da Ragionpolitica.it del 29 settembre 2009
Mentre la sinistra e le sue gazzette occupano il loro tempo nella politica inconcludente e asfissiante delle chiacchiere, il governo prosegue spedito nel cammino intrapreso sin dal giorno del suo insediamento: la politica del fare, delle realizzazioni concrete, delle cose utili ai cittadini. E' il marchio di fabbrica del Berlusconi IV, che si è trovato ad affrontare, una dopo l'altra, emergenze epocali che in altri tempi e in altre circostanze avrebbero steso qualsiasi esecutivo: i rifiuti in Campania, la crisi economica e il terremoto in Abruzzo su tutte. Siamo così tornati agli albori dell'esperienza politica di Silvio Berlusconi, alla rivoluzione copernicana introdotta dal Cavaliere nella politica italiana: il governo è al servizio dei cittadini, non dei partiti; è il luogo in cui lo Stato diventa amico della persona, e non lo spazio in cui la persona è usata dallo Stato come mezzo per soddisfare gli appetiti del potere. Insomma: «La persona prima di tutto», come recita lo slogan che ha accompagnato in questi mesi la politica sociale e i numerosi provvedimenti anti-crisi messi in campo dall'esecutivo.
La tappa odierna di questa politica ha avuto come meta l'Abruzzo, dove il presidente del Consiglio ha consegnato alle famiglie colpite dal terremoto i primi appartamenti del progetto C.A.S.E, ossia Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili, destinati alle persone che hanno avuto la casa distrutta o resa inagibile dal sisma dello scorso 6 aprile. Mai acronimo fu così azzeccato: il nome corrisponde perfettamente alla cosa. E il progetto corrisponde altrettanto perfettamente al bisogno immediato dei cittadini dell'Aquila e dei borghi limitrofi: riavere quanto prima un tetto sotto cui vivere, abitare, per ritrovare quella normalità spazzata via dalla furia della terra cinque mesi fa. Oggi, alla presenza del premier e del sottosegretario Guido Bertolaso, la Protezione Civile ha consegnato a Preturo e Bazzano i primi 19 edifici (più di 400 appartamenti). Complessivamente, il progetto C.A.S.E prevede la realizzazione, entro la fine dell'anno, di 184 edifici, per un totale di circa 4.600 appartamenti, suddivisi in gruppi di 25-30 abitazioni per ogni edificio. Gli alloggi daranno una sistemazione ad oltre 16.000 terremotati. Trattasi di abitazioni durevoli, sicure (che poggiano su basi isolate sismicamente, ossia su basamenti retti da colonne sulle quali sono installati dispositivi che, in caso di scosse di terremoto, isolano le piattaforme dal terreno) e «verdi» (con bassi consumi energetici, con pannelli fotovoltaici installati sui tetti, isolate acusticamente e termicamente).
Il salto di qualità rispetto al passato è evidente, e tutto a vantaggio dei cittadini colpiti dal sisma: basta con le persone alloggiate per anni in strutture provvisorie come i container, ma un impegno immediato per costruire veri e propri appartamenti. Una «soluzione ponte - come spiega il sito internet del governo - tra i campi di accoglienza e il ritorno nelle nuove abitazioni». Infatti, quando la vera e propria ricostruzione sarà ultimata, saranno gli stessi aquilani a decidere la nuova destinazione d'uso di questi quartieri (residenze per studenti, sistemazioni turistiche, ecc...). Le C.A.S.E stanno sorgendo su 19 aree attorno all'Aquila, e su www.governo.it è possibile consultare la tabella con lo stato di avanzamento dei lavori per ogni area: il colore giallo indica gli scavi in corso, il grigio le fondazioni in corso, l'azzurro le case in corso e il verde le case terminate. A farla da padroni, sulla cartina, sono i colori azzurro e verde, a testimonianza del lavoro incredibile svolto dagli operai e dai tecnici che stanno curando la realizzazione del progetto.
Dunque, opere a tempo di record, se paragonate a ciò a cui abbiamo assistito nel nostro paese in casi analoghi, gestiti con pressapochismo e all'insegna dell'inefficienza. E opere per la persona, come ha sottolineato il presidente del Consiglio a Coppito, dove ha pranzato assieme ai vertici della Protezione Civile e con le maestranze che hanno realizzato il complesso abitativo di Bazzano: «Grazie per il miracolo che siete riusciti a compiere. Mi sono rimaste impresse molte scene coraggiose del lavoro fatto. Ricordo in particolare una signora che mi ha detto che nella vita non ha mai avuto una casa così bella. Questo dimostra che dal male si può avere del bene... Se si è positivi succedono i miracoli».
Gianteo Bordero
martedì 29 settembre 2009
SESTRI LEVANTE INTITOLERÀ UNA VIA AI SOLDATI ITALIANI CADUTI IN AFGHANISTAN
CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GRUPPO CONSILIARE
“IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
COMUNICATO STAMPA DEL 29 SETTEMBRE 2009
Ieri sera, su proposta del nostro gruppo, il Consiglio Comunale di Sestri Levante ha deciso di intitolare una via della città ai soldati italiani caduti in Afghanistan per mano terrorista, il 17 settembre scorso. Riteniamo che ciò rappresenti un atto dovuto nei confronti dei nostri militari, che hanno sacrificato la loro vita per portare pace, sicurezza e libertà in una terra lontana.
Abbiamo ancora negli occhi l’immagine del figlio di una delle vittime che, durante i funerali di Stato svoltisi a Roma, va ad accarezzare la bara del padre avvolta nella bandiera tricolore: un istante che ha unito la nostra nazione, che si è rispecchiata negli occhi di quel bambino. E’ anche per questi figli, per le mogli, per i genitori che abbiamo ritenuto doveroso proporre l’intitolazione della via.
E siamo soddisfatti del voto positivo che è giunto dai gruppi di maggioranza, in primis dal Partito Democratico; perché, come ha affermato ieri il presidente della Repubblica, l’unità delle forze politiche attorno ai soldati morti in Afghanistan rappresenta un “titolo di vanto” per l’Italia. E anche per la città di Sestri Levante, il cui Consiglio Comunale ha voluto onorare i caduti, oltre che con un minuto di silenzio all’inizio della seduta di ieri sera, proposto dal sindaco, anche con la decisione unanime di dedicare loro una strada.
Questo è stato anche il modo migliore per rispondere a coloro che, in una città a noi vicina come Genova, hanno infangato la memoria dei nostri militari inneggiando alla loro morte con scritte becere, ciniche e infami, cariche dello stesso odio che ha ucciso i sei soldati a Kabul. Chi ama la vita, chi crede nella libertà e nella pace, chi è orgoglioso della patria non può che stare dalla parte dei caduti, dei loro figli e delle loro famiglie.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Giuseppe Ianni
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
GRUPPO CONSILIARE
“IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
COMUNICATO STAMPA DEL 29 SETTEMBRE 2009
Ieri sera, su proposta del nostro gruppo, il Consiglio Comunale di Sestri Levante ha deciso di intitolare una via della città ai soldati italiani caduti in Afghanistan per mano terrorista, il 17 settembre scorso. Riteniamo che ciò rappresenti un atto dovuto nei confronti dei nostri militari, che hanno sacrificato la loro vita per portare pace, sicurezza e libertà in una terra lontana.
Abbiamo ancora negli occhi l’immagine del figlio di una delle vittime che, durante i funerali di Stato svoltisi a Roma, va ad accarezzare la bara del padre avvolta nella bandiera tricolore: un istante che ha unito la nostra nazione, che si è rispecchiata negli occhi di quel bambino. E’ anche per questi figli, per le mogli, per i genitori che abbiamo ritenuto doveroso proporre l’intitolazione della via.
E siamo soddisfatti del voto positivo che è giunto dai gruppi di maggioranza, in primis dal Partito Democratico; perché, come ha affermato ieri il presidente della Repubblica, l’unità delle forze politiche attorno ai soldati morti in Afghanistan rappresenta un “titolo di vanto” per l’Italia. E anche per la città di Sestri Levante, il cui Consiglio Comunale ha voluto onorare i caduti, oltre che con un minuto di silenzio all’inizio della seduta di ieri sera, proposto dal sindaco, anche con la decisione unanime di dedicare loro una strada.
Questo è stato anche il modo migliore per rispondere a coloro che, in una città a noi vicina come Genova, hanno infangato la memoria dei nostri militari inneggiando alla loro morte con scritte becere, ciniche e infami, cariche dello stesso odio che ha ucciso i sei soldati a Kabul. Chi ama la vita, chi crede nella libertà e nella pace, chi è orgoglioso della patria non può che stare dalla parte dei caduti, dei loro figli e delle loro famiglie.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Giuseppe Ianni
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
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sabato 26 settembre 2009
SE IL PARLAMENTO È «MAFIOSO», CHE CI STA A FARE DI PIETRO?
da Ragionpolitica.it del 26 settembre 2009
Se il parlamento è «mafioso» e vota «provvedimenti criminali», che cosa ci sta a fare ancora l'onorevole Tonino Di Pietro? Lui, che si proclama puro e incontaminato, lui paladino della moralità, lui che combatte ogni giorno la dura battaglia contro i disonesti, i corrotti e i faccendieri? Se veramente è convinto di quanto ha affermato venerdì, se davvero ritiene che la Camera e il Senato siano congreghe di malavitosi, perché non si dimette? Perché continua a rimanere nel gioco sporco della politica? Perché non torna ad indossare la toga (che infondo non ha mai dismesso) ed inquisisce tutto il sistema dei partiti come già fece quindici anni fa, durante i bei giorni andati di Mani Pulite? Perché non sceglie di calcare nuovamente le aule dei tribunali nella veste che meglio gli si addice, quella di pubblico accusatore, per interrogare a reti unificate il potente di turno ed umiliarlo come fece con i big della defunta Prima Repubblica? Perché continua a frequentare un ambiente nel quale rischia seriamente di contaminarsi con tutte le zozzerie di questo mondo? Perché non viene via da Montecitorio, convocando gli amici di un tempo per abbattere il sistema politico vigente dal sacro scranno del giudice? Perché non organizza un blitz dell'antimafia nelle aule parlamentari, una bella retata per portar via i suoi attuali colleghi, esclusi ovviamente quelli immacolati dell'Italia dei Valori?
Facile criticare, facile denunciare, facile accusare, quando poi le parole rimangono parole, e invece di diventare corposi faldoni d'inchiesta restano cibo per le agenzie di stampa e per i pastoni politici del giorno dopo. Facile urlare ai quattro venti, facile ergersi a Savonarola di turno, facile moraleggiare su questo e su quello, quando tutto ciò è in funzione del mero consenso elettorale. Facile puntare il dito, facile giudicare, facile costruire teoremi quando poi tutto questo rimane dentro al grande circo della politica politicante. Troppo facile, onorevole Di Pietro, inquisire il «sistema» e poi starsene comodamente seduti sul proprio seggio di parlamentare. Troppo facile, andare in piazza contro la «Casta» e poi continuare a farne parte come se niente fosse. Troppo facile organizzare alla sera le crociate della moralità antipolitica assieme ai grandi moralisti Grillo, Travaglio e Santoro, e poi, la mattina successiva, prendere posto nel proprio banco come se niente fosse. Se fosse coerente fino in fondo, se veramente tirasse le conseguenze del suo dire, allora dovrebbe andarsene alla svelta, aprire subito i processi, raccogliere e mostrare le prove delle sue affermazioni di fronte agli italiani tutti, in modo che possano toccare con mano la verità delle sue dichiarazioni, la solidità delle sue accuse. Sarebbe un servizio di cui il paese le sarebbe grato.
Invece no. Lei resta, all'insegna del motto «hic manebimus optime». Resta e denuncia disegni oscuri e complotti ai suoi danni. Parla di un assalto alla libertà d'espressione, salvo poi presentarsi liberamente in televisione e altrettanto liberamente dire che la stampa è imbavagliata. Parla di un regime in atto, di un novello Mussolini che siede a Palazzo Chigi, di un dittatore che soffoca il paese, salvo poi presentarsi tranquillamente alle elezioni per raccogliere i frutti della sua propaganda. E' davvero un liberticida da barzelletta colui che consente ai suoi nemici di attaccarlo un giorno sì e l'altro pure! Ed è davvero un regime di cartapesta quello che permette ai suoi oppositori di candidarsi e di accrescere la propria presenza nelle istituzioni!
Forse la verità, onorevole Di Pietro, è che neppure lei crede fino in fondo alle cose che con tanta foga, rabbia ed energia sostiene in pubblico. Perché se ci credesse, come detto poc'anzi, tornerebbe a fare il magistrato per poterle dimostrare. Il fatto che rimanga è la prova provata che la realtà della politica italiana non è quella che lei dipinge. E infine un nota bene consclusivo: prima di rovesciare sugli altri ogni genere di accusa, farebbe bene a guardare in casa sua: la rivista Micromega, una delle più anti-berlusconiane e pro-dipietriste del pianeta, dedica un saggio di cinquanta pagine al suo partito, l'Idv, dall'eloquente titolo: «C'è del marcio in Danimarca. L'Italia dei Valori regione per regione». Vi si legge: «Deficit di democrazia interna e strapotere in mano a pochi e discussi professionisti della politica. È il risultato della passata strategia di corto respiro dell'Idv imbarcare a destra e a manca (e soprattutto al centro) transfughi di altre formazioni politiche, consegnando loro le chiavi delle federazioni locali. Questo emerge dall'inchiesta sulle strutture locali del "partito dell'anticasta". Alla vigilia di una lunga stagione congressuale e dopo candidature come quella di De Magistris, il partito di Di Pietro deve scegliere se rinnovarsi davvero o precipitare nella "sindrome Occhetto"». Chi di giustizialismo ferisce...
Gianteo Bordero
Se il parlamento è «mafioso» e vota «provvedimenti criminali», che cosa ci sta a fare ancora l'onorevole Tonino Di Pietro? Lui, che si proclama puro e incontaminato, lui paladino della moralità, lui che combatte ogni giorno la dura battaglia contro i disonesti, i corrotti e i faccendieri? Se veramente è convinto di quanto ha affermato venerdì, se davvero ritiene che la Camera e il Senato siano congreghe di malavitosi, perché non si dimette? Perché continua a rimanere nel gioco sporco della politica? Perché non torna ad indossare la toga (che infondo non ha mai dismesso) ed inquisisce tutto il sistema dei partiti come già fece quindici anni fa, durante i bei giorni andati di Mani Pulite? Perché non sceglie di calcare nuovamente le aule dei tribunali nella veste che meglio gli si addice, quella di pubblico accusatore, per interrogare a reti unificate il potente di turno ed umiliarlo come fece con i big della defunta Prima Repubblica? Perché continua a frequentare un ambiente nel quale rischia seriamente di contaminarsi con tutte le zozzerie di questo mondo? Perché non viene via da Montecitorio, convocando gli amici di un tempo per abbattere il sistema politico vigente dal sacro scranno del giudice? Perché non organizza un blitz dell'antimafia nelle aule parlamentari, una bella retata per portar via i suoi attuali colleghi, esclusi ovviamente quelli immacolati dell'Italia dei Valori?
Facile criticare, facile denunciare, facile accusare, quando poi le parole rimangono parole, e invece di diventare corposi faldoni d'inchiesta restano cibo per le agenzie di stampa e per i pastoni politici del giorno dopo. Facile urlare ai quattro venti, facile ergersi a Savonarola di turno, facile moraleggiare su questo e su quello, quando tutto ciò è in funzione del mero consenso elettorale. Facile puntare il dito, facile giudicare, facile costruire teoremi quando poi tutto questo rimane dentro al grande circo della politica politicante. Troppo facile, onorevole Di Pietro, inquisire il «sistema» e poi starsene comodamente seduti sul proprio seggio di parlamentare. Troppo facile, andare in piazza contro la «Casta» e poi continuare a farne parte come se niente fosse. Troppo facile organizzare alla sera le crociate della moralità antipolitica assieme ai grandi moralisti Grillo, Travaglio e Santoro, e poi, la mattina successiva, prendere posto nel proprio banco come se niente fosse. Se fosse coerente fino in fondo, se veramente tirasse le conseguenze del suo dire, allora dovrebbe andarsene alla svelta, aprire subito i processi, raccogliere e mostrare le prove delle sue affermazioni di fronte agli italiani tutti, in modo che possano toccare con mano la verità delle sue dichiarazioni, la solidità delle sue accuse. Sarebbe un servizio di cui il paese le sarebbe grato.
Invece no. Lei resta, all'insegna del motto «hic manebimus optime». Resta e denuncia disegni oscuri e complotti ai suoi danni. Parla di un assalto alla libertà d'espressione, salvo poi presentarsi liberamente in televisione e altrettanto liberamente dire che la stampa è imbavagliata. Parla di un regime in atto, di un novello Mussolini che siede a Palazzo Chigi, di un dittatore che soffoca il paese, salvo poi presentarsi tranquillamente alle elezioni per raccogliere i frutti della sua propaganda. E' davvero un liberticida da barzelletta colui che consente ai suoi nemici di attaccarlo un giorno sì e l'altro pure! Ed è davvero un regime di cartapesta quello che permette ai suoi oppositori di candidarsi e di accrescere la propria presenza nelle istituzioni!
Forse la verità, onorevole Di Pietro, è che neppure lei crede fino in fondo alle cose che con tanta foga, rabbia ed energia sostiene in pubblico. Perché se ci credesse, come detto poc'anzi, tornerebbe a fare il magistrato per poterle dimostrare. Il fatto che rimanga è la prova provata che la realtà della politica italiana non è quella che lei dipinge. E infine un nota bene consclusivo: prima di rovesciare sugli altri ogni genere di accusa, farebbe bene a guardare in casa sua: la rivista Micromega, una delle più anti-berlusconiane e pro-dipietriste del pianeta, dedica un saggio di cinquanta pagine al suo partito, l'Idv, dall'eloquente titolo: «C'è del marcio in Danimarca. L'Italia dei Valori regione per regione». Vi si legge: «Deficit di democrazia interna e strapotere in mano a pochi e discussi professionisti della politica. È il risultato della passata strategia di corto respiro dell'Idv imbarcare a destra e a manca (e soprattutto al centro) transfughi di altre formazioni politiche, consegnando loro le chiavi delle federazioni locali. Questo emerge dall'inchiesta sulle strutture locali del "partito dell'anticasta". Alla vigilia di una lunga stagione congressuale e dopo candidature come quella di De Magistris, il partito di Di Pietro deve scegliere se rinnovarsi davvero o precipitare nella "sindrome Occhetto"». Chi di giustizialismo ferisce...
Gianteo Bordero
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giovedì 24 settembre 2009
CATTOLICI EMARGINATI NEL PD
da Ragionpolitica.it del 24 settembre 2009
Martedì 22 settembre la Commissione Sanità del Senato ha dato il via libera all'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva RU486. Una decisione finalizzata a «compiere un approfondimento sugli effetti legati al ricorso alla pillola presso le strutture sanitarie». La Commissione ha inoltre stabilito un programma di massima delle audizioni, nel quale «si prevede, in prima istanza, l'interlocuzione del ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, del presidente e del direttore generale dell'AIFA», l'Agenzia Italiana del Farmaco. Infine - si legge ancora nel comunicato di Palazzo Madama, «si è convenuto di espletare tale procedura informativa entro sessanta giorni, termine prorogabile allorché emergesse l'opportunità di acquisire ulteriori valutazioni ed analisi, prevedendo altre audizioni, oltre a quelle prospettate».
Fin qui niente di strano, visto che già all'indomani della decisione dell'AIFA di acconsentire alla commercializzazione della pillola, seppur restringendone la somministrazione alle sole strutture ospedaliere pubbliche, i gruppi parlamentari di maggioranza, Pdl in primis, avevano annunciato la loro intenzione di svolgere l'indagine conoscitiva. Ciò che martedì ha creato scalpore è stato, invece, quello che è accaduto all'interno del Partito Democratico: una netta spaccatura tra la capogruppo nella XII Commissione, Dorina Bianchi, la quale, nel corso dell'ufficio di presidenza, ha votato a favore dell'indagine, e buona parte degli altri senatori del gruppo, i quali, venuti a sapere del voto positivo della collega, hanno subito scatenato una furibonda polemica. Tanto più che la Bianchi, oltre ad aver dato il suo assenso all'indagine, aveva pure accettato l'incarico di relatrice di minoranza, con il compito di «seguire i lavori di tale procedura informativa, anche attraverso la raccolta della documentazione che si rivelerà necessaria».
Contro le scelte della senatrice Bianchi, cattolica di area teodem, hanno preso posizione praticamente tutti i maggiorenti del Pd, a partire da Dario Franceschini e dagli altri due candidati alla segreteria del partito, Pierluigi Bersani e Ignazio Marino. Il segretario uscente, appresa la notizia, ha scritto una lettera alla capogruppo democratica a Palazzo Madama, Anna Finocchiaro, invocando la convocazione del gruppo al fine di «giungere a una decisione, anche attraverso una votazione, sulla scelta di avviare una indagine conoscitiva sulla Ru486». E ha precisato: «Non essendo certo la scelta di una indagine conoscitiva una questione di coscienza, alla decisione del gruppo tutti devono attenersi». Un richiamo all'ordine, dunque, che ha portato, al termine dell'incontro dei senatori democratici, alle dimissioni della Bianchi da relatrice dell'indagine.
Questa vicenda riporta indubbiamente al centro dell'attenzione il tema dello spazio e del ruolo dei cattolici all'interno del Pd, anche in vista del prossimo Congresso e delle primarie di fine ottobre. L'impressione è che sia in atto, tra i tre candidati alla segreteria, una sfrenata corsa a mostrarsi come il campione del laicismo, per accaparrarsi voti che potrebbero essere decisivi per insediarsi alla guida del partito. Lo stesso ex popolare Franceschini non lascia passare giorno senza dichiarazioni piuttosto nette sui temi cari ai cattolici, come quelli bioetici. All'Espresso, ad esempio, ha dichiarato, in merito alla pillola RU486, che essa «è un modo di abortire meno invasivo per la donna di un intervento chirurgico». Quindi, «perché opporsi?». E ancora, sui rapporti con la Chiesa Cattolica: «Sarò un bravo laico... La Chiesa ha diritto di intervenire... ma non può dire a un parlamentare come deve votare: è una scelta che appartiene all'autonomia del politico».
Del resto, delle posizioni di Franceschini non c'è da stupirsi: fu lui che, nel 2007, si fece promotore di una lettera di 40 parlamentari «cattolici democratici» a sostegno della legge sulle coppie di fatto del governo Prodi, in aperto contrasto la linea auspicata dalla Conferenza Episcopale. Quello che dovrebbe preoccupare i cattolici del Pd è il fatto che, se alle dichiarazioni dell'attuale segretario si sommano quelle del super laicista Ignazio Marino e del post comunista Bersani, il quadro che ne viene fuori è davvero desolante. Tanto più che sia Franceschini che Bersani hanno già annunciato che, in caso di vittoria, la linea della libertà di coscienza sui temi etici verrà archiviata: dopo il Congresso, su queste materie, si deciderà a maggioranza e tutti, volenti o nolenti, si dovranno adeguare. Niente male, per un partito che si vuol presentare come luogo della felice sintesi tra laici e cattolici!
Gianteo Bordero
Martedì 22 settembre la Commissione Sanità del Senato ha dato il via libera all'indagine conoscitiva sulla pillola abortiva RU486. Una decisione finalizzata a «compiere un approfondimento sugli effetti legati al ricorso alla pillola presso le strutture sanitarie». La Commissione ha inoltre stabilito un programma di massima delle audizioni, nel quale «si prevede, in prima istanza, l'interlocuzione del ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, del presidente e del direttore generale dell'AIFA», l'Agenzia Italiana del Farmaco. Infine - si legge ancora nel comunicato di Palazzo Madama, «si è convenuto di espletare tale procedura informativa entro sessanta giorni, termine prorogabile allorché emergesse l'opportunità di acquisire ulteriori valutazioni ed analisi, prevedendo altre audizioni, oltre a quelle prospettate».
Fin qui niente di strano, visto che già all'indomani della decisione dell'AIFA di acconsentire alla commercializzazione della pillola, seppur restringendone la somministrazione alle sole strutture ospedaliere pubbliche, i gruppi parlamentari di maggioranza, Pdl in primis, avevano annunciato la loro intenzione di svolgere l'indagine conoscitiva. Ciò che martedì ha creato scalpore è stato, invece, quello che è accaduto all'interno del Partito Democratico: una netta spaccatura tra la capogruppo nella XII Commissione, Dorina Bianchi, la quale, nel corso dell'ufficio di presidenza, ha votato a favore dell'indagine, e buona parte degli altri senatori del gruppo, i quali, venuti a sapere del voto positivo della collega, hanno subito scatenato una furibonda polemica. Tanto più che la Bianchi, oltre ad aver dato il suo assenso all'indagine, aveva pure accettato l'incarico di relatrice di minoranza, con il compito di «seguire i lavori di tale procedura informativa, anche attraverso la raccolta della documentazione che si rivelerà necessaria».
Contro le scelte della senatrice Bianchi, cattolica di area teodem, hanno preso posizione praticamente tutti i maggiorenti del Pd, a partire da Dario Franceschini e dagli altri due candidati alla segreteria del partito, Pierluigi Bersani e Ignazio Marino. Il segretario uscente, appresa la notizia, ha scritto una lettera alla capogruppo democratica a Palazzo Madama, Anna Finocchiaro, invocando la convocazione del gruppo al fine di «giungere a una decisione, anche attraverso una votazione, sulla scelta di avviare una indagine conoscitiva sulla Ru486». E ha precisato: «Non essendo certo la scelta di una indagine conoscitiva una questione di coscienza, alla decisione del gruppo tutti devono attenersi». Un richiamo all'ordine, dunque, che ha portato, al termine dell'incontro dei senatori democratici, alle dimissioni della Bianchi da relatrice dell'indagine.
Questa vicenda riporta indubbiamente al centro dell'attenzione il tema dello spazio e del ruolo dei cattolici all'interno del Pd, anche in vista del prossimo Congresso e delle primarie di fine ottobre. L'impressione è che sia in atto, tra i tre candidati alla segreteria, una sfrenata corsa a mostrarsi come il campione del laicismo, per accaparrarsi voti che potrebbero essere decisivi per insediarsi alla guida del partito. Lo stesso ex popolare Franceschini non lascia passare giorno senza dichiarazioni piuttosto nette sui temi cari ai cattolici, come quelli bioetici. All'Espresso, ad esempio, ha dichiarato, in merito alla pillola RU486, che essa «è un modo di abortire meno invasivo per la donna di un intervento chirurgico». Quindi, «perché opporsi?». E ancora, sui rapporti con la Chiesa Cattolica: «Sarò un bravo laico... La Chiesa ha diritto di intervenire... ma non può dire a un parlamentare come deve votare: è una scelta che appartiene all'autonomia del politico».
Del resto, delle posizioni di Franceschini non c'è da stupirsi: fu lui che, nel 2007, si fece promotore di una lettera di 40 parlamentari «cattolici democratici» a sostegno della legge sulle coppie di fatto del governo Prodi, in aperto contrasto la linea auspicata dalla Conferenza Episcopale. Quello che dovrebbe preoccupare i cattolici del Pd è il fatto che, se alle dichiarazioni dell'attuale segretario si sommano quelle del super laicista Ignazio Marino e del post comunista Bersani, il quadro che ne viene fuori è davvero desolante. Tanto più che sia Franceschini che Bersani hanno già annunciato che, in caso di vittoria, la linea della libertà di coscienza sui temi etici verrà archiviata: dopo il Congresso, su queste materie, si deciderà a maggioranza e tutti, volenti o nolenti, si dovranno adeguare. Niente male, per un partito che si vuol presentare come luogo della felice sintesi tra laici e cattolici!
Gianteo Bordero
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martedì 22 settembre 2009
«REPUBBLICA» DALLA FANTAPOLITICA AL FANTAVATICANISMO
da Ragionpolitica.it del 22 settembre 2009
Con la sinistra alla canna del gas, afona riguardo ai veri problemi del paese e inconsistente dal punto di vista della proposta politica, alle gazzette antiberlusconiane non resta che andare alla ricerca, di giorno in giorno, di qualche pezza d'appoggio per portare avanti l'eterna battaglia contro il Cavaliere. Ieri, ad esempio, era il giorno dei funerali di Stato dei sei militari italiani caduti in Afghanistan. Giorno di lutto nazionale. Anche per i giornali e per i siti web gauchisti. Ma in un altro senso: non c'era trippa per gatti per attaccare il nemico. Il quale prima ha preso parte, assieme alle altre cariche dello Stato, alle esequie dei nostri soldati, in un clima di generale commozione che non poteva dare appigli per le solite critiche pretestuose al presidente del Consiglio; e poi, finita la cerimonia funebre in San Paolo fuori le mura, ha incontrato a pranzo, a casa del sottosegretario Gianni Letta, Gianfranco Fini, per diradare le nubi nel rapporto con il co-fondatore del Popolo della Libertà dopo le recenti burrasche estive. Schiarite nel cielo del centrodestra, dunque, e meteo che volgeva al peggio nelle redazioni degli antiberlusconiani in servizio permanente, che sognavano un imminente affondamento del governo in carica per mano di un gruppo di congiurati guidati dal presidente della Camera. Pie illusioni da riporre nel cassetto.
Come mettere in pagina, dunque, la quotidiana dose di antiberlusconismo? Le ultime speranze dei nemici del Cavaliere erano affidate nientepopodimeno che al cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani (lo stesso che in passato è stato preso tante volte di mira per le sue posizioni definite «conservatrici» e «retrograde»), che alle 17.30 doveva tenere la sua prolusione al Consiglio permanente della Conferenza Episcopale. Una relazione che già nei giornali della mattina veniva preannunciata, dai soliti noti, come di ferro e fuoco contro il governo, contro il presidente del Consiglio, contro il centrodestra. Persino contro la stessa Santa Sede, rea - a detta dei commentatori e dei vaticanisti sinistrorsi - di berlusconismo più o meno sotterraneo, poco incline a imbracciare l'arma della scomunica nei confronti dell'eresiarca Silvio. Scattata l'ora X e finito l'embargo sul testo della prolusione, i gazzettieri gauchisti hanno scoperto che i retroscena e le anticipazioni del giorno prima avevano la stessa consistenza della panna montata. Il cardinale, è vero, ha ripetuto il richiamo - già fatto altre volte - alla «sobrietà» dei comportamenti da parte di chi riveste cariche politiche, ma lo ha fatto dopo aver affermato che «il criterio fondamentale per una onesta valutazione dell'agire politico è la capacità di individuare le obiettive esigenze delle persone e delle comunità, di analizzarle e di corrispondervi con la gradualità e nei tempi compatibili. È, in altre parole, il criterio della reale efficacia di ogni azione politica rispetto ai problemi concreti del paese». In sostanza: la Chiesa italiana adotta come primo metro di giudizio dell'operato del governo la qualità dei provvedimenti in relazione alle necessità del paese e alla ricerca del «bene comune».
Ma non finisce qui. Perché il cardinale, nel suo intervento, ha anche espresso giudizi positivi sull'operato dell'esecutivo, in almeno due passaggi: il primo è stato un plauso al ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, per la decisione di ricorrere al Consiglio di Stato avverso la sentenza del Tar del Lazio che aveva negato all'insegnamento della religione nelle scuole pari dignità rispetto alle altre materie («Opportunamente - ha affermato il presidente della CEI - il ministero della Pubblica Istruzione ha già avanzato ricorso al Consiglio di Stato, ribadendo con altro suo atto la validità della presenza dell'insegnamento di religione nel curriculum scolastico»); il secondo passaggio è stato quello riguardante la legge sul «fine vita» approvata dal Senato e ora in procinto di essere discussa alla Camera («Il lavoro già compiuto al Senato - ha detto Bagnasco - è prezioso, perché dice la volontà di assicurare l'indispensabile nutrimento vitale a chiunque, quale che sia la condizione di consapevolezza soggettiva»). E pure nel momento in cui l'arcivescovo di Genova ha sottolineato i punti su cui vi sono discussioni aperte tra la Chiesa italiana e il governo (come ad esempio la questione dell'immigrazione), non ha mancato di ricordare che «anche quando annuncia una verità scomoda, la Chiesa resta con chiunque amica. Essa infatti non ha avversari, ma davanti a sé ha solo persone a cui parla in verità. Questo servizio, che consegue alla nostra missione di Pastori, non può non essere colto nel suo intreccio di verità e carità, e rimane vivo e libero da qualsiasi possibile strumentalizzazione di parte». Come dire: è inutile cercare di tirare la CEI per la tonaca, da una parte o dall'altra, perché essa prima di tutto svolge la sua missione ecclesiale e formula giudizi sulle cose della politica con tempi, modi e criteri che non sono quelli della polemica quotidiana tra schieramenti.
Un messaggio che il capofila dei giornali antiberlusconiani, La Repubblica, perennemente intenta a dipingere un mondo in cui tutti sono contro il Cavaliere, ha fatto finta di non sentire. Leggere, per credere, la prima pagina di oggi e l'articolo di commento affidato al vicedirettore Massimo Giannini («La scelta dei vescovi»), in cui si scopre che il vero senso delle parole del cardinale non è quello che egli stesso ha illustrato, bensì consisterebbe in un attacco a tutto campo contro il governo e contro il presidente del Consiglio, oltre che contro la Santa Sede, alleata di Berlusconi in una fantomatica guerra contro la libertà e l'autonomia dei vescovi. Dopo la fantapolitica a cui ci ha abituato Repubblica, ora siamo al fantavaticanismo. Al peggio non c'è mai fine.
Gianteo Bordero
Con la sinistra alla canna del gas, afona riguardo ai veri problemi del paese e inconsistente dal punto di vista della proposta politica, alle gazzette antiberlusconiane non resta che andare alla ricerca, di giorno in giorno, di qualche pezza d'appoggio per portare avanti l'eterna battaglia contro il Cavaliere. Ieri, ad esempio, era il giorno dei funerali di Stato dei sei militari italiani caduti in Afghanistan. Giorno di lutto nazionale. Anche per i giornali e per i siti web gauchisti. Ma in un altro senso: non c'era trippa per gatti per attaccare il nemico. Il quale prima ha preso parte, assieme alle altre cariche dello Stato, alle esequie dei nostri soldati, in un clima di generale commozione che non poteva dare appigli per le solite critiche pretestuose al presidente del Consiglio; e poi, finita la cerimonia funebre in San Paolo fuori le mura, ha incontrato a pranzo, a casa del sottosegretario Gianni Letta, Gianfranco Fini, per diradare le nubi nel rapporto con il co-fondatore del Popolo della Libertà dopo le recenti burrasche estive. Schiarite nel cielo del centrodestra, dunque, e meteo che volgeva al peggio nelle redazioni degli antiberlusconiani in servizio permanente, che sognavano un imminente affondamento del governo in carica per mano di un gruppo di congiurati guidati dal presidente della Camera. Pie illusioni da riporre nel cassetto.
Come mettere in pagina, dunque, la quotidiana dose di antiberlusconismo? Le ultime speranze dei nemici del Cavaliere erano affidate nientepopodimeno che al cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani (lo stesso che in passato è stato preso tante volte di mira per le sue posizioni definite «conservatrici» e «retrograde»), che alle 17.30 doveva tenere la sua prolusione al Consiglio permanente della Conferenza Episcopale. Una relazione che già nei giornali della mattina veniva preannunciata, dai soliti noti, come di ferro e fuoco contro il governo, contro il presidente del Consiglio, contro il centrodestra. Persino contro la stessa Santa Sede, rea - a detta dei commentatori e dei vaticanisti sinistrorsi - di berlusconismo più o meno sotterraneo, poco incline a imbracciare l'arma della scomunica nei confronti dell'eresiarca Silvio. Scattata l'ora X e finito l'embargo sul testo della prolusione, i gazzettieri gauchisti hanno scoperto che i retroscena e le anticipazioni del giorno prima avevano la stessa consistenza della panna montata. Il cardinale, è vero, ha ripetuto il richiamo - già fatto altre volte - alla «sobrietà» dei comportamenti da parte di chi riveste cariche politiche, ma lo ha fatto dopo aver affermato che «il criterio fondamentale per una onesta valutazione dell'agire politico è la capacità di individuare le obiettive esigenze delle persone e delle comunità, di analizzarle e di corrispondervi con la gradualità e nei tempi compatibili. È, in altre parole, il criterio della reale efficacia di ogni azione politica rispetto ai problemi concreti del paese». In sostanza: la Chiesa italiana adotta come primo metro di giudizio dell'operato del governo la qualità dei provvedimenti in relazione alle necessità del paese e alla ricerca del «bene comune».
Ma non finisce qui. Perché il cardinale, nel suo intervento, ha anche espresso giudizi positivi sull'operato dell'esecutivo, in almeno due passaggi: il primo è stato un plauso al ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, per la decisione di ricorrere al Consiglio di Stato avverso la sentenza del Tar del Lazio che aveva negato all'insegnamento della religione nelle scuole pari dignità rispetto alle altre materie («Opportunamente - ha affermato il presidente della CEI - il ministero della Pubblica Istruzione ha già avanzato ricorso al Consiglio di Stato, ribadendo con altro suo atto la validità della presenza dell'insegnamento di religione nel curriculum scolastico»); il secondo passaggio è stato quello riguardante la legge sul «fine vita» approvata dal Senato e ora in procinto di essere discussa alla Camera («Il lavoro già compiuto al Senato - ha detto Bagnasco - è prezioso, perché dice la volontà di assicurare l'indispensabile nutrimento vitale a chiunque, quale che sia la condizione di consapevolezza soggettiva»). E pure nel momento in cui l'arcivescovo di Genova ha sottolineato i punti su cui vi sono discussioni aperte tra la Chiesa italiana e il governo (come ad esempio la questione dell'immigrazione), non ha mancato di ricordare che «anche quando annuncia una verità scomoda, la Chiesa resta con chiunque amica. Essa infatti non ha avversari, ma davanti a sé ha solo persone a cui parla in verità. Questo servizio, che consegue alla nostra missione di Pastori, non può non essere colto nel suo intreccio di verità e carità, e rimane vivo e libero da qualsiasi possibile strumentalizzazione di parte». Come dire: è inutile cercare di tirare la CEI per la tonaca, da una parte o dall'altra, perché essa prima di tutto svolge la sua missione ecclesiale e formula giudizi sulle cose della politica con tempi, modi e criteri che non sono quelli della polemica quotidiana tra schieramenti.
Un messaggio che il capofila dei giornali antiberlusconiani, La Repubblica, perennemente intenta a dipingere un mondo in cui tutti sono contro il Cavaliere, ha fatto finta di non sentire. Leggere, per credere, la prima pagina di oggi e l'articolo di commento affidato al vicedirettore Massimo Giannini («La scelta dei vescovi»), in cui si scopre che il vero senso delle parole del cardinale non è quello che egli stesso ha illustrato, bensì consisterebbe in un attacco a tutto campo contro il governo e contro il presidente del Consiglio, oltre che contro la Santa Sede, alleata di Berlusconi in una fantomatica guerra contro la libertà e l'autonomia dei vescovi. Dopo la fantapolitica a cui ci ha abituato Repubblica, ora siamo al fantavaticanismo. Al peggio non c'è mai fine.
Gianteo Bordero
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INTITOLAZIONE DI UNA VIA AI SOLDATI ITALIANI CADUTI IN AFGHANISTAN
CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GRUPPO CONSILIARE
“IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
OGGETTO: MOZIONE
I SOTTOSCRITTI CONSIGLIERI COMUNALI
Gianteo BORDERO, Giuseppe IANNI, Marco CONTI, Giancarlo STAGNARO
CHIEDONO
Che venga inserita all’Ordine del Giorno della prossima seduta di Consiglio Comunale la seguente mozione:
“Intitolazione di una via ai soldati italiani caduti in Afghanistan”
E PROPONGONO
Di sottoporre all’approvazione del Consiglio Comunale il seguente ordine del giorno:
IL CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
In seguito al sanguinoso attentato terroristico che il 17 settembre 2009, a Kabul, ha causato la morte di sei soldati italiani impegnati nella missione internazionale ISAF (International Security Assistance Force) in Afghanistan;
Ritenuto necessario onorare la memoria dei militari italiani caduti nell’adempimento del loro dovere all’interno di una missione finalizzata ad instaurare la pace e a garantire la sicurezza in Afghanistan su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA
Ad intitolare una via, strada o piazza del territorio comunale ai soldati italiani caduti in Afghanistan.
GRUPPO CONSILIARE
“IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
OGGETTO: MOZIONE
I SOTTOSCRITTI CONSIGLIERI COMUNALI
Gianteo BORDERO, Giuseppe IANNI, Marco CONTI, Giancarlo STAGNARO
CHIEDONO
Che venga inserita all’Ordine del Giorno della prossima seduta di Consiglio Comunale la seguente mozione:
“Intitolazione di una via ai soldati italiani caduti in Afghanistan”
E PROPONGONO
Di sottoporre all’approvazione del Consiglio Comunale il seguente ordine del giorno:
IL CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
In seguito al sanguinoso attentato terroristico che il 17 settembre 2009, a Kabul, ha causato la morte di sei soldati italiani impegnati nella missione internazionale ISAF (International Security Assistance Force) in Afghanistan;
Ritenuto necessario onorare la memoria dei militari italiani caduti nell’adempimento del loro dovere all’interno di una missione finalizzata ad instaurare la pace e a garantire la sicurezza in Afghanistan su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA
Ad intitolare una via, strada o piazza del territorio comunale ai soldati italiani caduti in Afghanistan.
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domenica 20 settembre 2009
UNA VIA DI SESTRI LEVANTE PER I CADUTI IN AFGHANISTAN
CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GRUPPO CONSILIARE
“IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
COMUNICATO STAMPA DEL 19 SETTEMBRE 2009
In seguito all’attentato terroristico del 17 settembre a Kabul, nel quale hanno perso la vita sei soldati italiani, ed in risposta alle vergognose scritte ingiuriose apparse a Genova in questi giorni, che calpestano la dignità, l’onore e il valore dei giovani militari deceduti in Afghanistan, e che rappresentano di fatto un’apologia del terrorismo, depositeremo lunedì negli uffici comunali la richiesta di intitolazione di una strada di Sestri Levante ai caduti in Afghanistan. Con ciò vogliamo onorare la memoria dei nostri connazionali che hanno testimoniato fedelmente, fino al sacrificio della vita, il loro amore per la patria, per la democrazia, per la libertà.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Giuseppe Ianni
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
GRUPPO CONSILIARE
“IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
COMUNICATO STAMPA DEL 19 SETTEMBRE 2009
In seguito all’attentato terroristico del 17 settembre a Kabul, nel quale hanno perso la vita sei soldati italiani, ed in risposta alle vergognose scritte ingiuriose apparse a Genova in questi giorni, che calpestano la dignità, l’onore e il valore dei giovani militari deceduti in Afghanistan, e che rappresentano di fatto un’apologia del terrorismo, depositeremo lunedì negli uffici comunali la richiesta di intitolazione di una strada di Sestri Levante ai caduti in Afghanistan. Con ciò vogliamo onorare la memoria dei nostri connazionali che hanno testimoniato fedelmente, fino al sacrificio della vita, il loro amore per la patria, per la democrazia, per la libertà.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Giuseppe Ianni
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
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