesa «la vergogna e il rimorso che tutti proviamo», e chiede loro «di non perdere la speranza» perché Gesù «come voi porta ancora le ferite del suo ingiusto patire» e «comprende la profondità della vostra pena e il persistere del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i vostri rapporti con la Chiesa»; quando con durezza ammonisce i sacerdoti che hanno abusato dei ragazzi («Avete perso la stima della gente dell'Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Avete violato la santità del sacramento dell'Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni») e quando li esorta a «riconoscere» le proprie colpe, a «sottomettersi» alle esigenze della giustizia, ma a non «disperare della misericordia di Dio»...


E ancora, quando ai giovani irlandesi ribadisce che «siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa» e quando ricorda loro che però «è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo, che è lo stesso ieri, oggi e sempre. Egli vi ama e per voi ha offerto se stesso sulla croce. Cercate un rapporto personale con lui nella comunione della sua Chiesa, perché lui non tradirà mai la vostra fiducia!»; quando dice agli altri sacerdoti d'Irlanda che essi possono essere testimonianza vivente delle parole di San Paolo: «Dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia»; quando ad alcuni vescovi imputa gravi mancanze «nell'applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi» e li invita a «rinnovare il senso di responsabilità davanti a Dio», ad essere «sensibili alla vita spirituale e morale di ciascuno dei sacerdoti»; quando infine a tutti i fedeli d'Irlanda propone un cammino comune di penitenza, di preghiera e di adorazione eucaristica per giungere a quel «rinnovamento» nella fede che è la vera, grande risposta che la Chiesa può offrire ai credenti in questo tempo difficile...


Ebbene, quando scrive tutto ciò Benedetto XVI non nasconde la testa sotto la sabbia, non elude i problemi, non ne annacqua la gravità, ma li legge alla luce della fede e del mistero cristiano. Li pone cioè nell'unica prospettiva grazie alla quale i cattolici e la Chiesa possono ogni giorno sentirsi - ed essere - una «creatura nuova». Come diceva Chesterton, «il prezzo del perdono si chiama Verità».


Gianteo Bordero

mercoledì 17 marzo 2010

IL CARDINAL RUINI, UN GRANDE «DEFENSOR ECCLESIAE»

da Ragionpolitica.it del 17 marzo 2010

L'intervista che il cardinale Camillo Ruini ha concesso a Paolo Rodari del Foglio in merito alla vicenda dei preti che si sono macchiati di atti di pedofilia restituisce la figura di un grande «defensor ecclesiae» di cui - sia detto senza polemica - si sente la mancanza. L'ex presidente della Cei ed ex vicario del Papa non sottovaluta la portata del fenomeno dei sacerdoti coinvolti nei casi di abusi sessuali sui più piccoli, non ne sminuisce la gravità, ma, con la lucidità intellettuale e la chiarezza argomentativa che da sempre lo contraddistinguono, mette i puntini sulle i, cercando di guardare oltre l'apparenza e di chiamare le cose col loro vero nome.


«I reati di pedofilia - afferma - sono sempre infami, specialmente quando commessi da un sacerdote. Per questo è più che giusto denunciarli e reprimerli e, nella misura del possibile, aiutare le vittime a superarne le conseguenze». Detto questo, però, «non si può far finta di non vedere che l'attenzione di molti giornali e degli ambienti che si esprimono attraverso di essi si concentra sui casi di pedofilia dei sacerdoti cattolici, sicuramente non più frequenti di quelli di tante altre categorie di persone». E, soprattutto, «non si può nemmeno ignorare il tentativo tenace e accanito di tirare in ballo la persona del Papa». Insomma, dai tanti articoli che i media stanno dedicando alla vicenda spesso non emerge soltanto la sacrosanta cronaca di quanto sta accadendo, il doveroso rendiconto all'opinione pubblica, la presentazione della notizia e il commento ad essa. Si intravede anche una sorta di condanna preventiva nei confronti della Chiesa cattolica nel suo insieme, con conseguente tentativo di gettare fango in abbondanza sulla sua gerarchia, fino ad arrivare al pontefice. Così, se da un lato viene dato ampio risalto a ogni nuovo sospetto caso di preti coinvolti in episodi di pedofilia, altrettanto non avviene quando si tratta di concedere spazio ai chiarimenti, alle precisazioni, alle documentate smentite provenienti da fonte ecclesiale.


Tutto ciò, secondo Ruini, da un certo punto di vista non deve sorprendere. Non è una novità. «La campagna diffamatoria contro la Chiesa cattolica e il Papa» ha, per il cardinale, origini antiche. Essa, infatti, rientra in una strategia «che è in atto oramai da secoli e che già Friedrich Nietzsche teorizzava con il gusto dei dettagli. Secondo Nietzsche - argomenta il porporato - l'attacco decisivo al cristianesimo non può essere portato sul piano della verità ma su quello dell'etica cristiana, che sarebbe nemica della gioia di vivere». Per il filosofo tedesco, infatti, la più grande colpa del cristianesimo sarebbe quella di aver depotenziato, rammollito e rattrappito l'umanità, mettendone a tacere le forze vitali attraverso l'etica della mortificazione, del sacrificio, della rinuncia. E' una lettura falsa e deformata, che però ha fatto breccia in ampi settori delle nostre società.


E così siamo arrivati al cuore delle riflessioni dell'ex presidente della Cei, secondo cui l'obiettivo finale di questa cultura nichilista e radicaleggiante, che trova espressione nelle opere di Nietzsche, è quello di cancellare dal cuore e dalla mente dei popoli europei ed occidentali ogni traccia della concezione cristiana dell'uomo, che ha segnato nel profondo la loro storia. Una concezione per cui «la sessualità umana, fin dal suo inizio, non è semplicemente istintiva, non è identica a quella degli altri animali. E', come tutto l'uomo, una sessualità "impastata" con la ragione e con la morale, che può essere vissuta umanamente, e rendere davvero felici, soltanto se viene vissuta in questo modo». Da quando abbiamo assistito alla «rivendicazione dell'autonomia dell'istinto sessuale da ogni criterio morale», cioè da quando ogni limite all'appagamento di tale istinto è stato abolito nel nome della libertà sessuale, era inevitabile che diventasse difficile «far comprendere che determinati abusi sono assolutamente da condannare». Non è dunque certo colpa della Chiesa cattolica - che semmai è stata ed è vittima del trionfo della mentalità sopra descritta - se determinate pratiche sessuali trovano oggi così vasta diffusione, fino al punto di raggiungere anche qualche sacerdote.


Questo è il punto di cui oggi nessuno parla, preferendo mettere ipocritamente sul banco degli imputati la Chiesa e il Papa, come se fossero loro - che tra l'altro vengono accusati un giorno sì e l'altro pure, dall'intellighenzia radicale e laicista, di essere i paladini di una morale «sessuofobica» - ad aver alimentato la cultura dell'esaltazione sessuale ad ogni costo, dalla quale non potevano che venire abusi di ogni genere. Per questo, conclude Ruini rivolgendosi a coloro che in questi giorni sono impegnati a divulgare l'idea secondo cui la Chiesa altro non è che una congrega di pedofili, «non sarebbe forse più onesto e realistico riconoscere che queste e altre deviazioni legate alla sessualità», che pure «accompagnano tutta la storia del genere umano», oggi «sono ulteriormente stimolate dalla tanto conclamata "liberazione sessuale"?». Si attende una risposta.


Gianteo Bordero

venerdì 12 marzo 2010

NUOVE ELEZIONI, VECCHIA SINISTRA

da Ragionpolitica.it del 12 marzo 2010

Arriva il Csm con la condanna delle dichiarazioni di Berlusconi sui magistrati. Arriva (così scrive Il Fatto quotidiano) la Procura di Trani con una nuova inchiesta a carico del Cavaliere. E arriva la piazza per denunciare l'attentato alla democrazia che l'uomo di Arcore starebbe mettendo in atto. Come al solito, alla vigilia di ogni elezione, la sinistra politica, mediatica e giudiziaria non si fa mancare proprio nulla per tentare di sovvertire l'esito del voto, nella convinzione di poter azzoppare il leader del Popolo della Libertà e sottrarre così consensi alla coalizione di centrodestra. E' una strategia che in questi ultimi sedici anni non ha prodotto alcunché di significativo, e che anzi si è ritorta contro coloro che l'hanno studiata e attuata con certosina meticolosità: i partiti del centrosinistra sono nelle condizioni che tutti oggi possono vedere, privi di slancio riformatore, di idee e di programmi degni di tal nome; la magistratura registra anch'essa, da lunga pezza, un forte calo di fiducia da parte dei cittadini, i quali vorrebbero vedere, al posto dell'accanimento contro Berlusconi, un sistema giudiziario che funzionasse in modo decente, con tempi certi e processi giusti; i giornali e le trasmissioni gauchiste, infine, ridotti ormai a cucine che sfornano ogni giorno lo stesso piatto condito dai soliti presunti scoop contro il premier, sono diventati una nicchia in cui cercano rifugio elettori di sinistra delusi dai loro rappresentanti politici, una valvola di sfogo per ritrovare le parole e riascoltare i dogmi dell'antiberlusconismo militante.


Nonostante ciò, ogni volta che s'approssima un appuntamento elettorale va in scena lo stesso deprimente spettacolo, si alza il medesimo polverone, si respira il solito acre odore proveniente dalle centrali ideologiche della sinistra italiana, o meglio di quel che resta della sinistra italiana. Perché quando uno schieramento è costretto a ricorrere esclusivamente a strumenti extra politici per tentare di strappare qualche voto alla coalizione avversaria, significa che i suoi partiti ed i loro dirigenti con la Politica hanno chiuso da un bel po'. Tant'è vero che tutto fa brodo pur di non parlare di programmi, di progetti, insomma di tutto ciò che davvero può interessare ai cittadini in occasione di un'elezione. In questo modo l'unico punto programmatico rimane sempre quello: annientare il nemico, spazzare via il dittatore, cacciare l'usurpatore. Tutto così da ormai più di tre lustri, da Occhetto fino a Bersani, passando per Prodi, D'Alema, Rutelli, Veltroni, Franceschini - facce intercambiabili della stessa medaglia, cuochi diversi per la medesima zuppa.


La sinistra non ha dunque saputo trarre alcuna lezione dal suo travagliato percorso di questi sedici anni: ha continuato ostinatamente a suonare lo stesso spartito e continua a suonarlo anche oggi, dopo che gli italiani hanno mostrato in maniera chiara che non è quella la musica che vorrebbero sentire le loro orecchie. Eppure ogni volta i dirigenti della gauche sperano che sia la volta buona, che l'attacco concentrico a Berlusconi funzioni, produca i suoi effetti e mandi a casa il Cavaliere. Il quale, invece, il giorno dopo ogni tornata elettorale, quando si dirada la polvere sollevata dal circo mediatico-giudiziario e parlano soltanto i numeri delle urne, si riaffaccia sulla scena come il vincitore, come il più amato dagli italiani, come il leader che i cittadini vogliono alla guida del paese. Certo, tutto questo è logorante per la sinistra, ma fino a quando essa continuerà a rimandare a data da destinarsi il momento di un serio e coraggioso ripensamento di se stessa, del suo modo di concepire il paese e di porsi di fronte agli elettori, non ci sarà trippa per gatti. Ed avrà sempre il sopravvento, nei leader delle varie Unioni, Ulivi, Grandi Alleanze Democratiche, la tentazione di vincere a tavolino. O con l'aiuto delle inchieste. O cavalcando qualche scandalo che continuerà a sciogliersi come neve al sole.

Gianteo Bordero

mercoledì 10 marzo 2010

IL DISASTRO POLITICO DEL PD

da Ragionpolitica.it del 10 marzo 2010

Che il Partito Democratico sia «ammanettato a Di Pietro», come ha affermato qualche giorno fa il presidente del Consiglio, è confermato in pieno dalle sue ultime mosse. Due su tutte: la decisione di seguire l'ex pm nella protesta di piazza contro il decreto interpretativo della legge elettorale varato dal governo venerdì scorso e la scelta di imboccare la strada dell'ostruzionismo parlamentare, con la presentazione di 1700 emendamenti al disegno di legge sul legittimo impedimento - cosa che ha di fatto obbligato l'esecutivo ad apporre la questione di fiducia sul provvedimento al Senato. Cade così definitivamente la maschera «riformista» con la quale Bersani si era presentato al momento del suo insediamento alla guida del Pd, annunciando la chiusura della stagione dell'antiberlusconismo fine a se stesso portato avanti da Dario Franceschini. E, contestualmente, appare con chiarezza il vero volto di un partito che a tutt'oggi non riesce ad avere altra ragione sociale oltre all'avversione preconcetta, rancorosa ed in sostanza pre-politica all'uomo di Arcore.


Stante dunque la completa assenza di serie proposte programmatiche, che ha come prima conseguenza quella di rendere impossibile un confronto costruttivo con la maggioranza sul merito dei provvedimenti, è inevitabile che il Partito Democratico finisca schiacciato nella morsa del leader dell'Idv, che persegue con imperturbabile costanza la sua linea di delegittimazione totale del premier, gridando un giorno sì e l'altro pure al ritorno del fascismo nel nostro paese e denunciando una improbabile reincarnazione del Duce nel corpo del Cavaliere. Come ha osservato Vittorio Macioce su Il Giornale del 9 marzo, oggi «tutta la politica di questa magnifica opposizione si riduce a tre parole: piazza, tribunali e ostruzionismo».


Il problema, per il Pd, è che nella gara a chi è più antiberlusconiano, a chi riesce a intercettare quella fetta di elettorato convinta che il presidente del Consiglio rappresenti l'esatto contrario della democrazia e sia quindi un cancro da estirpare per salvaguardare le regole costituzionali a fondamento della Repubblica, sarà sempre più bravo e più credibile Di Pietro, che almeno ha il merito - se così possiamo chiamarlo - di non mostrarsi ondivago e incerto, agli occhi dell'opinione pubblica, nella caccia al dittatore e ai suoi complici più o meno occulti. Per questo, ad esempio, l'ex pm ha ragione - ovviamente dal suo punto di vista - quando denuncia l'ipocrisia del Partito Democratico nella vicenda della critica al decreto legge elettorale varato dal governo e firmato dal presidente della Repubblica: se di «attentato alla democrazia e alla Costituzione» si tratta - ragiona il leader dell'Idv - è chiaro che pesanti responsabilità per l'accaduto debbono essere attribuite anche al capo dello Stato. Tanto più che egli non soltanto ha dato il suo via libera al provvedimento governativo, ma ha anche spiegato pubblicamente, con una lettera su internet, le ragioni che lo hanno spinto a compiere tale gesto. Stracciandosi le vesti per il decreto ma tenendo fuori dalle polemiche l'inquilino del Colle, il Pd si arrampica sugli specchi e dimostra, infine, di non essere credibile né quando annuncia svolte epocali rispetto al suo atavico antiberlusconismo, né quando prova a battere Di Pietro sul terreno della contestazione radicale del Cavaliere.


Insomma, un vero disastro politico, che oggi il partito di Bersani tenta di nascondere in tutti i modi possibili, anche cavalcando in maniera a dir poco irresponsabile la vicenda della mancata ammissione della lista del Pdl nella provincia di Roma, come se correre in queste condizioni rappresentasse una vittoria della democrazia e garantisse il diritto dei cittadini di scegliere coloro dai quali vogliono essere governati. Come spiegare tale atteggiamento del Partito Democratico? «La speranza, o l'illusione, della classe dirigente del Pd - ha scritto ancora Macioce - è tornare al 1994, chiudere in una parentesi il berlusconismo e ricominciare da capo. È chiaramente una follia umana e politica, ma ha finito per condizionare il Dna della sinistra, la sua cultura, i suoi orizzonti, la sua visione del mondo. Questa è una sinistra che da quasi vent'anni non produce nulla di nuovo ed è impermeabile a tutto». Una sinistra, dunque, che da più di tre lustri è ferma al punto di partenza, priva di vitalità, prigioniera di un vuoto politico ed esistenziale che fa tornare alla mente le parole di Dino Buzzati nel Deserto dei Tartari: «Guai se potesse vedere se stesso, come sarà un giorno, là dove la strada finisce, fermo sulla riva del mare di piombo, sotto un cielo grigio e uniforme e intorno né una casa né un uomo né un albero, neanche un filo d'erba, tutto così da immemorabile tempo».

Gianteo Bordero