da Ragionpolitica.it del 30 luglio 2009
«I carabinieri si sono presentati giovedì mattina in cinque sedi di partiti del centrosinistra (Pd, Socialisti, Sinistra e Libertà, Prc e Lista Emiliano) a Bari. I militari hanno acquisito i bilanci dei partiti della Regione Puglia nell'ambito dell'indagine del pm Desirè Digeronimo sul presunto intreccio tra mafia, politica e affari nella gestione degli appalti pubblici nel settore sanitario. Indagate 15 persone tra cui l'ex assessore regionale alla Sanità Alberto Tedesco, ora senatore del Pd» (Corriere della Sera, edizione on line del 30 luglio 2009). Se non fossimo garantisti e se usassimo lo stesso metro di giudizio che usa la sinistra italiana, dalle notizie provenienti in questi giorni da Bari dovremmo dedurne che praticamente tutta la gauche pugliese è una collaudata e ben oliata associazione a delinquere. Ma siccome siamo fieramente e fermamente garantisti, prima di emettere un giudizio attendiamo con pazienza la conclusione processuale della vicenda, come dovrebbe accadere in ogni paese civile e in ogni democrazia compiuta.
Sarebbe facile - e la sinistra ben lo sa - partire lancia in resta e affibbiare patenti di disonestà, corruzione e immoralità a questo o a quel politico. Sarebbe facile mettere sul banco degli imputati i partiti oggetto di indagine. Sarebbe facile soffiare sul fuoco del sempre vivo giustizialismo forcaiolo. Ma siccome, a differenza di tanti esponenti della sinistra, cerchiamo di fare il più possibile uso della memoria e siamo consapevoli di come, in passato, siano bastati un avviso di garanzia, una notizia di processo a carico, un'anticipazione di stampa sulle azioni dei magistrati per gettare nel totale discredito protagonisti più o meno in vista della politica italiana poi usciti prosciolti, preferiamo usare la cautela e la prudenza di fronte alle notizie pugliesi. E' un atteggiamento responsabile - questo - che dovrebbe servire da esempio a chi, per tanti anni, ha cercato di lucrare politicamente sulle disgrazie giudiziarie dei dirigenti dei partiti avversi alla sinistra, marchiando d'infamia chiunque fosse oggetto di indagini, di inchieste, di iniziative giudiziarie.
Mentre noi non abbiamo alcun problema a tenere dritta la barra del nostro garantismo liberale, chi dovrebbe mettere in discussione il suo passato più o meno recente sono tutti coloro che si sono serviti del più becero e infame giustizialismo per collaborare a distruggere la classe dirigente della prima Repubblica all'inizio degli anni Novanta e per tentare di abbattere Silvio Berlusconi dopo il suo ingresso in politica, nel 1994. Tutti costoro dovrebbero essere coscienti di aver contribuito a diffondere nel paese un pestilenziale qualunquismo antipolitico e un deleterio moralismo d'accatto, al quale si è accompagnata una inquietante ideologia anti-democratica e potenzialmente eversiva, secondo la quale la magistratura è per ciò stesso la detentrice unica della pubblica moralità, e deve perciò svolgere la sua azione alla stregua della nuova ghigliottina del XXI secolo, che taglia la testa (nella forma meno cruenta ma più crudele del pubblico sputtanamento) al notabile di turno. La sinistra italiana, che per decenni è stata la detentrice unica e pressoché incontrastata del linguaggio (e forse anche del pensiero) politico, dovrebbe sapere che gli errori politici, se non riconosciuti, analizzati, rielaborati per tempo, possono diventare macigni che, giorno dopo giorno, ingrossano, fino a diventare causa di morte per soffocamento.
La sinistra oggi tace, ed è costretta a subire l'onta dell'inchiesta barese senza più possedere un linguaggio e gli anticorpi necessari per difendersi. Perché quel linguaggio e quegli anticorpi li ha persi ormai sedici anni fa, quando un ignoto magistrato di nome Antonio Di Pietro iniziava a far crollare uno dopo l'altro i partiti democratici della prima Repubblica e la gauche nostrana preferì cavalcare l'onda in vista della presa del potere, senza comprendere che quell'onda avrebbe, prima o poi, potuto travolgere anche lei. Oggi i nodi vengono al pettine.
Gianteo Bordero
giovedì 30 luglio 2009
PERPLESSITÀ E DELUSIONE PER IL PASSAGGIO DELL'ONOREVOLE MONDELLO DAL PDL ALL'UDC
COMUNICATO STAMPA DEL 30 LUGLIO 2009
Apprendo con sorpresa e delusione la notizia del passaggio dell’onorevole Gabriella Mondello dal Popolo della Libertà all’Unione di Centro. Una decisione che lascia perplesso chi, come me, ha aderito con entusiasmo al progetto politico di Silvio Berlusconi in Forza Italia prima e ora nel Popolo della Libertà, e che oggi vede il deputato del suo collegio (finché i collegi sono esistiti) abbandonare il partito nelle cui fila era stato eletto.
Pur rimanendo ferma l’assenza di vincolo di mandato, ossia la libertà di un parlamentare di iscriversi al gruppo ritenuto più confacente alle sue idee politiche, fa comunque specie la scelta di non proseguire il cammino nel partito grazie al quale si è divenuti rappresentanti degli italiani.
Penso che la mia delusione sarà condivisa, a Sestri Levante, da tutti coloro che hanno conosciuto la Gabriella Mondello fiera militante di Forza Italia e convinta sostenitrice di Silvio Berlusconi; da tutti coloro che hanno visto e vedono nella nascita del Popolo della Libertà non soltanto un passo in avanti nella direzione di un moderno bipolarismo di stampo europeo, ma anche la creazione di una vera casa dei moderati, la casa comune di chi si riconosce nei valori dei grandi partiti popolari che hanno fatto la storia dell’Italia e dell’Europa.
Gianteo Bordero
(Capogruppo del "Popolo della Libertà" nel Consiglio Comunale di Sestri Levante)
Apprendo con sorpresa e delusione la notizia del passaggio dell’onorevole Gabriella Mondello dal Popolo della Libertà all’Unione di Centro. Una decisione che lascia perplesso chi, come me, ha aderito con entusiasmo al progetto politico di Silvio Berlusconi in Forza Italia prima e ora nel Popolo della Libertà, e che oggi vede il deputato del suo collegio (finché i collegi sono esistiti) abbandonare il partito nelle cui fila era stato eletto.
Pur rimanendo ferma l’assenza di vincolo di mandato, ossia la libertà di un parlamentare di iscriversi al gruppo ritenuto più confacente alle sue idee politiche, fa comunque specie la scelta di non proseguire il cammino nel partito grazie al quale si è divenuti rappresentanti degli italiani.
Penso che la mia delusione sarà condivisa, a Sestri Levante, da tutti coloro che hanno conosciuto la Gabriella Mondello fiera militante di Forza Italia e convinta sostenitrice di Silvio Berlusconi; da tutti coloro che hanno visto e vedono nella nascita del Popolo della Libertà non soltanto un passo in avanti nella direzione di un moderno bipolarismo di stampo europeo, ma anche la creazione di una vera casa dei moderati, la casa comune di chi si riconosce nei valori dei grandi partiti popolari che hanno fatto la storia dell’Italia e dell’Europa.
Gianteo Bordero
(Capogruppo del "Popolo della Libertà" nel Consiglio Comunale di Sestri Levante)
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martedì 28 luglio 2009
L'IDENTITÀ DELLA NAZIONE
da Ragionpolitica.it del 28 luglio 2009
Festeggiare il 150° anniversario dell'Unità d'Italia non vuol dire soltanto organizzare eventi, mostre, convegni, ma significa anche e soprattutto rimettere al centro dell'attenzione la questione dell'identità nazionale, dell'essere patria, dell'appartenere ad una storia comune. Ridurre tutto il dibattito al problema del calendario delle iniziative e ai relativi finanziamenti significa restringere l'orizzonte al «fare» dimenticandosi dell'«essere», perdendo di vista, in ultima analisi, l'oggetto stesso delle celebrazioni. E' questo il senso dell'intervento (Il Giornale, 26 luglio) con cui il ministro dei Beni Culturali e coordinatore del Popolo della Libertà, Sandro Bondi, ha voluto prendere posizione nel dibattito innescato dall'articolo di Ernesto Galli della Loggia pubblicato sul Corriere della Sera il 20 luglio e intitolato «Noi italiani senza memoria», di cui ha già trattato su queste pagine Raffaele Iannuzzi, il 23 luglio.
Ciò che è prevalso in questo dibattito, accanto ad alcune analisi superficiali e ad altre improntate alla riproposizione di luoghi comuni sulle presunte colpe del «leghismo» nel processo di disgregazione della patria, è stato un pessimismo diffuso circa lo stato di salute del sentimento nazionale degli italiani, dediti - a detta dei più - a coltivare il proprio «orticello» senza curarsi dell'insieme, lasciando campo libero alle tendenze particolaristiche ed egoistiche. Un'analisi che, se da un lato contiene elementi di verità, dall'altro lato rischia - come si suol dire - di gettare via il bambino con l'acqua sporca, non cogliendo gli elementi che ancora oggi consentono di pronunciare la parola «Italia» non come un mero flatus vocis, ma come espressione di una realtà comune e condivisa.
Perciò il ministro Bondi ha sottolineato, nel suo intervento, che se per un verso occorre essere consapevoli «dei nodi insoluti che restano nella storia italiana dalla sua fondazione, tanto che l'identità degli italiani si fortifica per contrasti», per l'altro verso è necessario riconoscere che «nonostante i lai degli intellettuali, l'Italia comunque esiste... Esiste perché trova radici in ambiti prepolitici, come la lingua e il patrimonio culturale e spirituale che abbiamo alle spalle». Insomma, «questa identità è complessa e spesso si fonda per antinomie, ma non per questo è meno solida e non a caso permette da 150 anni che il patto sociale tra italiani ricchi e poveri, del nord e del sud, giovani e vecchi, colti e incolti, resista». Al di là di ogni pessimismo e di ogni disfattismo di maniera sui difetti degli italiani e sulle contraddizioni della loro storia, tutti sono chiamati a prendere atto che persiste, seppur spesso in maniera inconsapevole e non tematizzata, un sentimento d'appartenenza nazionale, l'orgoglio di fare parte di una storia che viene da lontano, la certezza della bontà dei valori che questa storia ci ha trasmesso. Lo abbiamo visto di recente, secondo Bondi, nel dopo-terremoto in Abruzzo, quando sono venuti e galla «segni concreti di un'appartenenza comunitaria a un determinato luogo», con una «solidarietà che spiega e rinnova più di qualunque dichiarazione il sentimento di unità nazionale».
Del resto, se oggi questo sentimento risulta talvolta affievolito, se la parola «patria» viene ritenuta da molti ormai inservibile, è perché negli ultimi decenni la storiografia di sinistra e non solo, in modo del tutto funzionale al mantenimento dell'assetto politico che aveva preso forma in Italia dopo la guerra civile e dopo la Liberazione (con la reciproca legittimazione di democristiani e comunisti imposta da Yalta), ha diffuso la vulgata secondo la quale parlare di nazione e di patria significava perpetrare i fantasmi del Ventennio fascista, e quindi significava minare nelle fondamenta i presupposti dell'arco costituzionale su cui si reggeva il sistema politico post-bellico. Come ha osservato Gianni Baget Bozzo su queste pagine nel gennaio 2007, è stato per merito della «discesa in campo» di Silvio Berlusconi e grazie alla sua decisione di chiamare il nuovo partito «Forza Italia» se il sentimento dell'identità nazionale ha potuto riemergere a un livello politico dopo lunghi anni nei quali esso era stato confinato a un livello privato, da tenere ben nascosto tra le quattro mura di casa: «Quando, nell'82, l'Italia vinse i Mondiali di Spagna, il tricolore si levò spontaneo in molte case e apparve da molti balconi, segno che qualcosa era rimasto di un sentimento che non si riduceva all'ideologia e ai partiti, ma che aveva carne e sangue. Proprio questo fatto indica come il sentimento della propria identità nazionale fosse così delegittimato in Italia da nascondersi dietro il pallone» (detto per inciso, queste parole mostrano chiaramente l'errore di coloro che imputano al Popolo della Libertà una scarsa attenzione al tema dell'identità nazionale).
Per tutti questi motivi il primo compito che spetta agli storici, agli intellettuali, ai politologi in questo frangente, in vista del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, dovrebbe essere, secondo il ministro Bondi, quello di «individuare i simboli» dell'identità nazionale, al fine di giungere ad una «memoria condivisa». E' una sfida che va raccolta fino in fondo, mettendo da parte l'idea che bastino i convegni e una pioggia di fondi pubblici a onorare nel migliore dei modi la nostra amata patria.
Gianteo Bordero
Festeggiare il 150° anniversario dell'Unità d'Italia non vuol dire soltanto organizzare eventi, mostre, convegni, ma significa anche e soprattutto rimettere al centro dell'attenzione la questione dell'identità nazionale, dell'essere patria, dell'appartenere ad una storia comune. Ridurre tutto il dibattito al problema del calendario delle iniziative e ai relativi finanziamenti significa restringere l'orizzonte al «fare» dimenticandosi dell'«essere», perdendo di vista, in ultima analisi, l'oggetto stesso delle celebrazioni. E' questo il senso dell'intervento (Il Giornale, 26 luglio) con cui il ministro dei Beni Culturali e coordinatore del Popolo della Libertà, Sandro Bondi, ha voluto prendere posizione nel dibattito innescato dall'articolo di Ernesto Galli della Loggia pubblicato sul Corriere della Sera il 20 luglio e intitolato «Noi italiani senza memoria», di cui ha già trattato su queste pagine Raffaele Iannuzzi, il 23 luglio.
Ciò che è prevalso in questo dibattito, accanto ad alcune analisi superficiali e ad altre improntate alla riproposizione di luoghi comuni sulle presunte colpe del «leghismo» nel processo di disgregazione della patria, è stato un pessimismo diffuso circa lo stato di salute del sentimento nazionale degli italiani, dediti - a detta dei più - a coltivare il proprio «orticello» senza curarsi dell'insieme, lasciando campo libero alle tendenze particolaristiche ed egoistiche. Un'analisi che, se da un lato contiene elementi di verità, dall'altro lato rischia - come si suol dire - di gettare via il bambino con l'acqua sporca, non cogliendo gli elementi che ancora oggi consentono di pronunciare la parola «Italia» non come un mero flatus vocis, ma come espressione di una realtà comune e condivisa.
Perciò il ministro Bondi ha sottolineato, nel suo intervento, che se per un verso occorre essere consapevoli «dei nodi insoluti che restano nella storia italiana dalla sua fondazione, tanto che l'identità degli italiani si fortifica per contrasti», per l'altro verso è necessario riconoscere che «nonostante i lai degli intellettuali, l'Italia comunque esiste... Esiste perché trova radici in ambiti prepolitici, come la lingua e il patrimonio culturale e spirituale che abbiamo alle spalle». Insomma, «questa identità è complessa e spesso si fonda per antinomie, ma non per questo è meno solida e non a caso permette da 150 anni che il patto sociale tra italiani ricchi e poveri, del nord e del sud, giovani e vecchi, colti e incolti, resista». Al di là di ogni pessimismo e di ogni disfattismo di maniera sui difetti degli italiani e sulle contraddizioni della loro storia, tutti sono chiamati a prendere atto che persiste, seppur spesso in maniera inconsapevole e non tematizzata, un sentimento d'appartenenza nazionale, l'orgoglio di fare parte di una storia che viene da lontano, la certezza della bontà dei valori che questa storia ci ha trasmesso. Lo abbiamo visto di recente, secondo Bondi, nel dopo-terremoto in Abruzzo, quando sono venuti e galla «segni concreti di un'appartenenza comunitaria a un determinato luogo», con una «solidarietà che spiega e rinnova più di qualunque dichiarazione il sentimento di unità nazionale».
Del resto, se oggi questo sentimento risulta talvolta affievolito, se la parola «patria» viene ritenuta da molti ormai inservibile, è perché negli ultimi decenni la storiografia di sinistra e non solo, in modo del tutto funzionale al mantenimento dell'assetto politico che aveva preso forma in Italia dopo la guerra civile e dopo la Liberazione (con la reciproca legittimazione di democristiani e comunisti imposta da Yalta), ha diffuso la vulgata secondo la quale parlare di nazione e di patria significava perpetrare i fantasmi del Ventennio fascista, e quindi significava minare nelle fondamenta i presupposti dell'arco costituzionale su cui si reggeva il sistema politico post-bellico. Come ha osservato Gianni Baget Bozzo su queste pagine nel gennaio 2007, è stato per merito della «discesa in campo» di Silvio Berlusconi e grazie alla sua decisione di chiamare il nuovo partito «Forza Italia» se il sentimento dell'identità nazionale ha potuto riemergere a un livello politico dopo lunghi anni nei quali esso era stato confinato a un livello privato, da tenere ben nascosto tra le quattro mura di casa: «Quando, nell'82, l'Italia vinse i Mondiali di Spagna, il tricolore si levò spontaneo in molte case e apparve da molti balconi, segno che qualcosa era rimasto di un sentimento che non si riduceva all'ideologia e ai partiti, ma che aveva carne e sangue. Proprio questo fatto indica come il sentimento della propria identità nazionale fosse così delegittimato in Italia da nascondersi dietro il pallone» (detto per inciso, queste parole mostrano chiaramente l'errore di coloro che imputano al Popolo della Libertà una scarsa attenzione al tema dell'identità nazionale).
Per tutti questi motivi il primo compito che spetta agli storici, agli intellettuali, ai politologi in questo frangente, in vista del 150° anniversario dell'Unità d'Italia, dovrebbe essere, secondo il ministro Bondi, quello di «individuare i simboli» dell'identità nazionale, al fine di giungere ad una «memoria condivisa». E' una sfida che va raccolta fino in fondo, mettendo da parte l'idea che bastino i convegni e una pioggia di fondi pubblici a onorare nel migliore dei modi la nostra amata patria.
Gianteo Bordero
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sabato 25 luglio 2009
LA CRISI DELLA SINISTRA VISTA DA DE GIOVANNI
da Ragionpolitica.it del 25 luglio 2009
Intervistato giovedì da Il Giornale, il filosofo della politica Biagio De Giovanni, già deputato europeo del PCI e poi del PDS, fissa quattro punti fermi per l'analisi dello stato della sinistra nel nostro paese.
Primo punto: «La sinistra italiana si ostina a non interpretare Berlusconi come un fenomeno politico reale e per questo spera di poterlo battere con strumenti e mezzi che non sono politici (il riferimento è alla recente campagna di stampa, capitanata da La Repubblica, riguardante la vita privata del presidente del Consiglio, ndr). E' un errore che aggraverà la sconfitta che è già avvenuta». Insomma, passano gli anni ma la sinistra non riesce a liberarsi da quella sindrome antiberlusconiana che le ha impedito e tuttora le impedisce di comprendere le ragioni dei ripetuti successi del Cavaliere. Ragioni che, secondo De Giovanni, sono eminentemente politiche, fondate sulla capacità del leader del centrodestra di interpretare le esigenze e i bisogni del popolo italiano per poi trarre da essi una proposta di governo credibile.
Da qui discende il secondo punto: quell'ampia fetta della sinistra che si riconosce nel giornale-partito La Repubblica, e che a partire dagli anni Novanta ha affidato la definizione di sé a Eugenio Scalfari, è una sinistra «pseudo-moralista, da salotto, senza un progetto per l'Italia... Una sinistra che ormai è senza popolo». Avendo seguito Scalfari nella sua interpretazione del fenomeno Berlusconi come simbolo antipolitico del presunto degrado civile e morale dell'Italia, come concentrato di tutti i vizi e di tutte le contraddizioni degli italiani, la sinistra si è arroccata in una lettura elitaria, settaria, intellettualoide e radical-chic del paese, finendo col perdere il contatto con la realtà e coi mutamenti che avvenivano anno dopo anno nella società. Insomma, oggi la sinistra «è senza popolo, mentre la destra oggi ha questa dimensione». La conferma di ciò sta, ad esempio, nelle accuse di «populismo» che diversi rappresentanti della sinistra muovono a Berlusconi in maniera ossessiva e senza soluzione di continuità da quindici anni a questa parte. Commenta De Giovanni: «Obama non è forse un populista, cioè un politico che si mette direttamente in contatto con il popolo?». Più chiaro di così...
Terzo punto: pur chiamandosi fuori dalla contesa e dal dibattito interno al Partito Democratico in vista del Congresso di ottobre, De Giovanni sottolinea che, se fosse costretto a scegliere, «sarebbe meglio Dario Franceschini di Pierluigi Bersani, perché si colloca nella scia di una visione del partito che tende ad avere in se stesso la maggioranza politica». Tradotto dal linguaggio politologico: se la spuntasse Bersani, si tornerebbe indietro, alle coalizioni extra-large che comprendono tutto e il suo contrario pur di sconfiggere il nemico, senza però possedere quella coesione interna in grado di reggere la sfida del governo; se vincesse Franceschini, invece, rimarrebbe comunque intatto il principio secondo cui può esistere, nel nostro paese, un partito di sinistra capace di elaborare al proprio interno un progetto politico di governo potenzialmente in grado di competere con quello presentato dalla destra. E' chiaro che al popolo della sinistra non servono più Unioni in stile prodiano, ma un partito all'altezza delle aspettative e delle domande poste dai cittadini.
Quarto e ultimo punto sottolineato da De Giovanni: per rilanciare la sfida della sinistra in Italia di tutto c'è bisogno fuorché di Antonio Di Pietro. Anzi, l'ex pm «è quanto di più negativo sia emerso nella vicenda politica italiana». Qui troviamo una conferma a quanto scritto giovedì su queste stesse pagine: il leader dell'Italia dei Valori rappresenta la negazione di ogni progettualità politica degna di tal nome, essendone piuttosto il «distruttore» sin dai tempi di Mani Pulite. Quindi, meglio per la sinistra starne alla larga e pensare piuttosto a ritrovare se stessa dopo i tanti errori commessi negli ultimi tre lustri.
Gianteo Bordero
Intervistato giovedì da Il Giornale, il filosofo della politica Biagio De Giovanni, già deputato europeo del PCI e poi del PDS, fissa quattro punti fermi per l'analisi dello stato della sinistra nel nostro paese.
Primo punto: «La sinistra italiana si ostina a non interpretare Berlusconi come un fenomeno politico reale e per questo spera di poterlo battere con strumenti e mezzi che non sono politici (il riferimento è alla recente campagna di stampa, capitanata da La Repubblica, riguardante la vita privata del presidente del Consiglio, ndr). E' un errore che aggraverà la sconfitta che è già avvenuta». Insomma, passano gli anni ma la sinistra non riesce a liberarsi da quella sindrome antiberlusconiana che le ha impedito e tuttora le impedisce di comprendere le ragioni dei ripetuti successi del Cavaliere. Ragioni che, secondo De Giovanni, sono eminentemente politiche, fondate sulla capacità del leader del centrodestra di interpretare le esigenze e i bisogni del popolo italiano per poi trarre da essi una proposta di governo credibile.
Da qui discende il secondo punto: quell'ampia fetta della sinistra che si riconosce nel giornale-partito La Repubblica, e che a partire dagli anni Novanta ha affidato la definizione di sé a Eugenio Scalfari, è una sinistra «pseudo-moralista, da salotto, senza un progetto per l'Italia... Una sinistra che ormai è senza popolo». Avendo seguito Scalfari nella sua interpretazione del fenomeno Berlusconi come simbolo antipolitico del presunto degrado civile e morale dell'Italia, come concentrato di tutti i vizi e di tutte le contraddizioni degli italiani, la sinistra si è arroccata in una lettura elitaria, settaria, intellettualoide e radical-chic del paese, finendo col perdere il contatto con la realtà e coi mutamenti che avvenivano anno dopo anno nella società. Insomma, oggi la sinistra «è senza popolo, mentre la destra oggi ha questa dimensione». La conferma di ciò sta, ad esempio, nelle accuse di «populismo» che diversi rappresentanti della sinistra muovono a Berlusconi in maniera ossessiva e senza soluzione di continuità da quindici anni a questa parte. Commenta De Giovanni: «Obama non è forse un populista, cioè un politico che si mette direttamente in contatto con il popolo?». Più chiaro di così...
Terzo punto: pur chiamandosi fuori dalla contesa e dal dibattito interno al Partito Democratico in vista del Congresso di ottobre, De Giovanni sottolinea che, se fosse costretto a scegliere, «sarebbe meglio Dario Franceschini di Pierluigi Bersani, perché si colloca nella scia di una visione del partito che tende ad avere in se stesso la maggioranza politica». Tradotto dal linguaggio politologico: se la spuntasse Bersani, si tornerebbe indietro, alle coalizioni extra-large che comprendono tutto e il suo contrario pur di sconfiggere il nemico, senza però possedere quella coesione interna in grado di reggere la sfida del governo; se vincesse Franceschini, invece, rimarrebbe comunque intatto il principio secondo cui può esistere, nel nostro paese, un partito di sinistra capace di elaborare al proprio interno un progetto politico di governo potenzialmente in grado di competere con quello presentato dalla destra. E' chiaro che al popolo della sinistra non servono più Unioni in stile prodiano, ma un partito all'altezza delle aspettative e delle domande poste dai cittadini.
Quarto e ultimo punto sottolineato da De Giovanni: per rilanciare la sfida della sinistra in Italia di tutto c'è bisogno fuorché di Antonio Di Pietro. Anzi, l'ex pm «è quanto di più negativo sia emerso nella vicenda politica italiana». Qui troviamo una conferma a quanto scritto giovedì su queste stesse pagine: il leader dell'Italia dei Valori rappresenta la negazione di ogni progettualità politica degna di tal nome, essendone piuttosto il «distruttore» sin dai tempi di Mani Pulite. Quindi, meglio per la sinistra starne alla larga e pensare piuttosto a ritrovare se stessa dopo i tanti errori commessi negli ultimi tre lustri.
Gianteo Bordero
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giovedì 23 luglio 2009
IL DISTRUTTORE
da Ragionpolitica.it del 23 luglio 2009
Fino a poco tempo fa, nel vocabolario politologico italiano la definizione di «forza anti-sistema» era appannaggio pressoché esclusivo della Lega Nord. Negli anni ruggenti del secessionismo, del padanismo esasperato, della «Roma ladrona», vi era qualche motivo oggettivamente fondato per catalogare in questo modo il partito di Bossi. Oggi le cose sono profondamente mutate, e il Carroccio, passo dopo passo, si è «istituzionalizzato», divenendo, da semplice forza di lotta, di piazza e di protesta, anche una responsabile forza di governo: negli Enti locali, nei Comuni, nelle Province, su su fino al potere centrale romano. Pur non perdendo l'originaria spinta «rivoluzionaria», e senza rinunciare ai suoi cavalli di battaglia, la Lega ha saputo, grazie all'abilità politica e strategica del suo leader da un lato, e all'intelligenza lungimirante di Silvio Berlusconi dall'altro, inserirsi da protagonista nella vita istituzionale del paese, assumendo una dimensione nazionale e non più soltanto «padana». Prova ne è stata, da ultimo, la scelta di presentare, alle recenti elezioni europee ed amministrative, liste che andassero oltre i semplici confini del Settentrione. E i risultati non possono certo essere definiti deludenti. Quindi, parlare oggi - come molti osservatori ancora si ostinano a fare - del Carroccio come di un «partito anti-sistema» significa continuare a non comprendere la realtà, utilizzando schemi ormai vetusti a soli fini propagandistici. Del resto, che la Lega sarebbe potuta diventare un perno del sistema politico e istituzionale non lo aveva compreso soltanto Silvio Berlusconi, ma anche, nell'opposto schieramento politico, Massimo D'Alema, che provò in più occasioni a corteggiare Bossi, contribuendo di fatto a quello «sdoganamento» che ora è realtà compiuta.
Se oggi, dunque, si vuole rintracciare nel panorama italiano dei partiti una forza antisistema, bisogna volgere lo sguardo altrove. Perché esiste un movimento che a tutti gli effetti rappresenta una rivolta generale contro le istituzioni, una protesta radicale contro la configurazione dei poteri politici prevista dalla Costituzione, una critica sostanziale alla democrazia rappresentativa su cui si regge la Repubblica italiana. Questo movimento, pur essendo presente in parlamento e pur avendo negli anni scorsi fatto parte di un governo di centrosinistra, incarna, allo stato attuale delle cose, il sentimento - sempre vivo in fasce della popolazione italiana, e oggi assai in voga - dell'inutilità delle procedure su cui si regge la vita delle istituzioni; dell'insensatezza delle garanzie previste dalla Carta costituzionale a difesa dei rappresentanti del popolo; della vacuità delle «liturgie» attraverso le quali si raggiunge un accordo tra partiti per la definizione delle leggi e dei provvedimenti governativi. Il tutto nel nome di una «democrazia diretta» in cui il processo decisionale è affidato senza filtri alla «rete» dei cittadini collegati tra loro da internet, dai blog, dai meet-up.
Questo è, in soldoni, il sostrato ideologico che sta alla base dell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e del movimento anti-politico, guidato da Beppe Grillo, di cui l'ex pubblico ministero rilancia le parole d'ordine, gli appelli, le battaglie. Si tratta, in fondo, di un progetto assai più «anti-sistema» di quello portato avanti dalla Lega Nord nei suoi primi anni di attività, perché, se nel caso del Carroccio il problema era sostanzialmente quello di dare una degna rappresentanza a un Settentrione per troppo tempo dimenticato dal potere centrale a tutto vantaggio del Mezzogiorno, con l'Italia dei Valori ci troviamo di fronte una delegittimazione in piena regola della stessa organizzazione democratica dello Stato. Mentre la Lega delle origini era un partito ferocemente anti-statalista e anti-centralista, l'Idv appare a tutti gli effetti come un partito tout court anti-democratico, almeno secondo il senso che la parola «democrazia» ha assunto da tre secoli a questa parte.
Se questa lettura, come pensiamo, ha un qualche fondamento, allora è necessario riconsiderare sotto un'altra luce la storia politica italiana degli ultimi anni. A partire, certo, dal 1992-93, quando Di Pietro diviene il simbolo della cancellazione dei partiti democratici della prima Repubblica per via giudiziaria, con Mani Pulite, per finire con la caduta del governo Prodi e la successiva scelta di Walter Veltroni di far alleare il Partito Democratico con l'Italia dei Valori alle elezioni politiche del 2008. Per quanto riguarda la fine dell'esecutivo prodiano, diventa chiaro che il motivo ultimo della crisi non fu tanto la vicenda personale di Clemente Mastella, quanto l'incapacità, dovuta alla debolezza congenita nell'Unione, di reggere l'urto dell'ondata anti-politica, sposata da Di Pietro, che proprio nel 2007 ebbe il suo momento apicale. Infine, per quel che concerne la decisione di Veltroni di apparentare il Pd con l'Idv nel 2008, appare oggi evidente come quella scelta non soltanto ha segnato l'inizio della fine della segreteria veltroniana, ma anche e soprattutto ha impedito al nuovo soggetto di centrosinistra di elaborare una propria politica di opposizione diversa dall'antiberlusconismo fanatico e dal qualunquismo esasperato dell'ex pm. Al punto che ora il Pd annaspa su percentuali di consenso molto basse e si trova costretto, suo malgrado, a occupare gran parte del tempo cercando di non farsi fagocitare del tutto dall'Italia dei Valori. E la «questione Di Pietro», che lo si voglia o no, sarà uno dei più intricati nodi da sciogliere al congresso prossimo venturo.
Questa rapida disamina mostra che, da quando Di Pietro è sceso - più o meno direttamente - in politica, l'esito della sua azione è stato, a conti fatti, soltanto quello della distruzione dell'esistente, e mai la costruzione di qualche cosa di democraticamente più avanzato e maturo. Per questo oggi occorre che tutti, e in particolare chi non ha ancora compreso la vera natura del movimento dipietrista, trattino l'Idv - e ciò che le ruota attorno - per quello che è: un partito che rigetta le fondamenta comuni della democrazia italiana così come noi l'abbiamo conosciuta a partire dalla nascita della Repubblica. Il vero partito anti-sistema.
Gianteo Bordero
Fino a poco tempo fa, nel vocabolario politologico italiano la definizione di «forza anti-sistema» era appannaggio pressoché esclusivo della Lega Nord. Negli anni ruggenti del secessionismo, del padanismo esasperato, della «Roma ladrona», vi era qualche motivo oggettivamente fondato per catalogare in questo modo il partito di Bossi. Oggi le cose sono profondamente mutate, e il Carroccio, passo dopo passo, si è «istituzionalizzato», divenendo, da semplice forza di lotta, di piazza e di protesta, anche una responsabile forza di governo: negli Enti locali, nei Comuni, nelle Province, su su fino al potere centrale romano. Pur non perdendo l'originaria spinta «rivoluzionaria», e senza rinunciare ai suoi cavalli di battaglia, la Lega ha saputo, grazie all'abilità politica e strategica del suo leader da un lato, e all'intelligenza lungimirante di Silvio Berlusconi dall'altro, inserirsi da protagonista nella vita istituzionale del paese, assumendo una dimensione nazionale e non più soltanto «padana». Prova ne è stata, da ultimo, la scelta di presentare, alle recenti elezioni europee ed amministrative, liste che andassero oltre i semplici confini del Settentrione. E i risultati non possono certo essere definiti deludenti. Quindi, parlare oggi - come molti osservatori ancora si ostinano a fare - del Carroccio come di un «partito anti-sistema» significa continuare a non comprendere la realtà, utilizzando schemi ormai vetusti a soli fini propagandistici. Del resto, che la Lega sarebbe potuta diventare un perno del sistema politico e istituzionale non lo aveva compreso soltanto Silvio Berlusconi, ma anche, nell'opposto schieramento politico, Massimo D'Alema, che provò in più occasioni a corteggiare Bossi, contribuendo di fatto a quello «sdoganamento» che ora è realtà compiuta.
Se oggi, dunque, si vuole rintracciare nel panorama italiano dei partiti una forza antisistema, bisogna volgere lo sguardo altrove. Perché esiste un movimento che a tutti gli effetti rappresenta una rivolta generale contro le istituzioni, una protesta radicale contro la configurazione dei poteri politici prevista dalla Costituzione, una critica sostanziale alla democrazia rappresentativa su cui si regge la Repubblica italiana. Questo movimento, pur essendo presente in parlamento e pur avendo negli anni scorsi fatto parte di un governo di centrosinistra, incarna, allo stato attuale delle cose, il sentimento - sempre vivo in fasce della popolazione italiana, e oggi assai in voga - dell'inutilità delle procedure su cui si regge la vita delle istituzioni; dell'insensatezza delle garanzie previste dalla Carta costituzionale a difesa dei rappresentanti del popolo; della vacuità delle «liturgie» attraverso le quali si raggiunge un accordo tra partiti per la definizione delle leggi e dei provvedimenti governativi. Il tutto nel nome di una «democrazia diretta» in cui il processo decisionale è affidato senza filtri alla «rete» dei cittadini collegati tra loro da internet, dai blog, dai meet-up.
Questo è, in soldoni, il sostrato ideologico che sta alla base dell'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro e del movimento anti-politico, guidato da Beppe Grillo, di cui l'ex pubblico ministero rilancia le parole d'ordine, gli appelli, le battaglie. Si tratta, in fondo, di un progetto assai più «anti-sistema» di quello portato avanti dalla Lega Nord nei suoi primi anni di attività, perché, se nel caso del Carroccio il problema era sostanzialmente quello di dare una degna rappresentanza a un Settentrione per troppo tempo dimenticato dal potere centrale a tutto vantaggio del Mezzogiorno, con l'Italia dei Valori ci troviamo di fronte una delegittimazione in piena regola della stessa organizzazione democratica dello Stato. Mentre la Lega delle origini era un partito ferocemente anti-statalista e anti-centralista, l'Idv appare a tutti gli effetti come un partito tout court anti-democratico, almeno secondo il senso che la parola «democrazia» ha assunto da tre secoli a questa parte.
Se questa lettura, come pensiamo, ha un qualche fondamento, allora è necessario riconsiderare sotto un'altra luce la storia politica italiana degli ultimi anni. A partire, certo, dal 1992-93, quando Di Pietro diviene il simbolo della cancellazione dei partiti democratici della prima Repubblica per via giudiziaria, con Mani Pulite, per finire con la caduta del governo Prodi e la successiva scelta di Walter Veltroni di far alleare il Partito Democratico con l'Italia dei Valori alle elezioni politiche del 2008. Per quanto riguarda la fine dell'esecutivo prodiano, diventa chiaro che il motivo ultimo della crisi non fu tanto la vicenda personale di Clemente Mastella, quanto l'incapacità, dovuta alla debolezza congenita nell'Unione, di reggere l'urto dell'ondata anti-politica, sposata da Di Pietro, che proprio nel 2007 ebbe il suo momento apicale. Infine, per quel che concerne la decisione di Veltroni di apparentare il Pd con l'Idv nel 2008, appare oggi evidente come quella scelta non soltanto ha segnato l'inizio della fine della segreteria veltroniana, ma anche e soprattutto ha impedito al nuovo soggetto di centrosinistra di elaborare una propria politica di opposizione diversa dall'antiberlusconismo fanatico e dal qualunquismo esasperato dell'ex pm. Al punto che ora il Pd annaspa su percentuali di consenso molto basse e si trova costretto, suo malgrado, a occupare gran parte del tempo cercando di non farsi fagocitare del tutto dall'Italia dei Valori. E la «questione Di Pietro», che lo si voglia o no, sarà uno dei più intricati nodi da sciogliere al congresso prossimo venturo.
Questa rapida disamina mostra che, da quando Di Pietro è sceso - più o meno direttamente - in politica, l'esito della sua azione è stato, a conti fatti, soltanto quello della distruzione dell'esistente, e mai la costruzione di qualche cosa di democraticamente più avanzato e maturo. Per questo oggi occorre che tutti, e in particolare chi non ha ancora compreso la vera natura del movimento dipietrista, trattino l'Idv - e ciò che le ruota attorno - per quello che è: un partito che rigetta le fondamenta comuni della democrazia italiana così come noi l'abbiamo conosciuta a partire dalla nascita della Repubblica. Il vero partito anti-sistema.
Gianteo Bordero
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mercoledì 22 luglio 2009
L'ASSESSORE MONTI S'ARRAMPICA SUGLI SPECCHI
CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GRUPPO CONSILIARE
“IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
COMUNICATO STAMPA DEL 22 LUGLIO 2009
Durante l’ultimo Consiglio Comunale l’assessore all’Urbanistica Anna Monti, sulla mozione presentata dal nostro gruppo e riguardante Riva Trigoso e il Piano degli Arenili, si è esibita in uno spettacolare tentativo di arrampicamento sugli specchi pur di non riconoscere pubblicamente quanto rilevato con chiarezza dalla Regione Liguria, ossia che il Piano presentato dall’assessore va rivisto.
Prima Monti ha tirato le orecchie alla presidente del Consiglio Comunale, Gabriella Ferrando, perché - a suo dire - non avrebbe dovuto permettere che si discutesse la mozione, dichiarandola inammissibile. Poi se l’è presa con la Regione Liguria, che - sempre a suo dire - avrebbe giudicato il Piano attraverso funzionari “che non hanno adeguata cognizione”, e che, nella lettera inviata al Comune, avrebbero commesso “svarioni giuridici”.
L’assessore, dunque, ha provato a salire in cattedra e a fare la lezioncina sia alla presidente Ferrando sia alla Regione, che – giova ricordarlo, a scanso di equivoci – hanno entrambe la stessa colorazione politica della Monti. Per fortuna, alla fine è intervenuto il sindaco, che ha ribadito la disponibilità dell’Amministrazione a prendere in seria considerazione tutte le osservazioni al Piano degli Arenili, come chiedeva la nostra mozione.
All’assessore Monti ricordiamo, in conclusione, solo una riga della lettera inviata dalla Regione all’Ufficio Urbanistica del Comune: “E’ stata rilevata in via del tutto prioritaria la necessità di procedere ad una revisione della soluzione proposta”. Se le parole “prioritaria” e “revisione” hanno ancora un senso, ogni tentativo di arrampicamento sugli specchi è destinato a risolversi in un nulla di fatto.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Giuseppe Ianni
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
GRUPPO CONSILIARE
“IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
COMUNICATO STAMPA DEL 22 LUGLIO 2009
Durante l’ultimo Consiglio Comunale l’assessore all’Urbanistica Anna Monti, sulla mozione presentata dal nostro gruppo e riguardante Riva Trigoso e il Piano degli Arenili, si è esibita in uno spettacolare tentativo di arrampicamento sugli specchi pur di non riconoscere pubblicamente quanto rilevato con chiarezza dalla Regione Liguria, ossia che il Piano presentato dall’assessore va rivisto.
Prima Monti ha tirato le orecchie alla presidente del Consiglio Comunale, Gabriella Ferrando, perché - a suo dire - non avrebbe dovuto permettere che si discutesse la mozione, dichiarandola inammissibile. Poi se l’è presa con la Regione Liguria, che - sempre a suo dire - avrebbe giudicato il Piano attraverso funzionari “che non hanno adeguata cognizione”, e che, nella lettera inviata al Comune, avrebbero commesso “svarioni giuridici”.
L’assessore, dunque, ha provato a salire in cattedra e a fare la lezioncina sia alla presidente Ferrando sia alla Regione, che – giova ricordarlo, a scanso di equivoci – hanno entrambe la stessa colorazione politica della Monti. Per fortuna, alla fine è intervenuto il sindaco, che ha ribadito la disponibilità dell’Amministrazione a prendere in seria considerazione tutte le osservazioni al Piano degli Arenili, come chiedeva la nostra mozione.
All’assessore Monti ricordiamo, in conclusione, solo una riga della lettera inviata dalla Regione all’Ufficio Urbanistica del Comune: “E’ stata rilevata in via del tutto prioritaria la necessità di procedere ad una revisione della soluzione proposta”. Se le parole “prioritaria” e “revisione” hanno ancora un senso, ogni tentativo di arrampicamento sugli specchi è destinato a risolversi in un nulla di fatto.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Giuseppe Ianni
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
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domenica 19 luglio 2009
UNA SCELTA STRATEGICA
da Ragionpolitica.it del 18 luglio 2009
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, assieme ai ministri del Turismo (Michela Brambilla) e dell'Innovazione e Pubblica Amministrazione (Renato Brunetta) ha presentato mercoledì a Roma il portale ufficiale del turismo italiano, Italia.it. Un'iniziativa che il premier ha definito di «capitale importanza» per rilanciare il nostro sistema turistico e soprattutto per riuscire a far fruttare al meglio, anche in termini di ricadute sul Prodotto Interno Lordo, l'immenso patrimonio artistico, culturale, paesaggistico di cui il nostro paese gode.
La scelta del governo di riproporre un portale che era stato mal utilizzato dal precedente esecutivo di centrosinistra, peraltro dopo un ingente investimento di risorse pubbliche all'uopo dedicate, risponde però anche ad un'esigenza più specificamente politica, sentita come una necessità anche dagli stessi rappresentanti del settore. C'era bisogno, in sostanza, che il governo centrale ponesse un freno alla eccessiva frammentazione delle competenze in materia di turismo. Frammentazione che ha avuto luogo, nel nostro paese, in seguito alla sciagurata riforma del titolo V della Costituzione votata dal centrosinistra nel 2001. Essendo cioè entrato il turismo a far parte delle materie di esclusiva competenza regionale, alla fine è accaduto che si sono creati, in un unico Stato, ben 20 sistemi distinti e per certi versi distanti di promozione e valorizzazione turistica. Il risultato è stato che ogni Ente regionale si è interessato, come si suol dire, soltanto al proprio orticello, senza uno sguardo complessivo sull'Italia.
E' venuta meno, in sostanza, una politica turistica nazionale degna di tal nome, con conseguenze negative anche sul piano economico, che il presidente del Consiglio ha sottolineato nel corso della conferenza stampa di mercoledì. Attenuatasi ora la sbronza regionalista che per molti anni ha impedito al nostro paese di mettere in campo politiche organiche in materie strategiche per il futuro dell'Italia, è giunto il tempo di ragionare in termini di sistema-paese e non più di singolo sistema territoriale. Tutti sono chiamati a comprendere che se il turismo funziona in una Regione non è soltanto grazie ai meriti e alle iniziative più o meno originali di questo o quel «governatore», ma anche e soprattutto perché ad attrarre visitatori, alla fine, è sempre il «marchio» Italia in quanto tale e l'aggettivo «italiano» come sinonimo e garanzia di bellezza, qualità, gusto.
E' proprio per rispondere a questa necessità strategica che il governo Berlusconi ha deciso dapprima di creare un ministero ad hoc per il turismo, affidato a Michela Vittoria Brambilla, e ora di ridare nuova linfa al portale Italia.it, nel cui nome è già contenuto il programma: proporre un punto capace di dare unità e coerenza a ciò che, in questi ultimi anni, non di rado è stato pensato come avulso dal sistama-paese, come una monade autosufficiente. Ora, grazie alle iniziative del governo, si passa da una visone particolaristica ad una visione incentrata sull'interesse nazionale, in coerenza con quanto affermato dal Popolo della Libertà nel programma presentato agli elettori nell'aprile del 2008. Far «rialzare l'Italia» significa anche tornare a ragionare di turismo in una logica di sistema, l'unica capace di rispondere alla sfida della competitività all'interno del mercato globale e la sola a poter far fruttare al meglio l'immenso patrimonio di bellezza che è stato dato in dote al nostro paese, come ha scritto il presidente nel Consiglio nel messaggio di presentazione del portale: «L'Italia è il paese del cielo, del sole, del mare. Un paese magico, capace di incantare e di conquistare il cuore non solo di chi ci vive, ma anche di chi lo visita, di chi lo scopre per la prima volta. Un paese che regala emozioni profonde attraverso i suoi paesaggi, le sue città, i suoi tesori d'arte, i suoi sapori, la sua musica. Un viaggio in Italia, per noi italiani e per chiunque arrivi da ogni parte del mondo, è un viaggio nell'arte e nel bello. L'Italia è magica. Scopritela. Nascerà un grande amore».
Gianteo Bordero
Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, assieme ai ministri del Turismo (Michela Brambilla) e dell'Innovazione e Pubblica Amministrazione (Renato Brunetta) ha presentato mercoledì a Roma il portale ufficiale del turismo italiano, Italia.it. Un'iniziativa che il premier ha definito di «capitale importanza» per rilanciare il nostro sistema turistico e soprattutto per riuscire a far fruttare al meglio, anche in termini di ricadute sul Prodotto Interno Lordo, l'immenso patrimonio artistico, culturale, paesaggistico di cui il nostro paese gode.
La scelta del governo di riproporre un portale che era stato mal utilizzato dal precedente esecutivo di centrosinistra, peraltro dopo un ingente investimento di risorse pubbliche all'uopo dedicate, risponde però anche ad un'esigenza più specificamente politica, sentita come una necessità anche dagli stessi rappresentanti del settore. C'era bisogno, in sostanza, che il governo centrale ponesse un freno alla eccessiva frammentazione delle competenze in materia di turismo. Frammentazione che ha avuto luogo, nel nostro paese, in seguito alla sciagurata riforma del titolo V della Costituzione votata dal centrosinistra nel 2001. Essendo cioè entrato il turismo a far parte delle materie di esclusiva competenza regionale, alla fine è accaduto che si sono creati, in un unico Stato, ben 20 sistemi distinti e per certi versi distanti di promozione e valorizzazione turistica. Il risultato è stato che ogni Ente regionale si è interessato, come si suol dire, soltanto al proprio orticello, senza uno sguardo complessivo sull'Italia.
E' venuta meno, in sostanza, una politica turistica nazionale degna di tal nome, con conseguenze negative anche sul piano economico, che il presidente del Consiglio ha sottolineato nel corso della conferenza stampa di mercoledì. Attenuatasi ora la sbronza regionalista che per molti anni ha impedito al nostro paese di mettere in campo politiche organiche in materie strategiche per il futuro dell'Italia, è giunto il tempo di ragionare in termini di sistema-paese e non più di singolo sistema territoriale. Tutti sono chiamati a comprendere che se il turismo funziona in una Regione non è soltanto grazie ai meriti e alle iniziative più o meno originali di questo o quel «governatore», ma anche e soprattutto perché ad attrarre visitatori, alla fine, è sempre il «marchio» Italia in quanto tale e l'aggettivo «italiano» come sinonimo e garanzia di bellezza, qualità, gusto.
E' proprio per rispondere a questa necessità strategica che il governo Berlusconi ha deciso dapprima di creare un ministero ad hoc per il turismo, affidato a Michela Vittoria Brambilla, e ora di ridare nuova linfa al portale Italia.it, nel cui nome è già contenuto il programma: proporre un punto capace di dare unità e coerenza a ciò che, in questi ultimi anni, non di rado è stato pensato come avulso dal sistama-paese, come una monade autosufficiente. Ora, grazie alle iniziative del governo, si passa da una visone particolaristica ad una visione incentrata sull'interesse nazionale, in coerenza con quanto affermato dal Popolo della Libertà nel programma presentato agli elettori nell'aprile del 2008. Far «rialzare l'Italia» significa anche tornare a ragionare di turismo in una logica di sistema, l'unica capace di rispondere alla sfida della competitività all'interno del mercato globale e la sola a poter far fruttare al meglio l'immenso patrimonio di bellezza che è stato dato in dote al nostro paese, come ha scritto il presidente nel Consiglio nel messaggio di presentazione del portale: «L'Italia è il paese del cielo, del sole, del mare. Un paese magico, capace di incantare e di conquistare il cuore non solo di chi ci vive, ma anche di chi lo visita, di chi lo scopre per la prima volta. Un paese che regala emozioni profonde attraverso i suoi paesaggi, le sue città, i suoi tesori d'arte, i suoi sapori, la sua musica. Un viaggio in Italia, per noi italiani e per chiunque arrivi da ogni parte del mondo, è un viaggio nell'arte e nel bello. L'Italia è magica. Scopritela. Nascerà un grande amore».
Gianteo Bordero
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