da Ragionpolitica.it del 31 ottobre 2009
E così la Margherita è definitivamente sfogliata: Rutelli soffia sull'ultimo petalo rimasto e la sentenza è inappellabile: «Non m'ama». Sì, il Pd di marca bersaniana non è proprio la casa del bel Francesco, o Cicciobello che dir si voglia. Lui stesso lo dichiara nell'intervista con la quale annuncia, sul Corriere della Sera, il suo addio al «partito mai nato»: «Abbiamo posto tre condizioni, sospendendo l'attività della Margherita: niente approdo nel socialismo europeo; ma siamo finiti lì. Basta collateralismo, basta vecchie cinghie di trasmissione tra politica, corpi sociali, interessi economici; ma le file organizzate di pensionati Cgil, alle primarie, dimostrano che non ne siamo fuori. Pluralismo politico; ma anziché creare un pensiero originale, si oscilla tra babele culturale e voglia di mettere all'angolo chi dissente».
Che Rutelli stesse per abbandonare il Pd era ormai diventato il segreto di Pulcinella della politica italiana, e solo alcune dichiarazioni sibilline degli ultimi giorni avevano lasciato qualche addetto ai lavori ancora col fiato sospeso. Ma la strada era segnata già da tempo, come da tempo era più che evidente il disagio dell'ex sindaco di Roma all'interno di un partito che è diventato tutto ciò che egli voleva non diventasse. Memorabile la sua battuta di qualche tempo fa: «Se il Pd accetta di essere sistematicamente definito "la sinistra", più che bollito è fritto». Del resto, la critica ai socialdemocratici fuori tempo massimo è un cavallo di battaglia di Rutelli almeno dal 2005. Cioè da quando, durante un convegno a Fiesole, fece il gioco della torre è gettò la «socialdemocrazia» tra i rottami della storia. Il suo ragionamento si può riassumere così: la socialdemocrazia appartiene ormai ai tempi andati, è un simbolo di ciò che oggi non c'è più, cioè il Novecento non soltanto in senso cronologico, ma soprattutto culturale e politico. Perciò riproporla ora - come fa Bersani - è un'operazione destinata inevitabilmente a fallire.
E allora Francesco va via. «Subito - dice - anche se con dolore». Perché il Pd «è stato il sogno di molti anni». Evidentemente un sogno incompreso, se è vero che le posizioni espresse da Rutelli da un po' di tempo a questa parte sono state sistematicamente osteggiate dalla maggioranza del partito, sia che si trattasse di questioni politico-strategiche, sia di agende economiche, sia di temi etici. Cicciobello proponeva e il Pd cassava. Senza contare gli attacchi provenienti dalle parti della sinistra massimalista - la stessa con la quale oggi Bersani vuole riallacciare i fili del dialogo - che ha sempre dipinto l'ex segretario della Margherita come una sorta di infiltrato della destra e del Vaticano nel sacro suolo della gauche dura e pura. Tira un giorno, tira l'altro, ecco che la corda s'è spezzata.
Sciolto l'ormeggio, Rutelli riprende ora il suo viaggio nel mare magnum della politica italiana. Un viaggio che, partendo dal Partito Radicale di Marco Pannella, lo ha portato negli anni ad approdare nei Verdi, poi sul Campidoglio, poi nella Margherita e infine nel Pd. Oggi la direzione sembra segnata: il bel Francesco fa vela verso Pierferdinando Casini. Dice al Corriere: «Casini è un interlocutore essenziale. Ed è giusto guardare lontano: con proposte serie, si può puntare a unire molte altre energie. Sino a creare, in alcuni anni, la prima forza del paese». Un obiettivo ambizioso, ma intanto sognare è gratis, e così Rutelli benedice il «Manifesto per il cambiamento e il buongoverno» promosso nei giorni scorsi da Lorenzo Dellai, presidente della Provincia di Trento, a cui si sono aggregati Massimo Cacciari, Linda Lanzillotta, Bruno Tabacci e altri sei navigatori coraggiosi. Ai quali si potrebbe aggiungere anche Gianni Vernetti, ex sottosegretario agli Esteri del governo Prodi. E così sarebbero in 11 a tentare con Francesco, in attesa di Pierferdi, la nuova traversata verso la terra ignota, il mitico luogo «oltre la destra populista e la sinistra socialdemocratica». Vengono in mente le parole di una canzone di Bennato: «Poi la strada la trovi da te, porta all'isola che non c'è». A meno che questo non sia l'ennesimo cavallo di Troia per riproporre sotto mentite spoglie il vecchio e caro centro-sinistra col trattino. Chi vivrà, vedrà...
Gianteo Bordero
sabato 31 ottobre 2009
giovedì 29 ottobre 2009
DALLA CAMERA IL PRIMO SÌ AL «GIORNO DELLA MEMORIA DEI CADUTI IN MISSIONI INTERNAZIONALI»
da Ragionpolitica.it del 29 ottobre 2009
Martedì è arrivato dalla Camera dei Deputati il primo sì al progetto di legge che istituisce il «Giorno della memoria delle vittime di Nassiriya e di tutti i militari e civili italiani caduti in missioni internazionali». I voti favorevoli sono stati 492, 22 gli astenuti. Il testo votato a Montecitorio fissa quale data per la celebrazione del ricordo il 12 novembre, anniversario della strage di Nassiriya del 2003, nella quale, in seguito all'attentato suicida condotto dai terroristi islamici, persero la vita dodici carabinieri e cinque soldati dell'esercito impegnati nell'Operazione «Antica Babilonia», oltre che due civili di una troupe sul posto per girare un documentario. La legge prevede che, in occasione della ricorrenza, «le amministrazioni pubbliche possono organizzare cerimonie commemorative e celebrative e possono favorire, in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, la promozione e l'organizzazione di studi, di convegni e di momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione su quanto accaduto e sul valore del sacrificio dei caduti nelle missioni internazionali per la pace».
Quella assunta dalla Camera è una decisione che riveste due importanti significati: il primo è quello che riguarda il dovere della memoria, del necessario ricordo di tutti coloro che, impegnati nelle missioni internazioni di peace-keeping, sono morti sotto i colpi del terrorismo: giovani che hanno servito la nazione fino all'estremo sacrificio della vita; soldati che, oltre ad una elevata professionalità ormai riconosciuta dai maggiori partner internazionali dell'Italia, possedevano un altrettanto elevato senso di umanità che consentiva loro di essere visti dalle popolazioni locali non come nemici e invasori, ma come amici e liberatori. Un dato, quest'ultimo, che ci deve ancora oggi far tenere bene in mente la carica di odio e di disprezzo totale della vita che è insita nel fondamentalismo islamico, in qualsiasi Stato e a qualunque latitudine esso tenti di portare a compimento i suoi disegni di distruzione della civiltà. «Distruggere per distruggere - osservava Gianni Baget Bozzo nel settembre 2003 - è la tecnica politica del nichilismo, e il terrorismo islamico lo manifesta con grande chiarezza».
Il secondo significato insito nel testo approvato a Montecitorio è quello culturale ed educativo: sollecitare l'organizzazione di momenti di studio e approfondimento nelle scuole vuol dire favorire l'affermazione di un rinnovato sentimento di appartenenza alla patria, con tutto ciò che esso comporta in termini di conoscenza della nostra identità, della nostra storia, dei valori che stanno alla base della nostra civiltà. Che ciò avvenga proprio attraverso un Giorno del ricordo dei nostri militari caduti nelle missioni internazionali può rappresentare un punto di svolta dopo i lunghi decenni della demonizzazione della figura del soldato, punta dell'iceberg di una più vasta operazione di delegittimazione del concetto stesso di patria e di contestuale esaltazione di un pacifismo «politicamente corretto» che di certo non ha contribuito a far crescere nei giovani l'amore per la nazione e l'orgoglio dell'essere italiani.
Da questo punto di vista, non è casuale che l'iniziativa legislativa per istituire il Giorno della memoria provenga dalla coalizione di centrodestra e dal governo Berlusconi, ossia da chi, in questi ultimi anni, in particolar modo a partire dall'11 settembre 2001, ha fatto della difesa della civiltà occidentale e della promozione dei valori di libertà e democrazia il cardine della sua politica estera. Una politica dell'impegno al fianco dell'Occidente, contrapposta a quella del disimpegno praticata dai governi della sinistra, in particolare dal governo Prodi. Che la cultura dell'identità italiana e dell'appartenenza alla civiltà occidentale si possa oggi diffondere, anche grazie al Giorno della memoria, nelle scuole della Penisola è un altro contributo importante che il centrodestra dà alla nascita di un nuovo sentimento nazionale, più che mai necessario in tempi difficili come quelli che stiamo attraversando.
Gianteo Bordero
Martedì è arrivato dalla Camera dei Deputati il primo sì al progetto di legge che istituisce il «Giorno della memoria delle vittime di Nassiriya e di tutti i militari e civili italiani caduti in missioni internazionali». I voti favorevoli sono stati 492, 22 gli astenuti. Il testo votato a Montecitorio fissa quale data per la celebrazione del ricordo il 12 novembre, anniversario della strage di Nassiriya del 2003, nella quale, in seguito all'attentato suicida condotto dai terroristi islamici, persero la vita dodici carabinieri e cinque soldati dell'esercito impegnati nell'Operazione «Antica Babilonia», oltre che due civili di una troupe sul posto per girare un documentario. La legge prevede che, in occasione della ricorrenza, «le amministrazioni pubbliche possono organizzare cerimonie commemorative e celebrative e possono favorire, in particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, la promozione e l'organizzazione di studi, di convegni e di momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione su quanto accaduto e sul valore del sacrificio dei caduti nelle missioni internazionali per la pace».
Quella assunta dalla Camera è una decisione che riveste due importanti significati: il primo è quello che riguarda il dovere della memoria, del necessario ricordo di tutti coloro che, impegnati nelle missioni internazioni di peace-keeping, sono morti sotto i colpi del terrorismo: giovani che hanno servito la nazione fino all'estremo sacrificio della vita; soldati che, oltre ad una elevata professionalità ormai riconosciuta dai maggiori partner internazionali dell'Italia, possedevano un altrettanto elevato senso di umanità che consentiva loro di essere visti dalle popolazioni locali non come nemici e invasori, ma come amici e liberatori. Un dato, quest'ultimo, che ci deve ancora oggi far tenere bene in mente la carica di odio e di disprezzo totale della vita che è insita nel fondamentalismo islamico, in qualsiasi Stato e a qualunque latitudine esso tenti di portare a compimento i suoi disegni di distruzione della civiltà. «Distruggere per distruggere - osservava Gianni Baget Bozzo nel settembre 2003 - è la tecnica politica del nichilismo, e il terrorismo islamico lo manifesta con grande chiarezza».
Il secondo significato insito nel testo approvato a Montecitorio è quello culturale ed educativo: sollecitare l'organizzazione di momenti di studio e approfondimento nelle scuole vuol dire favorire l'affermazione di un rinnovato sentimento di appartenenza alla patria, con tutto ciò che esso comporta in termini di conoscenza della nostra identità, della nostra storia, dei valori che stanno alla base della nostra civiltà. Che ciò avvenga proprio attraverso un Giorno del ricordo dei nostri militari caduti nelle missioni internazionali può rappresentare un punto di svolta dopo i lunghi decenni della demonizzazione della figura del soldato, punta dell'iceberg di una più vasta operazione di delegittimazione del concetto stesso di patria e di contestuale esaltazione di un pacifismo «politicamente corretto» che di certo non ha contribuito a far crescere nei giovani l'amore per la nazione e l'orgoglio dell'essere italiani.
Da questo punto di vista, non è casuale che l'iniziativa legislativa per istituire il Giorno della memoria provenga dalla coalizione di centrodestra e dal governo Berlusconi, ossia da chi, in questi ultimi anni, in particolar modo a partire dall'11 settembre 2001, ha fatto della difesa della civiltà occidentale e della promozione dei valori di libertà e democrazia il cardine della sua politica estera. Una politica dell'impegno al fianco dell'Occidente, contrapposta a quella del disimpegno praticata dai governi della sinistra, in particolare dal governo Prodi. Che la cultura dell'identità italiana e dell'appartenenza alla civiltà occidentale si possa oggi diffondere, anche grazie al Giorno della memoria, nelle scuole della Penisola è un altro contributo importante che il centrodestra dà alla nascita di un nuovo sentimento nazionale, più che mai necessario in tempi difficili come quelli che stiamo attraversando.
Gianteo Bordero
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martedì 27 ottobre 2009
SEGRETARIO DOPO SEGRETARIO...
da Ragionpolitica.it del 27 ottobre 2009
Dalla nascita della Repubblica alla caduta del Muro di Berlino il Partito Comunista italiano vide avvicendarsi alla sua guida cinque segretari (Togliatti, Longo, Berlinguer, Natta, Occhetto). In media, nove anni per segretario. Dalla dissoluzione del PCI ad oggi i capi del partito postcomunista nelle sue varie denominazioni (Pds, Ds, Pd) sono stati - escluso l'ultimo arrivato Bersani - sei (Occhetto, D'Alema, Veltroni, Fassino, ancora Veltroni, Franceschini). In media, tre anni cadauno. Anche da questi numeri emerge lo stato confusionale nel quale si è trovata dopo il 1989 la sinistra erede del Partito Comunista, che ha consumato uno dopo l'altro, dopo averli osannati e incensati come i nuovi campioni delle «magnifiche sorti e progressive», i suoi leader. Scissioni, liti interne, inimicizie, rancori personali, duelli senza esclusione di colpi si sono moltiplicati stagione dopo stagione, anno dopo anno, lustro dopo lustro. Mentre tutt'attorno il mondo cambiava, come cambiava in tanti paesi la politica della sinistra orfana di Marx, i nipotini di Togliatti si contorcevano, tutti ripiegati su se stessi, in spietate lotte di potere, convinti che significasse ancora qualcosa tenere in mano il glorioso «corpaccione» del Partito, senza rendersi conto che l'anima era andata ormai perduta.
Non che nei decenni precedenti fossero mancate le guerre interne, anzi. Soltanto che esse venivano abilmente mascherate - e tacitate - sotto il velo del centralismo democratico, in nome dell'unità attorno all'ideale supremo, della rivoluzione da compiere, del mondo da rivoltare come un calzino per instaurare la dittatura del proletariato. Crollati i sogni, le utopie, le speranze, venuta meno la «spinta propulsiva», esauritesi la motivazione interiore, la tensione quasi religiosa per adempiere la missione, la fede nel verbo rosso, è dunque rimasta soltanto una snervante e massacrante lotta per il potere fine a se stesso. Il potere per il potere. Mentre un elettorato sempre più disilluso, spaesato e incerto abbandonava, elezione dopo elezione, l'antica casa madre, i dirigenti postcomunisti si concentravano unicamente in un'assurda battaglia autoreferenziale, pestandosi i piedi a vicenda, delegittimandosi l'un con l'altro, trasformando il loro impegno politico in una disperata caccia al Nemico interno.
Così le parole d'ordine di un tempo (la militanza, la vita di sezione, la tessera in tasca), svuotate del loro significato storico e carnale, sono diventate gli strumenti con cui tenere in vita il guscio del partito, senza però curarsi dello stato di salute interiore. Il quale è andato, giorno dopo giorno, peggiorando. E non sono servite le iniezioni «nuoviste» del cambio di nome, non è servito il maquillage per rendere affascinante un volto sfatto e rugoso, non è servita la chirurgia estetica su un corpo ormai flaccido e decadente. Quanto più si è voluto accelerare in questa direzione, senza avere a cuore l'anima politica del partito, tanto più i risultati sono stati disastrosi.
Basti pensare al Partito Democratico, che in due anni appena di vita si ritrova oggi ad avere il suo terzo segretario dopo la lunga guerra civile che ha portato prima all'affossamento di Veltroni e poi del suo epigono Franceschini da parte del sempiterno Massimo D'Alema. Il quale, pilotando Pierluigi Bersani alla guida del Pd, si ritrova oggi ad essere il vero simbolo della continuità col passato. Una continuità che, come abbiamo visto, non riguarda l'ideologia politica - ormai talmente vaga ed incerta da non essere neppure più definibile - ma unicamente la gestione interna del potere, la difesa degli apparati, il controllo delle sedi sul territorio, il mantenimento di una rete di «pacchetti elettorali» tale da garantire la sopravvivenza del partito. E' la solita illusione del postcomunismo italiano: pensare che il buon funzionamento della struttura possa supplire alla mancanza di idee, di progetti di governo, di radicamento nella mente e nel cuore del popolo - l'unica cosa che, in democrazia, conta veramente. Avanti il prossimo.
Gianteo Bordero
Dalla nascita della Repubblica alla caduta del Muro di Berlino il Partito Comunista italiano vide avvicendarsi alla sua guida cinque segretari (Togliatti, Longo, Berlinguer, Natta, Occhetto). In media, nove anni per segretario. Dalla dissoluzione del PCI ad oggi i capi del partito postcomunista nelle sue varie denominazioni (Pds, Ds, Pd) sono stati - escluso l'ultimo arrivato Bersani - sei (Occhetto, D'Alema, Veltroni, Fassino, ancora Veltroni, Franceschini). In media, tre anni cadauno. Anche da questi numeri emerge lo stato confusionale nel quale si è trovata dopo il 1989 la sinistra erede del Partito Comunista, che ha consumato uno dopo l'altro, dopo averli osannati e incensati come i nuovi campioni delle «magnifiche sorti e progressive», i suoi leader. Scissioni, liti interne, inimicizie, rancori personali, duelli senza esclusione di colpi si sono moltiplicati stagione dopo stagione, anno dopo anno, lustro dopo lustro. Mentre tutt'attorno il mondo cambiava, come cambiava in tanti paesi la politica della sinistra orfana di Marx, i nipotini di Togliatti si contorcevano, tutti ripiegati su se stessi, in spietate lotte di potere, convinti che significasse ancora qualcosa tenere in mano il glorioso «corpaccione» del Partito, senza rendersi conto che l'anima era andata ormai perduta.
Non che nei decenni precedenti fossero mancate le guerre interne, anzi. Soltanto che esse venivano abilmente mascherate - e tacitate - sotto il velo del centralismo democratico, in nome dell'unità attorno all'ideale supremo, della rivoluzione da compiere, del mondo da rivoltare come un calzino per instaurare la dittatura del proletariato. Crollati i sogni, le utopie, le speranze, venuta meno la «spinta propulsiva», esauritesi la motivazione interiore, la tensione quasi religiosa per adempiere la missione, la fede nel verbo rosso, è dunque rimasta soltanto una snervante e massacrante lotta per il potere fine a se stesso. Il potere per il potere. Mentre un elettorato sempre più disilluso, spaesato e incerto abbandonava, elezione dopo elezione, l'antica casa madre, i dirigenti postcomunisti si concentravano unicamente in un'assurda battaglia autoreferenziale, pestandosi i piedi a vicenda, delegittimandosi l'un con l'altro, trasformando il loro impegno politico in una disperata caccia al Nemico interno.
Così le parole d'ordine di un tempo (la militanza, la vita di sezione, la tessera in tasca), svuotate del loro significato storico e carnale, sono diventate gli strumenti con cui tenere in vita il guscio del partito, senza però curarsi dello stato di salute interiore. Il quale è andato, giorno dopo giorno, peggiorando. E non sono servite le iniezioni «nuoviste» del cambio di nome, non è servito il maquillage per rendere affascinante un volto sfatto e rugoso, non è servita la chirurgia estetica su un corpo ormai flaccido e decadente. Quanto più si è voluto accelerare in questa direzione, senza avere a cuore l'anima politica del partito, tanto più i risultati sono stati disastrosi.
Basti pensare al Partito Democratico, che in due anni appena di vita si ritrova oggi ad avere il suo terzo segretario dopo la lunga guerra civile che ha portato prima all'affossamento di Veltroni e poi del suo epigono Franceschini da parte del sempiterno Massimo D'Alema. Il quale, pilotando Pierluigi Bersani alla guida del Pd, si ritrova oggi ad essere il vero simbolo della continuità col passato. Una continuità che, come abbiamo visto, non riguarda l'ideologia politica - ormai talmente vaga ed incerta da non essere neppure più definibile - ma unicamente la gestione interna del potere, la difesa degli apparati, il controllo delle sedi sul territorio, il mantenimento di una rete di «pacchetti elettorali» tale da garantire la sopravvivenza del partito. E' la solita illusione del postcomunismo italiano: pensare che il buon funzionamento della struttura possa supplire alla mancanza di idee, di progetti di governo, di radicamento nella mente e nel cuore del popolo - l'unica cosa che, in democrazia, conta veramente. Avanti il prossimo.
Gianteo Bordero
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sabato 24 ottobre 2009
RIFORMA DELLO STATO. SINISTRA ALLA PROVA
da Ragionpolitica.it del 24 ottobre 2009
Ricevendo giovedì al Quirinale una delegazione dell'ANCI, l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rilanciato il tema della riforma delle istituzioni, affermando che essa «è indispensabile». Ed ha aggiunto: «Da troppo tempo queste questioni sono state anche largamente istruite e non si riesce ad arrivare a sbocchi che sono essenziali». A differenza di qualche suo predecessore, in particolare di Oscar Luigi Scalfaro, il quale durante il suo settennato contribuì ad alimentare il mito della Costituzione «sacra ed inviolabile», l'attuale inquilino del Colle ha scelto una linea riformista che può contribuire a creare uno spazio reale di incontro tra le forze politiche interessate a modernizzare l'architettura dello Stato.
Ora, il punto è questo: esiste davvero, tale volontà, nei partiti attualmente rappresentati nel parlamento italiano? Purtroppo dobbiamo prendere atto che, se da un lato la coalizione di centrodestra ha già da tempo formulato proposte di revisione della Costituzione per aggiornarne il testo tenendo conto dei mutamenti materiali di cui esso è stato oggetto da quindi anni a questa parte, dall'altro lato, a sinistra, sembra dominare un conservatorismo miope e fine a se stesso, che risponde con una lunga teoria di «no» ad ogni ipotesi di modifica costituzionale e istituzionale, gridando alla «lesa maestà», al «tentativo di instaurare un regime», al «ritorno del fascismo» sotto le mentite spoglie berlusconiane. E' chiaro che non è possibile portare avanti un discorso serio di riforma dello Stato fino a che a sinistra perdurerà tale atteggiamento di dogmatico arroccamento ideologico.
Eppure - si dirà - aperture al dialogo e al confronto da parte della gauche nostrana c'erano state: in occasione della Bicamerale presieduta da Massimo D'Alema nel 1997; dopo il discorso di Walter Veltroni al Lingotto dieci anni dopo; da ultimo con la «bozza Violante» di cui ancora si discute in parlamento. Peccato soltanto che alle buone intenzioni non siano poi seguiti i fatti e che, quando si è trattato di dire un «sì» chiaro e distinto alla modifica dell'architettura istituzionale abbiano prevalso, nello schieramento di sinistra, i distinguo, i «ma» e i «se», le insanabili contraddizioni tra l'ala riformista e quella ideologicamente intransigente.
Questa schizofrenia dei partiti oggi all'opposizione riguardo al tema della cosiddetta «grande riforma» è emersa in maniera evidente in due frangenti della recente storia politica del paese. Primo: al termine della legislatura 1996-2001, ormai certa della sconfitta alle elezioni, nel disperato tentativo di sedurre la Lega Nord per una improbabile alleanza, la sinistra promosse, a colpi di maggioranza, la sciagurata modifica del titolo V della Costituzione, ampliando i poteri assegnati alle Regioni e creando un confuso sistema di materie concorrenti che comportò un'assurda moltiplicazione dei centri di spesa e una destrutturazione delle funzioni del governo centrale in questioni di rilevanza nazionale, oltre che una pioggia di ricorsi di attribuzione davanti alla Consulta.
Secondo episodio: quando, nella legislatura 2001-2006, vi fu la reale possibilità di un aggiornamento organico del sistema istituzionale grazie alla riforma promossa dal centrodestra, la gauche, cedendo agli animal spirits dell'antiberlusconismo fanatico che erano l'unico collante dell'Unione prodiana, si oppose in tutti i modi possibili e immaginabili, anche in vista delle elezioni politiche del 2006 che essa credeva di stravincere alimentando l'odio preconcetto nei confronti del Cavaliere. Dalle urne la vittoria netta non uscì, ma tanto bastò a far naufragare, col referendum costituzionale del giugno di quell'anno, il testo votato dall'allora Casa delle Libertà. Il dato che deve far riflettere è che uno degli argomenti propagandistici che vennero usati per combattere la riforma della Cdl fu quello secondo cui essa metteva a rischio l'unità nazionale, mentre era vero il contrario: e cioè che il centrodestra aveva tentato di mettere ordine al caos generato dalla già citata modifica del titolo V voluta della sinistra, e quindi di preservare l'unità nazionale messa a rischio dalla riforma gauchista. Se questa menzogna, da un lato, servì all'Unione per serrare i ranghi contro Berlusconi, dall'altro rivelò il modo strumentale di intendere la riforma costituzionale da parte della sinistra: quando torna utile a fini elettorali la Carta si può modificare senza scrupoli e senza remore; quando non si può andare subito all'incasso, invece, essa torna ad essere intoccabile e irreformabile.
Vedremo ora, dopo le parole del presidente della Repubblica, se l'attuale opposizione, erede dell'alleanza prodiana, riuscirà a dare un taglio netto con questo passato fatto di doppiogiochismo e di tatticismo fine a se stesso, iniziando a dialogare sul serio con la maggioranza, oppure continuerà a trattare una materia decisiva come quella della riforma dello Stato come strumento di propaganda contro il Nemico.
Gianteo Bordero
Ricevendo giovedì al Quirinale una delegazione dell'ANCI, l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rilanciato il tema della riforma delle istituzioni, affermando che essa «è indispensabile». Ed ha aggiunto: «Da troppo tempo queste questioni sono state anche largamente istruite e non si riesce ad arrivare a sbocchi che sono essenziali». A differenza di qualche suo predecessore, in particolare di Oscar Luigi Scalfaro, il quale durante il suo settennato contribuì ad alimentare il mito della Costituzione «sacra ed inviolabile», l'attuale inquilino del Colle ha scelto una linea riformista che può contribuire a creare uno spazio reale di incontro tra le forze politiche interessate a modernizzare l'architettura dello Stato.
Ora, il punto è questo: esiste davvero, tale volontà, nei partiti attualmente rappresentati nel parlamento italiano? Purtroppo dobbiamo prendere atto che, se da un lato la coalizione di centrodestra ha già da tempo formulato proposte di revisione della Costituzione per aggiornarne il testo tenendo conto dei mutamenti materiali di cui esso è stato oggetto da quindi anni a questa parte, dall'altro lato, a sinistra, sembra dominare un conservatorismo miope e fine a se stesso, che risponde con una lunga teoria di «no» ad ogni ipotesi di modifica costituzionale e istituzionale, gridando alla «lesa maestà», al «tentativo di instaurare un regime», al «ritorno del fascismo» sotto le mentite spoglie berlusconiane. E' chiaro che non è possibile portare avanti un discorso serio di riforma dello Stato fino a che a sinistra perdurerà tale atteggiamento di dogmatico arroccamento ideologico.
Eppure - si dirà - aperture al dialogo e al confronto da parte della gauche nostrana c'erano state: in occasione della Bicamerale presieduta da Massimo D'Alema nel 1997; dopo il discorso di Walter Veltroni al Lingotto dieci anni dopo; da ultimo con la «bozza Violante» di cui ancora si discute in parlamento. Peccato soltanto che alle buone intenzioni non siano poi seguiti i fatti e che, quando si è trattato di dire un «sì» chiaro e distinto alla modifica dell'architettura istituzionale abbiano prevalso, nello schieramento di sinistra, i distinguo, i «ma» e i «se», le insanabili contraddizioni tra l'ala riformista e quella ideologicamente intransigente.
Questa schizofrenia dei partiti oggi all'opposizione riguardo al tema della cosiddetta «grande riforma» è emersa in maniera evidente in due frangenti della recente storia politica del paese. Primo: al termine della legislatura 1996-2001, ormai certa della sconfitta alle elezioni, nel disperato tentativo di sedurre la Lega Nord per una improbabile alleanza, la sinistra promosse, a colpi di maggioranza, la sciagurata modifica del titolo V della Costituzione, ampliando i poteri assegnati alle Regioni e creando un confuso sistema di materie concorrenti che comportò un'assurda moltiplicazione dei centri di spesa e una destrutturazione delle funzioni del governo centrale in questioni di rilevanza nazionale, oltre che una pioggia di ricorsi di attribuzione davanti alla Consulta.
Secondo episodio: quando, nella legislatura 2001-2006, vi fu la reale possibilità di un aggiornamento organico del sistema istituzionale grazie alla riforma promossa dal centrodestra, la gauche, cedendo agli animal spirits dell'antiberlusconismo fanatico che erano l'unico collante dell'Unione prodiana, si oppose in tutti i modi possibili e immaginabili, anche in vista delle elezioni politiche del 2006 che essa credeva di stravincere alimentando l'odio preconcetto nei confronti del Cavaliere. Dalle urne la vittoria netta non uscì, ma tanto bastò a far naufragare, col referendum costituzionale del giugno di quell'anno, il testo votato dall'allora Casa delle Libertà. Il dato che deve far riflettere è che uno degli argomenti propagandistici che vennero usati per combattere la riforma della Cdl fu quello secondo cui essa metteva a rischio l'unità nazionale, mentre era vero il contrario: e cioè che il centrodestra aveva tentato di mettere ordine al caos generato dalla già citata modifica del titolo V voluta della sinistra, e quindi di preservare l'unità nazionale messa a rischio dalla riforma gauchista. Se questa menzogna, da un lato, servì all'Unione per serrare i ranghi contro Berlusconi, dall'altro rivelò il modo strumentale di intendere la riforma costituzionale da parte della sinistra: quando torna utile a fini elettorali la Carta si può modificare senza scrupoli e senza remore; quando non si può andare subito all'incasso, invece, essa torna ad essere intoccabile e irreformabile.
Vedremo ora, dopo le parole del presidente della Repubblica, se l'attuale opposizione, erede dell'alleanza prodiana, riuscirà a dare un taglio netto con questo passato fatto di doppiogiochismo e di tatticismo fine a se stesso, iniziando a dialogare sul serio con la maggioranza, oppure continuerà a trattare una materia decisiva come quella della riforma dello Stato come strumento di propaganda contro il Nemico.
Gianteo Bordero
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giovedì 22 ottobre 2009
QUELLI CHE VOGLIONO UCCIDERE BERLUSCONI
da Ragionpolitica.it del 22 ottobre 2009
Chissà perché gli amministratori di Facebook, solitamente solerti nel cancellare dal social network le pagine che incitano all'odio ideologico, religioso o razziale, non hanno ancora oscurato il gruppo «Uccidiamo Berlusconi», salito in questi giorni agli onori delle cronache nazionali all'interno del dibattito sulla sicurezza del premier. Mistero... Comunque sia, il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha annunciato nelle scorse ore di aver dato disposizioni «affinché il sito venga chiuso subito e tutti quelli che sono intervenuti siano denunciati alla magistratura. E' apologia di reato. Anzi peggio». Secondo il responsabile del Viminale, infatti, c'è il rischio che qualcuno possa passare dalle minacce verbali ai fatti, in un clima di odio che «può portare qualche mente malata ad ipotizzare azioni di questo tipo». Mercoledì era stato il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ad augurarsi un intervento immediato della magistratura, ribadendo che esiste «un grande tema di sicurezza che riguarda la persona del presidente del Consiglio». L'inchiesta invocata dal Guardasigilli è stata aperta dalla Procura di Roma, che ha dato incarico alla Polizia Postale di chiedere ai gestori di Facebook di oscurare le pagine contenenti le minacce contro Berlusconi. La procura capitolina ha inoltre sollecitato gli amministratori del social network a fornire i dati riguardanti i responsabili delle minacce.
Intanto il gruppo telematico in questione continua a raccogliere adepti: nelle ultime ore sono saliti a 22.000. Uno dei membri, orgoglioso delle continue iscrizioni, commenta: «L'Italia si sta svegliando. Dai ragazzi, rimaniamo uniti». In tanti, dopo aver appreso le dichiarazioni del ministro Maroni citate in precedenza, fanno addirittura i martiri del regime e invocano la libertà di espressione richiamando l'articolo 21 della Carta costituzionale. Dimenticando che libertà d'espressione non significa libertà di insulto, libertà di minaccia e libertà d'istigazione alla violenza. Del resto, basta dare un'occhiata ai post che freneticamente, di minuto in minuto, vengono pubblicati sul social network per rendersi conto che qui non siamo di fronte a una normale manifestazione del pensiero, ma a un'esplosione di odio (per ora solo verbale) al di fuori di qualunque logica civile e democratica. Siamo, appunto, nel campo dei reati puniti dal diritto penale ogni volta che la persona si ritrova ad essere vittima di azioni che calpestino la sua dignità, la sua onorabilità e ne mettano a rischio l'incolumità.
Che i membri del gruppo «Uccidiamo Berlusconi» non se ne rendano conto, che addirittura ci scherzino su e, in tono di sfida nei confronti del ministro Maroni, si «autodenuncino» e scrivano «ci vediamo in tribunale» è la spia di quanto in basso i pasdaran dell'antiberlusconismo abbiano condotto il dibattito pubblico, trasformandolo in un'arena nella quale una moltitudine di fanatici toreri cerca di abbattere la vittima predestinata, costi quel che costi. Perciò non c'è da sorprendersi se in quest'aria polverosa e avvelenata dalla continua demonizzazione e delegittimazione morale ed esistenziale del presidente del Consiglio si moltiplichino i segnali di imbarbarimento come quello di cui ci stiamo occupando. Come ha affermato il portavoce del Popolo della Libertà, Daniele Capezzone, «la dose di odio sta superando la modica quantità e da questa cosa non può venire nulla di buono. E' un avvelenamento del dibattito pubblico».
Sarebbe ora che le forze di opposizione che a parole si dicono «responsabili» e «rispettose delle istituzioni» dimostrassero davvero di esserlo e contribuissero a svelenire un'aria che, giorno dopo giorno, si fa sempre più irrespirabile. Oggi è più che mai necessario, come ha sottolineato mercoledì il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che tutti collaborino per «fermare questa campagna di odio che può provocare la riproposizione di forme di terrorismo nella nostra società». Infatti «si è diffuso talmente tanto di quel vento che è legittimo il timore che ne possa venire tempesta, in un paese che ha conosciuto per quarant'anni un terrorismo rosso ideologizzato».
Gianteo Bordero
Chissà perché gli amministratori di Facebook, solitamente solerti nel cancellare dal social network le pagine che incitano all'odio ideologico, religioso o razziale, non hanno ancora oscurato il gruppo «Uccidiamo Berlusconi», salito in questi giorni agli onori delle cronache nazionali all'interno del dibattito sulla sicurezza del premier. Mistero... Comunque sia, il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, ha annunciato nelle scorse ore di aver dato disposizioni «affinché il sito venga chiuso subito e tutti quelli che sono intervenuti siano denunciati alla magistratura. E' apologia di reato. Anzi peggio». Secondo il responsabile del Viminale, infatti, c'è il rischio che qualcuno possa passare dalle minacce verbali ai fatti, in un clima di odio che «può portare qualche mente malata ad ipotizzare azioni di questo tipo». Mercoledì era stato il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ad augurarsi un intervento immediato della magistratura, ribadendo che esiste «un grande tema di sicurezza che riguarda la persona del presidente del Consiglio». L'inchiesta invocata dal Guardasigilli è stata aperta dalla Procura di Roma, che ha dato incarico alla Polizia Postale di chiedere ai gestori di Facebook di oscurare le pagine contenenti le minacce contro Berlusconi. La procura capitolina ha inoltre sollecitato gli amministratori del social network a fornire i dati riguardanti i responsabili delle minacce.
Intanto il gruppo telematico in questione continua a raccogliere adepti: nelle ultime ore sono saliti a 22.000. Uno dei membri, orgoglioso delle continue iscrizioni, commenta: «L'Italia si sta svegliando. Dai ragazzi, rimaniamo uniti». In tanti, dopo aver appreso le dichiarazioni del ministro Maroni citate in precedenza, fanno addirittura i martiri del regime e invocano la libertà di espressione richiamando l'articolo 21 della Carta costituzionale. Dimenticando che libertà d'espressione non significa libertà di insulto, libertà di minaccia e libertà d'istigazione alla violenza. Del resto, basta dare un'occhiata ai post che freneticamente, di minuto in minuto, vengono pubblicati sul social network per rendersi conto che qui non siamo di fronte a una normale manifestazione del pensiero, ma a un'esplosione di odio (per ora solo verbale) al di fuori di qualunque logica civile e democratica. Siamo, appunto, nel campo dei reati puniti dal diritto penale ogni volta che la persona si ritrova ad essere vittima di azioni che calpestino la sua dignità, la sua onorabilità e ne mettano a rischio l'incolumità.
Che i membri del gruppo «Uccidiamo Berlusconi» non se ne rendano conto, che addirittura ci scherzino su e, in tono di sfida nei confronti del ministro Maroni, si «autodenuncino» e scrivano «ci vediamo in tribunale» è la spia di quanto in basso i pasdaran dell'antiberlusconismo abbiano condotto il dibattito pubblico, trasformandolo in un'arena nella quale una moltitudine di fanatici toreri cerca di abbattere la vittima predestinata, costi quel che costi. Perciò non c'è da sorprendersi se in quest'aria polverosa e avvelenata dalla continua demonizzazione e delegittimazione morale ed esistenziale del presidente del Consiglio si moltiplichino i segnali di imbarbarimento come quello di cui ci stiamo occupando. Come ha affermato il portavoce del Popolo della Libertà, Daniele Capezzone, «la dose di odio sta superando la modica quantità e da questa cosa non può venire nulla di buono. E' un avvelenamento del dibattito pubblico».
Sarebbe ora che le forze di opposizione che a parole si dicono «responsabili» e «rispettose delle istituzioni» dimostrassero davvero di esserlo e contribuissero a svelenire un'aria che, giorno dopo giorno, si fa sempre più irrespirabile. Oggi è più che mai necessario, come ha sottolineato mercoledì il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, che tutti collaborino per «fermare questa campagna di odio che può provocare la riproposizione di forme di terrorismo nella nostra società». Infatti «si è diffuso talmente tanto di quel vento che è legittimo il timore che ne possa venire tempesta, in un paese che ha conosciuto per quarant'anni un terrorismo rosso ideologizzato».
Gianteo Bordero
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martedì 20 ottobre 2009
NO ALL'ORA DI ISLAM NELLE SCUOLE ITALIANE
da Ragionpolitica.it del 20 ottobre 2009
Meglio non scherzare col fuoco e cercare di capire perché la proposta di introdurre un'ora facoltativa di religione islamica nelle scuole italiane, avanzata sabato dalla fondazione «Farefuturo», non può essere accolta. Innanzitutto occorre ricordare che l'insegnamento della religione cattolica negli istituti scolastici del nostro paese è regolata da un Concordato tra la Chiesa e lo Stato, tra la gerarchia cattolica e i vertici istituzionali italiani. Ora, è del tutto evidente che, stante l'attuale normativa (fondata sull'articolo 8 della Costituzione), anche l'inserimento di un'ora di islam non potrebbe non seguire questa dinamica concordataria ed essere organizzato senza un previo Patto con le massime autorità musulmane, al fine di specificare natura e limiti dell'insegnamento della loro religione nelle scuole italiane e di stabilire il metodo di reclutamento dei docenti. Purtroppo si dà il caso che l'islam non conosca al suo interno una gerarchizzazione come quella che caratterizza la Chiesa cattolica, come neppure conosce la stessa idea di Chiesa come istituzione, che invece è connaturata al cristianesimo. E neanche è possibile paragonare l'imam al sacerdote cattolico che amministra i sacramenti dopo un percorso che lo ha portato all'ordinazione sacra. L'islam non ha un clero che «media» tra l'uomo e Dio: è immediato nel rapporto tra Allah e il «sottomesso» (così la religione musulmana considera il fedele). E' chiaro, rebus sic stantibus, che risulta impossibile addivenire a una qualche forma di Concordato con l'islam simile a quella che regola le relazioni tra Stato italiano e Chiesa cattolica. A meno che non si vogliano considerare rappresentanti di tutta la comunità musulmana presente nel nostro paese gli imam delle moschee, le quali però sono frequentate da una minima percentuale di fedeli, che di solito è la più permeabile a un indottrinamento di stampo fondamentalista. Catapultare nelle aule scolastiche italiane questi imam sarebbe il più grande regalo per quei predicatori del venerdì che fomentano l'odio nei confronti della nostra civiltà, della nostra storia, della nostra società.
Secondo punto. «Farefuturo», nel formulare la sua proposta, parte dal presupposto del «ruolo positivo delle religioni all'interno di uno Stato laico, quale elemento importante nel processo formativo umano e culturale». Ora, anche qui siamo ai ragionamenti un tanto al chilo, se non alla riproposizione di uno dei cliché maggiormente abusati dal «politicamente corretto»: tutte le religioni sono buone in quanto tali. Con l'implicito corollario relativista che ne segue: ogni religione è vera relativamente al proprio credo perché nessuna religione possiede la verità assoluta, che non esiste. Non bisogna andar troppo lontano per sfatare questo mito buonista: chi di noi può ritenere «buona e vera» una religione che, ad esempio, prescrive ai suoi fedeli di uccidere i miscredenti, che considera la donna alla stregua di un oggetto nelle mani dell'uomo, che prevede (negli Stati in cui essa conquista il potere politico) una «imposta di sottomissione» per i seguaci di altre religioni? Inoltre, per quel che riguarda la questione della laicità a cui accenna il documento di «Farefuturo», è evidente che una religione non vale l'altra: il cristianesimo, che con le parole di Gesù («Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio») ha stabilito una netta distinzione tra sfera civile e sfera religiosa, ha al suo stesso interno i semi di una sana laicità e per questo il suo insegnamento in una scuola di Stato non pone problemi. Anzi: è un aiuto oggettivo a comprendere come e quanto un corretto rapporto tra fede religiosa e potere civile possa contribuire a rendere più umana, rispettosa e giusta la società. Altrettanto non si può dire dell'islam, che non conosce nulla di simile all'insegnamento di Gesù in materia di distinzione tra potere spirituale e potere temporale.
Terzo punto. Hanno ragione coloro i quali dicono che l'Italia ha la sua tradizione e la sua storia, ed è necessario che la scuola pubblica faccia in primis conoscere ai giovani tale tradizione e tale storia. Ciò riguarda tutti, sia gli studenti italiani sia gli studenti stranieri (musulmani in particolare, visto che molti figli d'immigrati provengono da paesi di cultura cristiana quali quelli dell'est europeo) che frequentano gli istituti statali. Considerato che la nostra nazione ha le sue peculiarità culturali e religiose, il primo dovere di chi frequenta la nostra scuola è confrontarsi con queste specificità, con questa ipotesi di lavoro, approfondendone lo studio e prendendo sul serio quanto essa ha trasmesso nel corso dei secoli per arrivare sino a noi, scegliendo infine se aderirvi o meno. Prima di proporre l'ora di islam, meglio sarebbe far bene conoscere le caratteristiche del nostro essere italiani. Altrimenti il rischio è quello di mettere sullo stesso piano tutte le culture e tutte le tradizioni religiose, come se fosse di nessuna importanza il dato storico ed empirico dell'appartenenza dell'Italia ad una in particolare di queste.
In tale direzione sembrano andare le dichiarazioni di coloro che da sinistra, in risposta all'idea lanciata da «Farefuturo», hanno parlato della necessità di introdurre, al posto dell'insegnamento della religione cattolica, una generica e «neutra» storia delle religioni: ora, a parte il fatto che i docenti di religione in ruolo nella scuola italiana già fanno, nelle loro lezioni, una breve storia delle varie esperienze religiose dell'umanità all'interno della quale inquadrare l'avvenimento cristiano, ciò avrebbe pesanti ripercussioni dal punto di vista pedagogico, perché finirebbe col relativizzare ogni punto di vista, trasformando la scuola in un supermarket multiculturale e multireligioso nel quale ognuno sceglie, senza troppo impegno e a livello meramente teorico, il prodotto del momento. E' un modello che ha già fallito in molti paesi europei e che di certo non aiuta l'integrazione: al contrario, favorisce la dis-integrazione delle identità nel nome di un relativismo che nulla costruisce ma tutto, nichilisticamente, distrugge.
Gianteo Bordero
Meglio non scherzare col fuoco e cercare di capire perché la proposta di introdurre un'ora facoltativa di religione islamica nelle scuole italiane, avanzata sabato dalla fondazione «Farefuturo», non può essere accolta. Innanzitutto occorre ricordare che l'insegnamento della religione cattolica negli istituti scolastici del nostro paese è regolata da un Concordato tra la Chiesa e lo Stato, tra la gerarchia cattolica e i vertici istituzionali italiani. Ora, è del tutto evidente che, stante l'attuale normativa (fondata sull'articolo 8 della Costituzione), anche l'inserimento di un'ora di islam non potrebbe non seguire questa dinamica concordataria ed essere organizzato senza un previo Patto con le massime autorità musulmane, al fine di specificare natura e limiti dell'insegnamento della loro religione nelle scuole italiane e di stabilire il metodo di reclutamento dei docenti. Purtroppo si dà il caso che l'islam non conosca al suo interno una gerarchizzazione come quella che caratterizza la Chiesa cattolica, come neppure conosce la stessa idea di Chiesa come istituzione, che invece è connaturata al cristianesimo. E neanche è possibile paragonare l'imam al sacerdote cattolico che amministra i sacramenti dopo un percorso che lo ha portato all'ordinazione sacra. L'islam non ha un clero che «media» tra l'uomo e Dio: è immediato nel rapporto tra Allah e il «sottomesso» (così la religione musulmana considera il fedele). E' chiaro, rebus sic stantibus, che risulta impossibile addivenire a una qualche forma di Concordato con l'islam simile a quella che regola le relazioni tra Stato italiano e Chiesa cattolica. A meno che non si vogliano considerare rappresentanti di tutta la comunità musulmana presente nel nostro paese gli imam delle moschee, le quali però sono frequentate da una minima percentuale di fedeli, che di solito è la più permeabile a un indottrinamento di stampo fondamentalista. Catapultare nelle aule scolastiche italiane questi imam sarebbe il più grande regalo per quei predicatori del venerdì che fomentano l'odio nei confronti della nostra civiltà, della nostra storia, della nostra società.
Secondo punto. «Farefuturo», nel formulare la sua proposta, parte dal presupposto del «ruolo positivo delle religioni all'interno di uno Stato laico, quale elemento importante nel processo formativo umano e culturale». Ora, anche qui siamo ai ragionamenti un tanto al chilo, se non alla riproposizione di uno dei cliché maggiormente abusati dal «politicamente corretto»: tutte le religioni sono buone in quanto tali. Con l'implicito corollario relativista che ne segue: ogni religione è vera relativamente al proprio credo perché nessuna religione possiede la verità assoluta, che non esiste. Non bisogna andar troppo lontano per sfatare questo mito buonista: chi di noi può ritenere «buona e vera» una religione che, ad esempio, prescrive ai suoi fedeli di uccidere i miscredenti, che considera la donna alla stregua di un oggetto nelle mani dell'uomo, che prevede (negli Stati in cui essa conquista il potere politico) una «imposta di sottomissione» per i seguaci di altre religioni? Inoltre, per quel che riguarda la questione della laicità a cui accenna il documento di «Farefuturo», è evidente che una religione non vale l'altra: il cristianesimo, che con le parole di Gesù («Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio») ha stabilito una netta distinzione tra sfera civile e sfera religiosa, ha al suo stesso interno i semi di una sana laicità e per questo il suo insegnamento in una scuola di Stato non pone problemi. Anzi: è un aiuto oggettivo a comprendere come e quanto un corretto rapporto tra fede religiosa e potere civile possa contribuire a rendere più umana, rispettosa e giusta la società. Altrettanto non si può dire dell'islam, che non conosce nulla di simile all'insegnamento di Gesù in materia di distinzione tra potere spirituale e potere temporale.
Terzo punto. Hanno ragione coloro i quali dicono che l'Italia ha la sua tradizione e la sua storia, ed è necessario che la scuola pubblica faccia in primis conoscere ai giovani tale tradizione e tale storia. Ciò riguarda tutti, sia gli studenti italiani sia gli studenti stranieri (musulmani in particolare, visto che molti figli d'immigrati provengono da paesi di cultura cristiana quali quelli dell'est europeo) che frequentano gli istituti statali. Considerato che la nostra nazione ha le sue peculiarità culturali e religiose, il primo dovere di chi frequenta la nostra scuola è confrontarsi con queste specificità, con questa ipotesi di lavoro, approfondendone lo studio e prendendo sul serio quanto essa ha trasmesso nel corso dei secoli per arrivare sino a noi, scegliendo infine se aderirvi o meno. Prima di proporre l'ora di islam, meglio sarebbe far bene conoscere le caratteristiche del nostro essere italiani. Altrimenti il rischio è quello di mettere sullo stesso piano tutte le culture e tutte le tradizioni religiose, come se fosse di nessuna importanza il dato storico ed empirico dell'appartenenza dell'Italia ad una in particolare di queste.
In tale direzione sembrano andare le dichiarazioni di coloro che da sinistra, in risposta all'idea lanciata da «Farefuturo», hanno parlato della necessità di introdurre, al posto dell'insegnamento della religione cattolica, una generica e «neutra» storia delle religioni: ora, a parte il fatto che i docenti di religione in ruolo nella scuola italiana già fanno, nelle loro lezioni, una breve storia delle varie esperienze religiose dell'umanità all'interno della quale inquadrare l'avvenimento cristiano, ciò avrebbe pesanti ripercussioni dal punto di vista pedagogico, perché finirebbe col relativizzare ogni punto di vista, trasformando la scuola in un supermarket multiculturale e multireligioso nel quale ognuno sceglie, senza troppo impegno e a livello meramente teorico, il prodotto del momento. E' un modello che ha già fallito in molti paesi europei e che di certo non aiuta l'integrazione: al contrario, favorisce la dis-integrazione delle identità nel nome di un relativismo che nulla costruisce ma tutto, nichilisticamente, distrugge.
Gianteo Bordero
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sabato 17 ottobre 2009
SEMINATORI D'ODIO
da Ragionpolitica.it del 17 ottobre 2009
Immaginiamo per un attimo questa scena. A Palazzo Chigi siede un presidente del Consiglio del centrosinistra - mettiamo un redivivo Prodi - e un bel giorno un giovane dirigente del Popolo della Libertà apre la sua pagina su Facebook e scrive le seguenti parole: «Ma santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa al Professore?». Che cosa accadrebbe? Come minimo, dopo cinque minuti il giovanotto si ritroverebbe sotto casa la Digos, i Carabinieri, l'Esercito, i militanti dell'Italia dei Valori, i lettori di Repubblica, i compagni al caviale e i reduci della falce e martello pronti a dare la caccia all'eversore, in difesa della democrazia, delle istituzioni e della libertà della nazione. Le penne dell'intellighenzia gauchista scriverebbero sùbito allarmati e concitati appelli alla Corte di Strasburgo, all'ONU e forse persino all'odiata NATO per allertarla sull'imminente pericolo per le sorti del Belpaese. Un dispiegamento di poliziotti, soldati e Caschi Blu farebbe immediatamente un bel girotondo attorno alla sede del governo a protezione del premier. In un batter d'occhio il parlamento sospenderebbe i suoi lavori. La televisione pubblica interromperebbe di colpo le regolari trasmissioni per fare dirette e non stop con inviati sul campo e centinaia di telecamere a seguire l'evolvere della situazione.
Fine del sogno. Torniamo nella realtà e che cosa vediamo? Vediamo il coordinatore dei giovani del Pd di Vignola, provincia di Modena, tal Matteo Mezzadri, che invoca su Facebook una «pallottola in testa per Berlusconi». E vediamo i suoi colleghi di partito che, dopo aver fatto rimuovere la scritta dal social network e aver fatto dimettere l'estensore dal suo incarico, minimizzano, sdrammatizzano, ricorrendo al vecchio adagio del «compagno che sbaglia» tanto caro al Partito Comunista ai tempi delle Brigate Rosse. Poi vediamo i giornali della sinistra (La Repubblica e L'Unità su tutte) che, invece di indignarsi e gridare ai quattro venti la loro preoccupazione democratica, come se niente fosse offuscano la notizia. Chi tace acconsente. E infine vediamo le trasmissioni cult della gauche nostrana, condotte dagli indomiti paladini della libertà d'espressione, che sorvolano, parlano d'altro, continuando tranquillamente nella loro quotidiana opera di delegittimazione totale del presidente del Consiglio. Alla faccia della completezza dell'informazione!
Che dire? Che evidentemente le minacce e le intimidazioni non possono essere definite tali se ad esserne oggetto è Berlusconi; e che il pericolo per la tenuta della democrazia esiste soltanto se sotto attacco finiscono gli uomini della sinistra, mentre quando nel mirino ci sono uomini della destra, e il Cavaliere in particolare, tutto va bene, madama la marchesa! E' davvero un quadro desolante. E preoccupante: non può lasciare tranquilli, infatti, una situazione nella quale le manifestazioni d'odio e d'incitazione alla violenza nei confronti di un capo del governo democraticamente eletto vengono ridotte a burletta o tollerate - quando non alimentate - da partiti presenti in parlamento che si dicono fedeli alle istituzioni, dalla maggioranza della sedicente «libera stampa» del paese e dalla quasi totalità delle principali trasmissioni televisive di approfondimento politico. E' veramente un brutto clima, che Vittorio Feltri, sul Giornale di giovedì, ha paragonato a quello dei primi anni Settanta, «quando si cominciò quasi per scherzo a invocare l'uso delle armi allo scopo di ottenere risultati meno banali di quelli strappati in parlamento dal Pci». Sappiamo tutti che cosa venne fuori da quelle che la sinistra catalogava allora come semplici «ragazzate». Quindi meglio non scherzare col fuoco, tanto più che negli ultimi giorni i segnali di odio e di chiamata alla rivolta in vecchio stile rosso contro Berlusconi si stanno purtroppo moltiplicando (si veda un recente articolo di Toni Negri - ospitato dalla rivista della fondazione dalemiana Italianieuropei - col suo richiamo ai moti contro il governo Tambroni), col risultato di intossicare ulteriormente un clima già saturo di veleni.
Se vi fosse nel nostro paese una sinistra seria e responsabile, essa contribuirebbe a placare i bollenti spiriti e chiamerebbe alla calma il suo popolo. Purtroppo, oggi non esistono più né la sinistra né il suo popolo e lo spazio lasciato vuoto è occupato dagli avvelenatori di pozzi, dagli spacciatori d'odio, dagli strateghi dell'abbattimento del Cavaliere Nero per via non democratica - per usare un eufemismo. La ritirata della sinistra dalla vera politica ha lasciato la scena agli urlatori fedeli al vecchio motto voltairiano aggiornato ai tempi odierni: «Minacciate, maledite, odiate. Qualcosa resterà».
Gianteo Bordero
Immaginiamo per un attimo questa scena. A Palazzo Chigi siede un presidente del Consiglio del centrosinistra - mettiamo un redivivo Prodi - e un bel giorno un giovane dirigente del Popolo della Libertà apre la sua pagina su Facebook e scrive le seguenti parole: «Ma santo cielo, possibile che nessuno sia in grado di ficcare una pallottola in testa al Professore?». Che cosa accadrebbe? Come minimo, dopo cinque minuti il giovanotto si ritroverebbe sotto casa la Digos, i Carabinieri, l'Esercito, i militanti dell'Italia dei Valori, i lettori di Repubblica, i compagni al caviale e i reduci della falce e martello pronti a dare la caccia all'eversore, in difesa della democrazia, delle istituzioni e della libertà della nazione. Le penne dell'intellighenzia gauchista scriverebbero sùbito allarmati e concitati appelli alla Corte di Strasburgo, all'ONU e forse persino all'odiata NATO per allertarla sull'imminente pericolo per le sorti del Belpaese. Un dispiegamento di poliziotti, soldati e Caschi Blu farebbe immediatamente un bel girotondo attorno alla sede del governo a protezione del premier. In un batter d'occhio il parlamento sospenderebbe i suoi lavori. La televisione pubblica interromperebbe di colpo le regolari trasmissioni per fare dirette e non stop con inviati sul campo e centinaia di telecamere a seguire l'evolvere della situazione.
Fine del sogno. Torniamo nella realtà e che cosa vediamo? Vediamo il coordinatore dei giovani del Pd di Vignola, provincia di Modena, tal Matteo Mezzadri, che invoca su Facebook una «pallottola in testa per Berlusconi». E vediamo i suoi colleghi di partito che, dopo aver fatto rimuovere la scritta dal social network e aver fatto dimettere l'estensore dal suo incarico, minimizzano, sdrammatizzano, ricorrendo al vecchio adagio del «compagno che sbaglia» tanto caro al Partito Comunista ai tempi delle Brigate Rosse. Poi vediamo i giornali della sinistra (La Repubblica e L'Unità su tutte) che, invece di indignarsi e gridare ai quattro venti la loro preoccupazione democratica, come se niente fosse offuscano la notizia. Chi tace acconsente. E infine vediamo le trasmissioni cult della gauche nostrana, condotte dagli indomiti paladini della libertà d'espressione, che sorvolano, parlano d'altro, continuando tranquillamente nella loro quotidiana opera di delegittimazione totale del presidente del Consiglio. Alla faccia della completezza dell'informazione!
Che dire? Che evidentemente le minacce e le intimidazioni non possono essere definite tali se ad esserne oggetto è Berlusconi; e che il pericolo per la tenuta della democrazia esiste soltanto se sotto attacco finiscono gli uomini della sinistra, mentre quando nel mirino ci sono uomini della destra, e il Cavaliere in particolare, tutto va bene, madama la marchesa! E' davvero un quadro desolante. E preoccupante: non può lasciare tranquilli, infatti, una situazione nella quale le manifestazioni d'odio e d'incitazione alla violenza nei confronti di un capo del governo democraticamente eletto vengono ridotte a burletta o tollerate - quando non alimentate - da partiti presenti in parlamento che si dicono fedeli alle istituzioni, dalla maggioranza della sedicente «libera stampa» del paese e dalla quasi totalità delle principali trasmissioni televisive di approfondimento politico. E' veramente un brutto clima, che Vittorio Feltri, sul Giornale di giovedì, ha paragonato a quello dei primi anni Settanta, «quando si cominciò quasi per scherzo a invocare l'uso delle armi allo scopo di ottenere risultati meno banali di quelli strappati in parlamento dal Pci». Sappiamo tutti che cosa venne fuori da quelle che la sinistra catalogava allora come semplici «ragazzate». Quindi meglio non scherzare col fuoco, tanto più che negli ultimi giorni i segnali di odio e di chiamata alla rivolta in vecchio stile rosso contro Berlusconi si stanno purtroppo moltiplicando (si veda un recente articolo di Toni Negri - ospitato dalla rivista della fondazione dalemiana Italianieuropei - col suo richiamo ai moti contro il governo Tambroni), col risultato di intossicare ulteriormente un clima già saturo di veleni.
Se vi fosse nel nostro paese una sinistra seria e responsabile, essa contribuirebbe a placare i bollenti spiriti e chiamerebbe alla calma il suo popolo. Purtroppo, oggi non esistono più né la sinistra né il suo popolo e lo spazio lasciato vuoto è occupato dagli avvelenatori di pozzi, dagli spacciatori d'odio, dagli strateghi dell'abbattimento del Cavaliere Nero per via non democratica - per usare un eufemismo. La ritirata della sinistra dalla vera politica ha lasciato la scena agli urlatori fedeli al vecchio motto voltairiano aggiornato ai tempi odierni: «Minacciate, maledite, odiate. Qualcosa resterà».
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