IL POPOLO DELLA LIBERTÀ – SESTRI LEVANTE
COMUNICATO STAMPA DEL 18 GIUGNO 2009
Il voto europeo del 6 e 7 giugno a Sestri Levante ha messo innanzitutto in evidenza un crollo di ampie proporzioni del Partito Democratico. Alle elezioni politiche del 2008 il Pd aveva raccolto, nella nostra città, il 42,1% dei consensi; alle europee 2009 si è fermato al 34%. Si tratta di un calo di ben 8 punti percentuali rispetto a un anno fa. Se poi raffrontiamo il dato delle europee 2009 con quello delle europee 2004, le cose per il Partito Democratico vanno ancora peggio: allora la lista Uniti nell’Ulivo, che raccoglieva Ds e Margherita, ottenne il 44,4% dei voti. La perdita è stata, in questo caso, del 10,4%. In termini assoluti, dal 2004 al 2009 il partito che governa Sestri Levante è passato da 5072 a 3454 voti, lasciando per strada il 31,9% dei consensi che raccoglieva tra i cittadini, quasi un elettore su tre.
Per quel che riguarda invece il nostro partito, il Popolo della Libertà, se è vero che vi è stata una flessione rispetto alle elezioni politiche del 2008 (dal 30,7% al 29,5%), guardando alle europee del 2004 si scopre che Forza Italia e Alleanza Nazionale, che allora correvano ancora divise, ottenevano in totale il 24,9% dei consensi, 2849 voti. Ciò significa che oggi il Popolo della Libertà è cresciuto, rispetto al 2004, del 4,6% in termini percentuali e, in termini assoluti, di 147 voti (ne ha raccolti, il 6 e 7 giugno, 2996).
Questi dati indicano, come elemento politico di prim’ordine, il differente esito dei processi di unione e semplificazione avvenuti rispettivamente col Partito Democratico e col Popolo della Libertà. Nel primo caso assistiamo oggi al fallimento sostanziale della fusione dei Democratici di Sinistra e della Margherita in un unico soggetto; nel secondo caso, invece, osserviamo la buona riuscita della convergenza di Forza Italia e Alleanza Nazionale nel Pdl, una convergenza che trova il gradimento dell’elettorato sestrese. In sintesi: nella nostra città, mentre il Pd prende meno voti di Ds + Margherita, il Pdl prende più voti di Forza Italia + An.
Per avere conferma del fatto che ha preso corpo, a Sestri Levante, una tendenza favorevole al centrodestra e di sfiducia nei confronti del centrosinistra, basta guardare ai dati delle coalizioni attualmente presenti in Consiglio Comunale. Il centrosinistra che sostiene il sindaco Lavarello ha ottenuto, il 6 e 7 giugno, il 42,5% dei consensi, mentre il centrodestra, rappresentato dal gruppo Pdl-Lega-Udc, ha raggiunto quota 44,1%. La sinistra radicale - che nel nostro Comune è all’opposizione - è al 7,6%. Anche se si è trattato di elezioni europee e non amministrative, quello che è importante cogliere è appunto il trend, la tendenza, che in modo chiaro e incontestabile indica un declino della sinistra e una crescita del centrodestra a Sestri Levante.
Per questo non è possibile concordare con quanti, nei giorni scorsi, hanno parlato di Sestri Levante come di una “roccaforte del Pd”. Il Partito Democratico, su base nazionale, ha perso, rispetto alle politiche del 2008, il 7,3% dei consensi; a Sestri, come abbiamo visto, ha perso l’8%. Dove sia la “roccaforte” è difficile a dirsi. Quello che invece rileva, numeri alla mano, è il cambio di direzione del vento politico nella nostra città, con un centrodestra che cresce a vista d’occhio e che ormai è una realtà forte e radicata anche a Sestri Levante.
I dirigenti e i consiglieri comunali
del Popolo della Libertà, Sestri Levante
Graziano Stagni
Giancarlo Stagnaro
Gianteo Bordero
Marco Conti
Giuseppe Ianni
giovedì 18 giugno 2009
martedì 16 giugno 2009
NEL PD E' GUERRA APERTA IN VISTA DEL CONGRESSO
da Ragionpolitica.it del 16 giugno 2009
La tregua è finita, andate in guerra. Neanche il tempo di conoscere l'esito dei ballottaggi amministrativi di domenica e lunedì prossimi ed ecco che all'interno del Partito Democratico si aprono le danze in vista del congresso di ottobre. Un congresso che ha tutta l'aria di essere il momento della resa dei conti finale non tanto tra ex Ds ed ex Margherita, quanto tra i duellanti di sempre della sinistra italiana: Massimo D'Alema e Walter Veltroni. Il primo ha annunciato il suo sostegno a Pierluigi Bersani, salvo mettere in campo la sua disponibilità, come extrema ratio, in caso di emergenza, ad assumere la guida del partito. Il secondo è tornato a farsi sentire con una lettera su Facebook nella quale, in sostanza, rivendica la necessità di riprendere il cammino iniziato col Lingotto (e indebolito dal logoramento della sua leadership dopo la sconfitta alle elezioni politiche), dando continuità all'attuale segreteria e magari innervandola di giovani promesse del partito come Debora Serracchiani e amministratori affermati come Sergio Chiamparino. Mentre l'ex presidente del Consiglio ha stretto alleanza con Enrico Letta, l'ex segretario del Pd ha convocato per il 2 di luglio, al Capranica di Roma, un incontro con i suoi fedelissimi ed estimatori per «rafforzare e rilanciare» il suo originario progetto, quello del partito riformista a vocazione maggioritaria, «senza correnti e personalismi, senza vecchie e paralizzanti logiche figlie di un tempo superato».
Dietro il rinnovarsi dell'eterno scontro personale tra D'Alema e Veltroni, però, si nasconde anche la radicale divergenza di progetti strategici: è cosa nota che Baffino lavori per rimettere in piedi un ampio sistema di alleanze che guardi, oltre che alla nuova sinistra di Vendola (sponsorizzata da Bertinotti), anche all'Udc di Pier Ferdinando Casini - un dato, questo, confermato appunto dal patto stretto con Letta, maggiore sostenitore dell'intesa con il leader centrista -, mentre Walter punta in primis alla riproposizone del progetto Pd così come inaugurato due anni or sono con il discorso del Lingotto. Ha scritto l'ex sindaco di Roma nella lettera pubblicata su Facebook: «Se ritengo opportuno, in questo momento, tornare a dire quel che penso, è perché avverto che il nostro progetto, il progetto del Partito Democratico, è messo in discussione. E' perché sento che attorno ad esso si muovono richiami antichi». Non bisogna andar lontano per capire a chi si riferisce Veltroni.
Tra l'altro - sia detto per inciso - è possibile leggere anche alla luce di questa battaglia tra D'Alema e Veltroni le dichiarazioni del primo in merito alla necessità, per l'opposizione, di farsi trovare pronta nel caso in cui, prossimamente, avessero luogo quelle «scosse» (di cui egli ha parlato domenica nel corso della trasmissione di Lucia Annunziata, In Mezz'ora) tali da mettere in discussione la tenuta dell'esecutivo Berlusconi. Se la speranza di D'Alema, esperto in giochi di palazzo come quelli che lo portarono al governo dopo la caduta di Prodi nel 1998, è quella di riuscire a mettere insieme in parlamento - non si sa come - i numeri per sostenere un esecutivo pseudo «tecnico» o di «salute pubblica», i veltroniani, che puntano diretti al bipartitismo, hanno già fatto sapere che, in un fanta-scenario come quello disegnato da D'Alema, non ci sarebbe alternativa al ritorno alle urne.
Tutto questo accade mentre su un altro fronte, quello della collocazione europea del Pd, un altro big dei Democratici, Francesco Rutelli, fa sapere, attraverso un'intervista rilasciata lunedì al Corriere della Sera, che potrebbe giungere al punto di abbandonare il partito se dovesse continuare a prevalere la linea filo-socialista portata avanti dagli ex Ds e fatta propria anche dal segretario Franceschini, e che ha condotto alla decisione di creare un euro-gruppo «socialista e democratico» (Asde). Secondo Rutelli, «la scelta simbolica di far entrare il Pd nella casa socialista in Europa è un errore capitale... Significa buttare a mare tutta la novità e la singolarità del Pd». Non è, per l'ex segretario della Margherita, soltanto una questione europea, perché potrebbe avere anche risvolti di politica interna: «Se il Pd - dice - si connota a sinistra, si chiude ogni strada di crescita».
Sono queste alcune delle tensioni che stanno emergendo nel Partito Democratico in questi giorni del post-voto ed è lecito ipotizzare che altre ne verranno a galla nelle ore e nelle settimane a venire. La tregua invocata da Franceschini almeno fino ai ballottaggi del 21 e 22 giugno non è durata. Segno che le divisioni interne, le divergenze sulla linea politica da seguire, sulle strategie, sul compito e sull'identità stessa del partito sono talmente profonde e radicate che le correnti - che tali divergenti linee rappresentano - hanno fretta di organizzarsi al meglio in vista del congresso di ottobre, senza fare sconti agli avversari. I giochi sono aperti, si affilano le armi. Stavolta - si augura Prodi (L'Unità, 16 giugno) - scorrerà il sangue. Perché più a fondo di così il Pd non può andare, e non scegliere significherebbe soltanto compiere l'ultimo passo verso il baratro.
Gianteo Bordero
La tregua è finita, andate in guerra. Neanche il tempo di conoscere l'esito dei ballottaggi amministrativi di domenica e lunedì prossimi ed ecco che all'interno del Partito Democratico si aprono le danze in vista del congresso di ottobre. Un congresso che ha tutta l'aria di essere il momento della resa dei conti finale non tanto tra ex Ds ed ex Margherita, quanto tra i duellanti di sempre della sinistra italiana: Massimo D'Alema e Walter Veltroni. Il primo ha annunciato il suo sostegno a Pierluigi Bersani, salvo mettere in campo la sua disponibilità, come extrema ratio, in caso di emergenza, ad assumere la guida del partito. Il secondo è tornato a farsi sentire con una lettera su Facebook nella quale, in sostanza, rivendica la necessità di riprendere il cammino iniziato col Lingotto (e indebolito dal logoramento della sua leadership dopo la sconfitta alle elezioni politiche), dando continuità all'attuale segreteria e magari innervandola di giovani promesse del partito come Debora Serracchiani e amministratori affermati come Sergio Chiamparino. Mentre l'ex presidente del Consiglio ha stretto alleanza con Enrico Letta, l'ex segretario del Pd ha convocato per il 2 di luglio, al Capranica di Roma, un incontro con i suoi fedelissimi ed estimatori per «rafforzare e rilanciare» il suo originario progetto, quello del partito riformista a vocazione maggioritaria, «senza correnti e personalismi, senza vecchie e paralizzanti logiche figlie di un tempo superato».
Dietro il rinnovarsi dell'eterno scontro personale tra D'Alema e Veltroni, però, si nasconde anche la radicale divergenza di progetti strategici: è cosa nota che Baffino lavori per rimettere in piedi un ampio sistema di alleanze che guardi, oltre che alla nuova sinistra di Vendola (sponsorizzata da Bertinotti), anche all'Udc di Pier Ferdinando Casini - un dato, questo, confermato appunto dal patto stretto con Letta, maggiore sostenitore dell'intesa con il leader centrista -, mentre Walter punta in primis alla riproposizone del progetto Pd così come inaugurato due anni or sono con il discorso del Lingotto. Ha scritto l'ex sindaco di Roma nella lettera pubblicata su Facebook: «Se ritengo opportuno, in questo momento, tornare a dire quel che penso, è perché avverto che il nostro progetto, il progetto del Partito Democratico, è messo in discussione. E' perché sento che attorno ad esso si muovono richiami antichi». Non bisogna andar lontano per capire a chi si riferisce Veltroni.
Tra l'altro - sia detto per inciso - è possibile leggere anche alla luce di questa battaglia tra D'Alema e Veltroni le dichiarazioni del primo in merito alla necessità, per l'opposizione, di farsi trovare pronta nel caso in cui, prossimamente, avessero luogo quelle «scosse» (di cui egli ha parlato domenica nel corso della trasmissione di Lucia Annunziata, In Mezz'ora) tali da mettere in discussione la tenuta dell'esecutivo Berlusconi. Se la speranza di D'Alema, esperto in giochi di palazzo come quelli che lo portarono al governo dopo la caduta di Prodi nel 1998, è quella di riuscire a mettere insieme in parlamento - non si sa come - i numeri per sostenere un esecutivo pseudo «tecnico» o di «salute pubblica», i veltroniani, che puntano diretti al bipartitismo, hanno già fatto sapere che, in un fanta-scenario come quello disegnato da D'Alema, non ci sarebbe alternativa al ritorno alle urne.
Tutto questo accade mentre su un altro fronte, quello della collocazione europea del Pd, un altro big dei Democratici, Francesco Rutelli, fa sapere, attraverso un'intervista rilasciata lunedì al Corriere della Sera, che potrebbe giungere al punto di abbandonare il partito se dovesse continuare a prevalere la linea filo-socialista portata avanti dagli ex Ds e fatta propria anche dal segretario Franceschini, e che ha condotto alla decisione di creare un euro-gruppo «socialista e democratico» (Asde). Secondo Rutelli, «la scelta simbolica di far entrare il Pd nella casa socialista in Europa è un errore capitale... Significa buttare a mare tutta la novità e la singolarità del Pd». Non è, per l'ex segretario della Margherita, soltanto una questione europea, perché potrebbe avere anche risvolti di politica interna: «Se il Pd - dice - si connota a sinistra, si chiude ogni strada di crescita».
Sono queste alcune delle tensioni che stanno emergendo nel Partito Democratico in questi giorni del post-voto ed è lecito ipotizzare che altre ne verranno a galla nelle ore e nelle settimane a venire. La tregua invocata da Franceschini almeno fino ai ballottaggi del 21 e 22 giugno non è durata. Segno che le divisioni interne, le divergenze sulla linea politica da seguire, sulle strategie, sul compito e sull'identità stessa del partito sono talmente profonde e radicate che le correnti - che tali divergenti linee rappresentano - hanno fretta di organizzarsi al meglio in vista del congresso di ottobre, senza fare sconti agli avversari. I giochi sono aperti, si affilano le armi. Stavolta - si augura Prodi (L'Unità, 16 giugno) - scorrerà il sangue. Perché più a fondo di così il Pd non può andare, e non scegliere significherebbe soltanto compiere l'ultimo passo verso il baratro.
Gianteo Bordero
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lunedì 15 giugno 2009
PIANO COMUNALE PER I NUOVI BAR E RISTORANTI: POZZO E LAVARELLO NON SI PRENDANO MERITI CHE NON HANNO
CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE
GRUPPO CONSILIARE “IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
COMUNICATO STAMPA DEL 15 GIUGNO 2009
Se non fosse stato per il senso di responsabilità e per il contributo fornito dai gruppi di opposizione, nel corso dell’ultima seduta di Consiglio comunale sarebbe stato approvato un pessimo regolamento per l’apertura di nuovi bar e ristoranti a Sestri Levante. Il testo fatto pervenire ai consiglieri dall’assessore Pozzo, infatti, era in continuità con la pessima qualità di altri regolamenti approntati dalla Giunta Lavarello. Tant’è vero che, durante il Consiglio Comunale, resisi conto della fondatezza e del buon senso che ispirava le critiche mosse dall’opposizione, sia l’assessore che il sindaco hanno chiesto una riunione dei capigruppo per apportare quelle modifiche necessarie a rendere migliore il documento. Una riunione che si è protratta per più di un’ora, e in cui il provvedimento presentato da Pozzo è stato in molte parti rivoltato come un calzino.
Da notare che, sempre su suggerimento dei gruppi di minoranza, diversi commi di articoli del regolamento sono stati stralciati e verranno ripresentati dall’amministrazione nella prossima seduta di Consiglio Comunale. Invece che cantare vittoria, dunque, l’assessore e il sindaco dovrebbero ringraziare un’opposizione responsabile, che ha evitato che per l’ennesima volta venisse approvato un provvedimento che, per usare un eufemismo, lasciava a desiderare. Invece che auto-incensarsi sui quotidiani locali, Pozzo e Lavarello dovrebbero meglio concentrarsi sulla qualità dei regolamenti da loro proposti, senza intestarsi vittorie che sono, semmai, merito esclusivo di un’opposizione seria, preparata e attenta al bene della città più che agli sterili giochetti di potere che tanto piacciono all’attuale maggioranza.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Giuseppe Ianni
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
GRUPPO CONSILIARE “IL POPOLO DELLA LIBERTA’ – LEGA NORD – UDC”
COMUNICATO STAMPA DEL 15 GIUGNO 2009
Se non fosse stato per il senso di responsabilità e per il contributo fornito dai gruppi di opposizione, nel corso dell’ultima seduta di Consiglio comunale sarebbe stato approvato un pessimo regolamento per l’apertura di nuovi bar e ristoranti a Sestri Levante. Il testo fatto pervenire ai consiglieri dall’assessore Pozzo, infatti, era in continuità con la pessima qualità di altri regolamenti approntati dalla Giunta Lavarello. Tant’è vero che, durante il Consiglio Comunale, resisi conto della fondatezza e del buon senso che ispirava le critiche mosse dall’opposizione, sia l’assessore che il sindaco hanno chiesto una riunione dei capigruppo per apportare quelle modifiche necessarie a rendere migliore il documento. Una riunione che si è protratta per più di un’ora, e in cui il provvedimento presentato da Pozzo è stato in molte parti rivoltato come un calzino.
Da notare che, sempre su suggerimento dei gruppi di minoranza, diversi commi di articoli del regolamento sono stati stralciati e verranno ripresentati dall’amministrazione nella prossima seduta di Consiglio Comunale. Invece che cantare vittoria, dunque, l’assessore e il sindaco dovrebbero ringraziare un’opposizione responsabile, che ha evitato che per l’ennesima volta venisse approvato un provvedimento che, per usare un eufemismo, lasciava a desiderare. Invece che auto-incensarsi sui quotidiani locali, Pozzo e Lavarello dovrebbero meglio concentrarsi sulla qualità dei regolamenti da loro proposti, senza intestarsi vittorie che sono, semmai, merito esclusivo di un’opposizione seria, preparata e attenta al bene della città più che agli sterili giochetti di potere che tanto piacciono all’attuale maggioranza.
Gianteo Bordero (capogruppo)
Giuseppe Ianni
Marco Conti
Giancarlo Stagnaro
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sabato 13 giugno 2009
IL NUOVO SOGNO DI FAUSTO: UN'UNICA, GRANDE SINISTRA
da Ragionpolitica.it del 13 giugno 2009
Pungente come al suo solito, la Jena della Stampa, Riccardo Barenghi, aveva così commentato il titolo dell'ultimo libro di Fausto Bertinotti, Devi augurarti che la strada sia lunga: «Tranquillo, Fausto, sarà lunghissima». Era il 7 maggio. Oggi, a un mese di distanza, dopo il risultato delle elezioni europee ed amministrative dello scorso fine settimana, trovare il bandolo della matassa per ricostruire la sinistra in Italia è diventata impresa ancor più difficile. E allora l'ex leader di Rifondazione prende carta e penna e scrive al nuovo giornale di Piero Sansonetti, L'Altro, per analizzare il dato emerso dalle urne e tracciare la rotta per l'immediato futuro della gauche nostrana. Se la prima parte riesce meravigliosamente bene al subcomandante Fausto, è la seconda che lascia quanto meno perplessi: Bertinotti individua con precisione la malattia, ma è sulla cura che nutriamo più di un dubbio.
Ma andiamo con ordine: «Il disastroso risultato del 6 e 7 giugno - scrive - ha sancito la fine, o la sconfitta storica, dei partiti eredi del Novecento... Bisogna prendere atto che davvero una storia è finita, si è conclusa». E questo, secondo Bertinotti, non riguarda soltanto la sinistra radicale, rimasta esclusa dal parlamento europeo dopo che analoga sorte le era toccata dopo le elezioni politiche del 2008. Riguarda anche il Pd: «Anche il progetto del Partito Democratico è fallito... Quattro milioni di voti perduti in dodici mesi, la perdita massiccia di Comuni e Province, la penetrazione leghista nelle Regioni rosse... Mi pare un bilancio grave». Soprattutto - dice l'ex presidente della Camera - il Pd ha mancato quello che era il suo obiettivo principale: «Contrastare davvero, fermare, arginare, l'avanzata della destra, la sua egemonia "valoriale", la sua conquista di un consenso largamente popolare». Si tratta di un'analisi impietosa, certo, che però non fa una piega. Bertinotti non cede a quell'ipocrisia collettiva che ha portato molti esponenti del Pd, dopo il voto europeo ed amministrativo, a bendarsi gli occhi di fronte all'evidente disfatta e a concentrarsi sul calo contenuto di voti del Pdl invece che sui quattro milioni di consensi perduti e sulle tante amministrazioni passate al centrodestra, anche in aree del paese un tempo roccaforti della sinistra. Bertinotti non cade nel tranello: la sua intelligenza politica gli consente di non censurare la realtà e di guardare senza infingimenti alla vera dimensione del tracollo della sinistra il 6 e 7 giugno.
Ma, come dicevamo poc'anzi, è la pars construens dell'articolo dell'ex segretario di Rifondazione a non convincere. Che cosa propone, infatti, Bertinotti per risollevare le sorti della gauche italiana? Un nuovo partito che metta insieme tutto quello che in qualche modo possa essere ricondotto sotto il termine «sinistra», dal Partito Democratico fino a Vendola, dai Radicali ai Comunisti. «Un partito nuovo, unitario e plurale, della sinistra, di tutta la sinistra. Un partito capace di rappresentare le "grandi mete" (uguaglianza e libertà, laicità, nonviolenza) che danno senso alla sinistra. Una forza da ricostruire processualmente... Entro le prossime elezioni politiche». Bertinotti pensa a una «Grande Sinistra» che non sia «una somma dell'esistente», e non sia frutto di «processi puramente fusionistici». Una strada nuova, dunque, che però ha tutta l'aria di essere l'ultima spiaggia, dopo che tutti gli altri tentativi sono stati esperiti senza portare a risultati duraturi nel tempo, dopo che anche l'Unione prodiana, che teneva insieme, nel nome del mero antiberlusconismo, partiti profondamente diversi e tra loro inconciliabili (Mastella e Di Pietro, Rutelli e Diliberto, la Binetti e Pannella), è naufragata sotto il peso delle sue contraddizioni. La fantasia politica di Bertinotti partorisce dunque una nuova «rifondazione». Stavolta, però, si tratta della «rifondazione di qualcosa che non c'è ancora». Un ossimoro che colpisce l'immaginazione e produce un indubbio effetto fascinoso.
Ma la sostanza dov'è? In nome di che cosa tutti i partiti riconducibili alla sinistra dovrebbero dar vita ad un unico, grande partito, dopo che l'antiberlusconismo si è rivelato incapace di produrre una realtà politica degna di tal nome? Quale ragione politica, insomma, sarebbe alla base di questo nuovo soggetto, nel momento in cui tutte le basi ideali a cui si era appoggiata la sinistra nel Novecento sono state sgretolate dalla storia? L'impressione, alla fine, è che Bertinotti voglia ripartire dal fascino di un nome a cui però non corrisponde più la cosa. Quello dell'ex segretario di Rifondazione appare, alla fine dei conti, solo come un esercizio di ottimismo della volontà finalizzato a rianimare ciò che la sua stessa ragione vede oggi come privo di vita, di anima e forse anche di corpo.
Gianteo Bordero
Pungente come al suo solito, la Jena della Stampa, Riccardo Barenghi, aveva così commentato il titolo dell'ultimo libro di Fausto Bertinotti, Devi augurarti che la strada sia lunga: «Tranquillo, Fausto, sarà lunghissima». Era il 7 maggio. Oggi, a un mese di distanza, dopo il risultato delle elezioni europee ed amministrative dello scorso fine settimana, trovare il bandolo della matassa per ricostruire la sinistra in Italia è diventata impresa ancor più difficile. E allora l'ex leader di Rifondazione prende carta e penna e scrive al nuovo giornale di Piero Sansonetti, L'Altro, per analizzare il dato emerso dalle urne e tracciare la rotta per l'immediato futuro della gauche nostrana. Se la prima parte riesce meravigliosamente bene al subcomandante Fausto, è la seconda che lascia quanto meno perplessi: Bertinotti individua con precisione la malattia, ma è sulla cura che nutriamo più di un dubbio.
Ma andiamo con ordine: «Il disastroso risultato del 6 e 7 giugno - scrive - ha sancito la fine, o la sconfitta storica, dei partiti eredi del Novecento... Bisogna prendere atto che davvero una storia è finita, si è conclusa». E questo, secondo Bertinotti, non riguarda soltanto la sinistra radicale, rimasta esclusa dal parlamento europeo dopo che analoga sorte le era toccata dopo le elezioni politiche del 2008. Riguarda anche il Pd: «Anche il progetto del Partito Democratico è fallito... Quattro milioni di voti perduti in dodici mesi, la perdita massiccia di Comuni e Province, la penetrazione leghista nelle Regioni rosse... Mi pare un bilancio grave». Soprattutto - dice l'ex presidente della Camera - il Pd ha mancato quello che era il suo obiettivo principale: «Contrastare davvero, fermare, arginare, l'avanzata della destra, la sua egemonia "valoriale", la sua conquista di un consenso largamente popolare». Si tratta di un'analisi impietosa, certo, che però non fa una piega. Bertinotti non cede a quell'ipocrisia collettiva che ha portato molti esponenti del Pd, dopo il voto europeo ed amministrativo, a bendarsi gli occhi di fronte all'evidente disfatta e a concentrarsi sul calo contenuto di voti del Pdl invece che sui quattro milioni di consensi perduti e sulle tante amministrazioni passate al centrodestra, anche in aree del paese un tempo roccaforti della sinistra. Bertinotti non cade nel tranello: la sua intelligenza politica gli consente di non censurare la realtà e di guardare senza infingimenti alla vera dimensione del tracollo della sinistra il 6 e 7 giugno.
Ma, come dicevamo poc'anzi, è la pars construens dell'articolo dell'ex segretario di Rifondazione a non convincere. Che cosa propone, infatti, Bertinotti per risollevare le sorti della gauche italiana? Un nuovo partito che metta insieme tutto quello che in qualche modo possa essere ricondotto sotto il termine «sinistra», dal Partito Democratico fino a Vendola, dai Radicali ai Comunisti. «Un partito nuovo, unitario e plurale, della sinistra, di tutta la sinistra. Un partito capace di rappresentare le "grandi mete" (uguaglianza e libertà, laicità, nonviolenza) che danno senso alla sinistra. Una forza da ricostruire processualmente... Entro le prossime elezioni politiche». Bertinotti pensa a una «Grande Sinistra» che non sia «una somma dell'esistente», e non sia frutto di «processi puramente fusionistici». Una strada nuova, dunque, che però ha tutta l'aria di essere l'ultima spiaggia, dopo che tutti gli altri tentativi sono stati esperiti senza portare a risultati duraturi nel tempo, dopo che anche l'Unione prodiana, che teneva insieme, nel nome del mero antiberlusconismo, partiti profondamente diversi e tra loro inconciliabili (Mastella e Di Pietro, Rutelli e Diliberto, la Binetti e Pannella), è naufragata sotto il peso delle sue contraddizioni. La fantasia politica di Bertinotti partorisce dunque una nuova «rifondazione». Stavolta, però, si tratta della «rifondazione di qualcosa che non c'è ancora». Un ossimoro che colpisce l'immaginazione e produce un indubbio effetto fascinoso.
Ma la sostanza dov'è? In nome di che cosa tutti i partiti riconducibili alla sinistra dovrebbero dar vita ad un unico, grande partito, dopo che l'antiberlusconismo si è rivelato incapace di produrre una realtà politica degna di tal nome? Quale ragione politica, insomma, sarebbe alla base di questo nuovo soggetto, nel momento in cui tutte le basi ideali a cui si era appoggiata la sinistra nel Novecento sono state sgretolate dalla storia? L'impressione, alla fine, è che Bertinotti voglia ripartire dal fascino di un nome a cui però non corrisponde più la cosa. Quello dell'ex segretario di Rifondazione appare, alla fine dei conti, solo come un esercizio di ottimismo della volontà finalizzato a rianimare ciò che la sua stessa ragione vede oggi come privo di vita, di anima e forse anche di corpo.
Gianteo Bordero
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giovedì 11 giugno 2009
I BALLOTTAGGI DEL 21 E 22 GIUGNO
da Ragionpolitica.it dell'11 giugno 2009
Saranno 38 i ballottaggi che si svolgeranno domenica 21 e lunedì 22 giugno. 22 coinvolgeranno gli elettori delle Province, 16 quelli dei Comuni capoluogo. Per quanto concerne le prime, 10 sono nel nord Italia, 6 nel centro e le restanti 6 nel sud. 5 al nord, 5 al centro e 6 al sud per quanto riguarda invece le amministrazioni comunali. Dopo il primo turno dello scorso fine settimana, questi ballottaggi rivestono un'importanza particolare, perché potrebbero sancire un ulteriore salto in avanti dell'asse Popolo della Libertà-Lega Nord nel processo di radicamento nelle amministrazioni locali, anche in zone da tempo appannaggio del centrosinistra.
LE PROVINCE
Occorre innanzitutto ricordare che, laddove avrà luogo il ballottaggio, le amministrazioni provinciali uscenti sono tutte di centrosinistra: ogni vittoria del centrodestra rappresenterà quindi un doppio successo. Vediamo nel dettaglio, Regione per Regione, le sfide che si giocheranno.
Partendo da nord-ovest, in Liguria, a Savona, il candidato del centrodestra, Angelo Vaccarezza, ha mancato per pochi voti il successo al primo turno e riparte dal 49,5% contro il 38% dello sfidante di centrosinistra, Michele Boffa. In Piemonte è partita aperta a Torino, dove l'uscente Antonino Saitta ha pochi punti di vantaggio (+2,8%) su Claudia Porchietto, sostenuta da Pdl e Lega; ad Alessandria è avanti il candidato di centrodestra, Francesco Stradella, su Paolo Filippi, uscente del centrosinistra (46,6% a 43,3%). In Lombardia, una sfida molto importante si gioca a Milano, dove il candidato del centrodestra, Guido Podestà, ha anch'egli sfiorato la vittoria al primo turno (49,8%) e ora affronta il ballottaggio contro l'uscente Filippo Penati (38,8%). In Veneto, a Venezia, Francesca Zaccariotto di Pdl-Lega ha ottenuto il 48,3% dei voti e se la vedrà con l'uscente Davide Zoggia (41,9%); a Belluno Gianpaolo Bottacin, del centrodestra, è al 47,1%, mentre l'uscente Sergio Reolon è al 41,1%; a Rovigo Antonello Contiero (centrodestra) è avanti di 12 punti sull'avversaria di centrosinistra, Tiziana Virgili (48,7% a 36,7%). In Emilia Romagna, «zona rossa» per eccellenza, dove Pdl e Lega hanno già strappato al centrosinistra Piacenza, i giochi sono ancora aperti a Rimini (dove il candidato di centrodestra, Marco Lombardi, ha ottenuto il 42,5% dei consensi e può contendere la vittoria all'avversario Stefano Vitali, sostenuto da tutta la sinistra al gran completo, che il 6 e 7 giugno si è fermata al 48,3%) e a Parma, anche se con una forbice maggiore (Giampaolo Lavagetto del centrodestra è al 40%, l'uscente Vincenzo Bernazzoli al 49%); più complessa, per il centrodestra, la partita di Ferrara, dove il candidato del Pdl, Mauro Malaguti, parte con uno svantaggio di 22,5% percentuali rispetto a Marcella Zappaterra (27,2% a 49,7%): occorre però tenere conto che qui la Lega correva con un suo candidato, Davide Verri, che ha raccolto il 15% dei consensi, quindi l'esito della sfida è meno scontato rispetto alle apparenze.
Scendendo nel centro Italia, in Toscana, unica Regione che finora ha confermato tutte le amministrazioni provinciali della gauche, sarà ballottaggio nella roccaforte della sinistra Prato (dove Cristina Attucci del centrodestra affronta con il 41,5% Lamberto Gestri del centrosinistra, al 47,7%), ad Arezzo (Lucia Tanti del centrodestra parte dal 39,2% contro il 49,8% di Roberto Vasai, appoggiato da Pd, Idv e Sl) e a Grosseto (l'ex sindaco Alessandro Antichi, sostenuto da Pdl-Lega-Udc, è al 41,7%, mentre Leonardo Marras del centrosinistra al 47,7%). Nelle Marche, ad Ascoli Piceno, Piero Celani del centrodestra è al 40,9%, Emilio Mandozzi del centrosinistra al 30,5%; nella nuova Provincia di Fermo, Saturnino Di Ruscio (centrodestra) ha ottenuto il 41,8% dei voti e se la vedrà con Fabrizio Cesetti (centrosinistra), che è al 44,8%. Nel Lazio, la partita è ancora aperta a Frosinone (Antonello Iannarilli, centrodestra, è al 44,4%, e l'avversario Gian Franco Schietroma, centrosinistra, al 39%) e a Rieti (Felice Costini del centrodestra è al 45%, mentre l'uscente Fabio Melilli è al 44,4%).
E veniamo al sud. In Campania, Abruzzo e Molise il centrodestra ha già dato cappotto al centrosinistra (6 amministrazioni provinciali strappate agli avversari e 1 confermata). In Puglia ha già cambiato segno politico Bari, e sarà ballottaggio a Brindisi, Lecce e Taranto. Nel primo caso Michele Saccomanno del centrodestra affronta con il 43,9% Massimo Ferrarese del centrosinistra, al 44,4%; nel secondo il centrodestra, con Antonio Gabellone, è al 41,3%, mentre il centrosinistra al 36,7% con Loredana Capone (da segnalare che qui la candidata Adriana Poli Bortone, sostenuta da Udc e da numerose liste civiche, ha ottenuto il 21,9% dei consensi); nel terzo caso, infine, Domenico Rana del centrodestra è avanti, col 34,8%, sull'uscente Giovanni Florido, al 33,9% (anche qui il candidato dell'Udc, della Lega d'Azione Meridionale di Giancarlo Cito, del Partito Pensionati, della Fiamma Tricolore, ossia Giuseppe Tarantino, ha superato quota 20%, accaparrandosi il 23,8% dei voti). E chiudiamo con la Calabria, dove il ballottaggio avrà luogo a Cosenza e a Crotone: a Cosenza il candidato del centrodestra Giuseppe Gentile partirà dal 37,2% per sfidare l'uscente Gerardo Oliverio, che ha raggiunto il 46,9%; a Crotone Stanislao Zurlo del centrodestra, con il 29,6%, sfiderà Ubaldo Schifino del Pd (33,1%) - da notare che qui l'uscente Sergio Iritale, appoggiato da altre liste di sinistra, si è fermato al 20,5%.
I COMUNI
E veniamo ai Comuni capoluogo che andranno al ballottaggio. Anche qui, partendo da un nord-ovest che si già colorato d'azzurro a Biella, Verbania, Bergamo, Pavia, troviamo in Lombardia Cremona: il candidato di Pdl-Lega, Oreste Perri, è in vantaggio di qualche punto percentuale sull'uscente Gian Carlo Corada (45% a 41,6%). In Veneto, a Padova, il candidato del centrodestra Marco Marin sfiderà con il 44,8% l'uscente sindaco-sceriffo Flavio Zanonato, salito all'onore delle cronache per aver fatto erigere il famigerato «Muro» di via Anelli, invasa da spacciatori, prostitute e tossicodipendenti. In Emilia Romagna torneranno alle urne Bologna, Ferrara e Forlì. Nella città felsinea Alfredo Cazzola (centrodestra, 29,1%) se la dovrà vedere con Sergio Delbono, il candidato prodiano del centrosinistra, che si è fermato al 49,4% - da sottolineare che Giorgio Guazzaloca, ex sindaco di centrodestra prima dell'arrivo di Sergio Cofferati, ha raccolto con la sua lista civica, appoggiata anche dall'Udc, il 12,7% dei consensi; a Ferrara Giorgio Dragotto del Pdl (la Lega qui correva da sola) parte con 20 punti di svantaggio su Tiziano Tagliani del centrosinistra (25,5% contro 45,7%); situazione meno difficile, per il centrodestra, a Forlì, dove il candidato di Pdl-Lega-Udc, Alessandro Rondoni, col 40,3% affronterà Roberto Balzani del centrosinistra, al 49,4%.
Nel centro Italia, in Toscana, assisteremo a un ballottaggio fino a poco tempo fa impensabile in due roccaforti rosse come Firenze e Prato. Nella città gigliata il candidato del centrodestra, l'ex portiere della nazionale di calcio Giovanni Galli, col 32% sfiderà l'«Obama fiorentino», il giovane Matteo Renzi già presidente della Provincia, che al primo turno ha ottenuto il 47,5% dei consensi. A Prato, la distanza che separa il candidato del centrodestra, il valente imprenditore nel settore tessile e dell'abbigliamento, Roberto Cenni, da Massimo Carlesi del centrosinistra, è di soli due punti percentuali (45% a 47,5%). Nelle Marche si voterà ad Ancona (Giacomo Bugaro di Pdl-Lega è al 33,7%, Fiorello Gramillano del centrosinistra al 40,9%) e ad Ascoli Piceno (si contenderanno la guida della città Guido Castelli del centrodestra, che parte dal 43,2%, e Antonio Canzian del centrosinistra, 34,4%). In Umbria, a Terni, l'ex presidente della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre, sostenuto dal Pdl e da una lista civica, tenterà di colmare il divario che lo separa da Leopoldo Di Girolamo del centrosinistra (37,1% a 49,4%).
Scendiamo al sud e troviamo, in Campania, Avellino, dove partono praticamente alla pari (313 voti di differenza, 42,9% contro 42,0%) Massimo Preziosi del centrodestra+Udc e l'uscente di centrosinistra Giuseppe Galasso. In Basilicata sarà ballottaggio a Potenza: qui 11 punti percentuali separano Giuseppe Molinari del centrodestra (35,3%) dall'uscente Vito Santarsiero del centrosinistra (46,4%). In Puglia si torna alle urne in tutte e tre le città capoluogo che sono andate al voto il 6 e 7 giugno: Bari, Brindisi, Foggia. A Bari, dove peraltro non sono state ancora assegnate tutte le schede e mancano all'appello 3 sezioni su 345, Simeone Di Cagno Abbrescia del centrodestra (46%) sfiderà l'uscente di centrosinistra Michele Emiliano (49%); a Brindisi l'uscente di centrodestra Domenico Mennitti (37%) se la dovrà vedere con Salvatore Brigante del centrosinistra (32,6%); a Foggia Enrico Santaniello del centrodestra è avanti di 15 punti percentuali su Gianni Mongelli del centrosinistra (41,9% contro 26,4%), con il candidato dell'Udc, Anna Lucia Lambresa, che ha raggiunto quota 18,5%. Finiamo con la Sicilia, dove il ballottaggio sarà a Caltanissetta, unico Comune capoluogo della Regione insulare ad essere andato al voto: qui si contrapporranno Michele Campisi del centrodestra (39%) e Fiorella Falci del centrosinistra (28,2%) - l'alleanza Udc-Mpa ha ottenuto il 19% dei consensi.
CONCLUSIONE
Come il lettore avrà potuto osservare, si tratta in moltissimi casi di partite ancora aperte, che il centrodestra deve giocare fino in fondo e con il massimo impegno, per consolidare la vittoria del 6 e 7 giugno, che ha già portato in dote all'alleanza Pdl-Lega 26 Province e 9 Comuni capoluogo. In numerose realtà tra quelle elencate saranno decisivi i voti dell'Udc, che ha scelto la strategia dell'«ago della bilancia», ma con cui occorre confrontarsi, caso per caso, e vedere se è possibile un'intesa amministrativa nel nome del buon governo. In conclusione occorre ricordare, come ha scritto nella sua lettera di ringraziamento agli elettori Silvio Berlusconi, che quello del ballottaggio è un «appuntamento a cui non bisogna mancare». Anche se sarà il primo week-end estivo, la posta in gioco è tale da sollecitare una partecipazione alta e convinta al voto.
Gianteo Bordero
Saranno 38 i ballottaggi che si svolgeranno domenica 21 e lunedì 22 giugno. 22 coinvolgeranno gli elettori delle Province, 16 quelli dei Comuni capoluogo. Per quanto concerne le prime, 10 sono nel nord Italia, 6 nel centro e le restanti 6 nel sud. 5 al nord, 5 al centro e 6 al sud per quanto riguarda invece le amministrazioni comunali. Dopo il primo turno dello scorso fine settimana, questi ballottaggi rivestono un'importanza particolare, perché potrebbero sancire un ulteriore salto in avanti dell'asse Popolo della Libertà-Lega Nord nel processo di radicamento nelle amministrazioni locali, anche in zone da tempo appannaggio del centrosinistra.
LE PROVINCE
Occorre innanzitutto ricordare che, laddove avrà luogo il ballottaggio, le amministrazioni provinciali uscenti sono tutte di centrosinistra: ogni vittoria del centrodestra rappresenterà quindi un doppio successo. Vediamo nel dettaglio, Regione per Regione, le sfide che si giocheranno.
Partendo da nord-ovest, in Liguria, a Savona, il candidato del centrodestra, Angelo Vaccarezza, ha mancato per pochi voti il successo al primo turno e riparte dal 49,5% contro il 38% dello sfidante di centrosinistra, Michele Boffa. In Piemonte è partita aperta a Torino, dove l'uscente Antonino Saitta ha pochi punti di vantaggio (+2,8%) su Claudia Porchietto, sostenuta da Pdl e Lega; ad Alessandria è avanti il candidato di centrodestra, Francesco Stradella, su Paolo Filippi, uscente del centrosinistra (46,6% a 43,3%). In Lombardia, una sfida molto importante si gioca a Milano, dove il candidato del centrodestra, Guido Podestà, ha anch'egli sfiorato la vittoria al primo turno (49,8%) e ora affronta il ballottaggio contro l'uscente Filippo Penati (38,8%). In Veneto, a Venezia, Francesca Zaccariotto di Pdl-Lega ha ottenuto il 48,3% dei voti e se la vedrà con l'uscente Davide Zoggia (41,9%); a Belluno Gianpaolo Bottacin, del centrodestra, è al 47,1%, mentre l'uscente Sergio Reolon è al 41,1%; a Rovigo Antonello Contiero (centrodestra) è avanti di 12 punti sull'avversaria di centrosinistra, Tiziana Virgili (48,7% a 36,7%). In Emilia Romagna, «zona rossa» per eccellenza, dove Pdl e Lega hanno già strappato al centrosinistra Piacenza, i giochi sono ancora aperti a Rimini (dove il candidato di centrodestra, Marco Lombardi, ha ottenuto il 42,5% dei consensi e può contendere la vittoria all'avversario Stefano Vitali, sostenuto da tutta la sinistra al gran completo, che il 6 e 7 giugno si è fermata al 48,3%) e a Parma, anche se con una forbice maggiore (Giampaolo Lavagetto del centrodestra è al 40%, l'uscente Vincenzo Bernazzoli al 49%); più complessa, per il centrodestra, la partita di Ferrara, dove il candidato del Pdl, Mauro Malaguti, parte con uno svantaggio di 22,5% percentuali rispetto a Marcella Zappaterra (27,2% a 49,7%): occorre però tenere conto che qui la Lega correva con un suo candidato, Davide Verri, che ha raccolto il 15% dei consensi, quindi l'esito della sfida è meno scontato rispetto alle apparenze.
Scendendo nel centro Italia, in Toscana, unica Regione che finora ha confermato tutte le amministrazioni provinciali della gauche, sarà ballottaggio nella roccaforte della sinistra Prato (dove Cristina Attucci del centrodestra affronta con il 41,5% Lamberto Gestri del centrosinistra, al 47,7%), ad Arezzo (Lucia Tanti del centrodestra parte dal 39,2% contro il 49,8% di Roberto Vasai, appoggiato da Pd, Idv e Sl) e a Grosseto (l'ex sindaco Alessandro Antichi, sostenuto da Pdl-Lega-Udc, è al 41,7%, mentre Leonardo Marras del centrosinistra al 47,7%). Nelle Marche, ad Ascoli Piceno, Piero Celani del centrodestra è al 40,9%, Emilio Mandozzi del centrosinistra al 30,5%; nella nuova Provincia di Fermo, Saturnino Di Ruscio (centrodestra) ha ottenuto il 41,8% dei voti e se la vedrà con Fabrizio Cesetti (centrosinistra), che è al 44,8%. Nel Lazio, la partita è ancora aperta a Frosinone (Antonello Iannarilli, centrodestra, è al 44,4%, e l'avversario Gian Franco Schietroma, centrosinistra, al 39%) e a Rieti (Felice Costini del centrodestra è al 45%, mentre l'uscente Fabio Melilli è al 44,4%).
E veniamo al sud. In Campania, Abruzzo e Molise il centrodestra ha già dato cappotto al centrosinistra (6 amministrazioni provinciali strappate agli avversari e 1 confermata). In Puglia ha già cambiato segno politico Bari, e sarà ballottaggio a Brindisi, Lecce e Taranto. Nel primo caso Michele Saccomanno del centrodestra affronta con il 43,9% Massimo Ferrarese del centrosinistra, al 44,4%; nel secondo il centrodestra, con Antonio Gabellone, è al 41,3%, mentre il centrosinistra al 36,7% con Loredana Capone (da segnalare che qui la candidata Adriana Poli Bortone, sostenuta da Udc e da numerose liste civiche, ha ottenuto il 21,9% dei consensi); nel terzo caso, infine, Domenico Rana del centrodestra è avanti, col 34,8%, sull'uscente Giovanni Florido, al 33,9% (anche qui il candidato dell'Udc, della Lega d'Azione Meridionale di Giancarlo Cito, del Partito Pensionati, della Fiamma Tricolore, ossia Giuseppe Tarantino, ha superato quota 20%, accaparrandosi il 23,8% dei voti). E chiudiamo con la Calabria, dove il ballottaggio avrà luogo a Cosenza e a Crotone: a Cosenza il candidato del centrodestra Giuseppe Gentile partirà dal 37,2% per sfidare l'uscente Gerardo Oliverio, che ha raggiunto il 46,9%; a Crotone Stanislao Zurlo del centrodestra, con il 29,6%, sfiderà Ubaldo Schifino del Pd (33,1%) - da notare che qui l'uscente Sergio Iritale, appoggiato da altre liste di sinistra, si è fermato al 20,5%.
I COMUNI
E veniamo ai Comuni capoluogo che andranno al ballottaggio. Anche qui, partendo da un nord-ovest che si già colorato d'azzurro a Biella, Verbania, Bergamo, Pavia, troviamo in Lombardia Cremona: il candidato di Pdl-Lega, Oreste Perri, è in vantaggio di qualche punto percentuale sull'uscente Gian Carlo Corada (45% a 41,6%). In Veneto, a Padova, il candidato del centrodestra Marco Marin sfiderà con il 44,8% l'uscente sindaco-sceriffo Flavio Zanonato, salito all'onore delle cronache per aver fatto erigere il famigerato «Muro» di via Anelli, invasa da spacciatori, prostitute e tossicodipendenti. In Emilia Romagna torneranno alle urne Bologna, Ferrara e Forlì. Nella città felsinea Alfredo Cazzola (centrodestra, 29,1%) se la dovrà vedere con Sergio Delbono, il candidato prodiano del centrosinistra, che si è fermato al 49,4% - da sottolineare che Giorgio Guazzaloca, ex sindaco di centrodestra prima dell'arrivo di Sergio Cofferati, ha raccolto con la sua lista civica, appoggiata anche dall'Udc, il 12,7% dei consensi; a Ferrara Giorgio Dragotto del Pdl (la Lega qui correva da sola) parte con 20 punti di svantaggio su Tiziano Tagliani del centrosinistra (25,5% contro 45,7%); situazione meno difficile, per il centrodestra, a Forlì, dove il candidato di Pdl-Lega-Udc, Alessandro Rondoni, col 40,3% affronterà Roberto Balzani del centrosinistra, al 49,4%.
Nel centro Italia, in Toscana, assisteremo a un ballottaggio fino a poco tempo fa impensabile in due roccaforti rosse come Firenze e Prato. Nella città gigliata il candidato del centrodestra, l'ex portiere della nazionale di calcio Giovanni Galli, col 32% sfiderà l'«Obama fiorentino», il giovane Matteo Renzi già presidente della Provincia, che al primo turno ha ottenuto il 47,5% dei consensi. A Prato, la distanza che separa il candidato del centrodestra, il valente imprenditore nel settore tessile e dell'abbigliamento, Roberto Cenni, da Massimo Carlesi del centrosinistra, è di soli due punti percentuali (45% a 47,5%). Nelle Marche si voterà ad Ancona (Giacomo Bugaro di Pdl-Lega è al 33,7%, Fiorello Gramillano del centrosinistra al 40,9%) e ad Ascoli Piceno (si contenderanno la guida della città Guido Castelli del centrodestra, che parte dal 43,2%, e Antonio Canzian del centrosinistra, 34,4%). In Umbria, a Terni, l'ex presidente della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre, sostenuto dal Pdl e da una lista civica, tenterà di colmare il divario che lo separa da Leopoldo Di Girolamo del centrosinistra (37,1% a 49,4%).
Scendiamo al sud e troviamo, in Campania, Avellino, dove partono praticamente alla pari (313 voti di differenza, 42,9% contro 42,0%) Massimo Preziosi del centrodestra+Udc e l'uscente di centrosinistra Giuseppe Galasso. In Basilicata sarà ballottaggio a Potenza: qui 11 punti percentuali separano Giuseppe Molinari del centrodestra (35,3%) dall'uscente Vito Santarsiero del centrosinistra (46,4%). In Puglia si torna alle urne in tutte e tre le città capoluogo che sono andate al voto il 6 e 7 giugno: Bari, Brindisi, Foggia. A Bari, dove peraltro non sono state ancora assegnate tutte le schede e mancano all'appello 3 sezioni su 345, Simeone Di Cagno Abbrescia del centrodestra (46%) sfiderà l'uscente di centrosinistra Michele Emiliano (49%); a Brindisi l'uscente di centrodestra Domenico Mennitti (37%) se la dovrà vedere con Salvatore Brigante del centrosinistra (32,6%); a Foggia Enrico Santaniello del centrodestra è avanti di 15 punti percentuali su Gianni Mongelli del centrosinistra (41,9% contro 26,4%), con il candidato dell'Udc, Anna Lucia Lambresa, che ha raggiunto quota 18,5%. Finiamo con la Sicilia, dove il ballottaggio sarà a Caltanissetta, unico Comune capoluogo della Regione insulare ad essere andato al voto: qui si contrapporranno Michele Campisi del centrodestra (39%) e Fiorella Falci del centrosinistra (28,2%) - l'alleanza Udc-Mpa ha ottenuto il 19% dei consensi.
CONCLUSIONE
Come il lettore avrà potuto osservare, si tratta in moltissimi casi di partite ancora aperte, che il centrodestra deve giocare fino in fondo e con il massimo impegno, per consolidare la vittoria del 6 e 7 giugno, che ha già portato in dote all'alleanza Pdl-Lega 26 Province e 9 Comuni capoluogo. In numerose realtà tra quelle elencate saranno decisivi i voti dell'Udc, che ha scelto la strategia dell'«ago della bilancia», ma con cui occorre confrontarsi, caso per caso, e vedere se è possibile un'intesa amministrativa nel nome del buon governo. In conclusione occorre ricordare, come ha scritto nella sua lettera di ringraziamento agli elettori Silvio Berlusconi, che quello del ballottaggio è un «appuntamento a cui non bisogna mancare». Anche se sarà il primo week-end estivo, la posta in gioco è tale da sollecitare una partecipazione alta e convinta al voto.
Gianteo Bordero
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martedì 9 giugno 2009
LA CONQUISTA DEL TERRITORIO
da Ragionpolitica.it del 9 giugno 2009
I risultati delle elezioni amministrative spazzano via in un sol colpo il castello dei sogni di cartapesta che Franceschini e i dirigenti del Partito Democratico avevano costruito domenica notte, dopo aver conosciuto l'esito delle europee. Credevano, Dario e gli altri, di aver aperto una breccia nel solido fortino del consenso berlusconiano, di essere riusciti a piegare l'asse di ferro tra il Pdl e la Lega Nord, di aver frenato la conquista dell'egemonia politica sull'Italia da parte del centrodestra. Senza neppure aver analizzato per bene i dati, erano convinti di aver «fermato la destra». Franceschini e i suoi guardavano la pagliuzza nell'occhio del Popolo della Libertà e non vedevano la trave conficcata nel loro. Si appoggiavano, come gli ubriachi ai lampioni, a quel -2% del Pdl rispetto alle politiche del 2008 e facevano finta che non esistesse quel loro imbarazzante -7%. Parlavano, senza alcun senso del pudore politico, di «fine della stagione berlusconiana», di un centrodestra «minoritario nel paese», di un'Italia «in controtendenza» rispetto all'«onda di destra» che ha sommerso l'Europa. Era il perfetto rovesciamento della realtà.
Sarebbe bastato osservare con maggior cura e a mente fredda i numeri per capire che il vero malato di queste elezioni non era il Cavaliere e l'alleanza che lo sostiene, ma il Partito Democratico: se il calo del 2% del Pdl era già domenica notte chiaramente circoscrivibile ad una particolare zona del paese, la Sicilia (una regione da sempre generosa con il partito di maggioranza, ma che questa volta ha disertato in massa le urne, forse anche a causa del recente scontro di potere interno allo stesso centrodestra), altrettanto non si poteva dire del Pd, che perdeva voti in maniera diffusa su tutta la Penisola, e non soltanto a causa dell'astensionismo, ma anche per la migrazione di molti elettori verso l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. A scrutinio chiuso, i Democratici rimanevano maggioranza relativa in due sole regioni: l'Emilia Romagna e la Toscana. Negli altri due baluardi della «zona rossa» del centro Italia, le Marche e l'Umbria, venivano scavalcati dal Popolo della Libertà, diventato primo partito anche in Liguria e in Basilicata.
Erano segnali d'allarme in vista dello scrutinio delle amministrative, ma Franceschini e i vertici del Pd facevano finta di nulla, anzi continuavano a millantare una vittoria inesistente, a discettare di «crisi del berlusconismo» e via strologando. Ci sono voluti i risultati di provinciali e comunali per mostrare all'intero paese che quella del segretario e degli altri dirigenti democratici era solo una montagna di propaganda senza alcun fondamento in re, nella realtà. Su 62 amministrazioni provinciali che sono andate al voto, il centrodestra ne ha conquistate 26 al primo turno, strappandone ben 15 al centrosinistra, che ne ha confermate soltanto 14 (ne governava 50). Nelle rimanenti 22 si andrà al ballottaggio fra quindici giorni. Cambiano colore politico alcune roccaforti della gauche italiana come Piacenza e Macerata. E poi Napoli, Bari, Salerno. Al nord Cremona, Lecco, Lodi, Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola. In Abruzzo Chieti, Pescara, Teramo. E infine Avellino. Per quanto riguarda le comunali, il centrodestra strappa al centrosinistra Bergamo e Pavia, Biella e Verbania, Pescara, Campobasso, e manda al ballottaggio i bastioni rossi di Bologna, Firenze e Prato, oltre a Ferrara, Ancona e Padova, tra gli altri. In totale, su 30 città capoluogo di provincia, il centrodestra ne conquista 9, di cui 6 amministrate dal centrosinistra, che ne conferma soltanto 5 delle 25 che governava. I ballottaggi saranno 16. Sono numeri che parlano da soli. E che ancor più parleranno da soli quando i dati aggregati mostreranno in tutta la sua portata il crollo verticale del centrosinistra, e in particolar modo del Pd, nel gradimento dei cittadini.
Avevamo scritto su queste pagine, qualche tempo fa, che le elezioni amministrative avrebbero potuto ridisegnare la mappa del potere in molte aree della Penisola «spostando, in diverse zone del paese, il pendolo da sinistra a destra e consegnando nelle mani dell'alleanza Pdl-Lega, saldamente al comando sul piano del governo nazionale, le chiavi anche di buona parte dei governi territoriali». E affermavamo che era quindi sulle provinciali e sulle comunali che bisognava tener desta l'attenzione, ben più che sulle europee. Perché «una buona performance del centrodestra e un corrispondente arretramento del centrosinistra proprio su quello che da sempre è un suo terreno di conquista - le amministrazioni locali - significherebbe che la crescita dell'alleanza Popolo della Libertà-Lega Nord non rappresenta più una folata occasionale di "vento di destra", ma è il frutto di un robusto e profondo processo politico in atto in Italia, da nord a sud». Questa previsione si è rivelata fondata.
Il voto europeo è stato, come al solito, il puro voto proporzionale e di opinione, la scelta di un partito per la composizione del parlamento di Strasburgo; quello amministrativo è stato la scelta tra due schieramenti e tra due modelli di governo. Se la prima consultazione è stata avvertita come la chiamata alle urne per un'istituzione che spesso viene ancora percepita come lontana, la seconda, come testimoniato dall'affluenza molto più elevata, è stata sentita come la scelta per qualche cosa che riguarda da vicino la vita quotidiana dei cittadini. Insomma, quando il gioco si è fatto duro, i duri sono entrati in gioco. Col seguente risultato: il centrodestra si radica in maniera sostanziale sul territorio, anche con significative incursioni nella «zona rossa» del paese, mentre al centrosinistra non resta che tentare di rimettere insieme i cocci di un potere che va in frantumi sotto il peso della crisi interna della gauche e della crescente forza egemonica di un'alleanza che funziona.
Gianteo Bordero
I risultati delle elezioni amministrative spazzano via in un sol colpo il castello dei sogni di cartapesta che Franceschini e i dirigenti del Partito Democratico avevano costruito domenica notte, dopo aver conosciuto l'esito delle europee. Credevano, Dario e gli altri, di aver aperto una breccia nel solido fortino del consenso berlusconiano, di essere riusciti a piegare l'asse di ferro tra il Pdl e la Lega Nord, di aver frenato la conquista dell'egemonia politica sull'Italia da parte del centrodestra. Senza neppure aver analizzato per bene i dati, erano convinti di aver «fermato la destra». Franceschini e i suoi guardavano la pagliuzza nell'occhio del Popolo della Libertà e non vedevano la trave conficcata nel loro. Si appoggiavano, come gli ubriachi ai lampioni, a quel -2% del Pdl rispetto alle politiche del 2008 e facevano finta che non esistesse quel loro imbarazzante -7%. Parlavano, senza alcun senso del pudore politico, di «fine della stagione berlusconiana», di un centrodestra «minoritario nel paese», di un'Italia «in controtendenza» rispetto all'«onda di destra» che ha sommerso l'Europa. Era il perfetto rovesciamento della realtà.
Sarebbe bastato osservare con maggior cura e a mente fredda i numeri per capire che il vero malato di queste elezioni non era il Cavaliere e l'alleanza che lo sostiene, ma il Partito Democratico: se il calo del 2% del Pdl era già domenica notte chiaramente circoscrivibile ad una particolare zona del paese, la Sicilia (una regione da sempre generosa con il partito di maggioranza, ma che questa volta ha disertato in massa le urne, forse anche a causa del recente scontro di potere interno allo stesso centrodestra), altrettanto non si poteva dire del Pd, che perdeva voti in maniera diffusa su tutta la Penisola, e non soltanto a causa dell'astensionismo, ma anche per la migrazione di molti elettori verso l'Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. A scrutinio chiuso, i Democratici rimanevano maggioranza relativa in due sole regioni: l'Emilia Romagna e la Toscana. Negli altri due baluardi della «zona rossa» del centro Italia, le Marche e l'Umbria, venivano scavalcati dal Popolo della Libertà, diventato primo partito anche in Liguria e in Basilicata.
Erano segnali d'allarme in vista dello scrutinio delle amministrative, ma Franceschini e i vertici del Pd facevano finta di nulla, anzi continuavano a millantare una vittoria inesistente, a discettare di «crisi del berlusconismo» e via strologando. Ci sono voluti i risultati di provinciali e comunali per mostrare all'intero paese che quella del segretario e degli altri dirigenti democratici era solo una montagna di propaganda senza alcun fondamento in re, nella realtà. Su 62 amministrazioni provinciali che sono andate al voto, il centrodestra ne ha conquistate 26 al primo turno, strappandone ben 15 al centrosinistra, che ne ha confermate soltanto 14 (ne governava 50). Nelle rimanenti 22 si andrà al ballottaggio fra quindici giorni. Cambiano colore politico alcune roccaforti della gauche italiana come Piacenza e Macerata. E poi Napoli, Bari, Salerno. Al nord Cremona, Lecco, Lodi, Biella, Novara, Verbano-Cusio-Ossola. In Abruzzo Chieti, Pescara, Teramo. E infine Avellino. Per quanto riguarda le comunali, il centrodestra strappa al centrosinistra Bergamo e Pavia, Biella e Verbania, Pescara, Campobasso, e manda al ballottaggio i bastioni rossi di Bologna, Firenze e Prato, oltre a Ferrara, Ancona e Padova, tra gli altri. In totale, su 30 città capoluogo di provincia, il centrodestra ne conquista 9, di cui 6 amministrate dal centrosinistra, che ne conferma soltanto 5 delle 25 che governava. I ballottaggi saranno 16. Sono numeri che parlano da soli. E che ancor più parleranno da soli quando i dati aggregati mostreranno in tutta la sua portata il crollo verticale del centrosinistra, e in particolar modo del Pd, nel gradimento dei cittadini.
Avevamo scritto su queste pagine, qualche tempo fa, che le elezioni amministrative avrebbero potuto ridisegnare la mappa del potere in molte aree della Penisola «spostando, in diverse zone del paese, il pendolo da sinistra a destra e consegnando nelle mani dell'alleanza Pdl-Lega, saldamente al comando sul piano del governo nazionale, le chiavi anche di buona parte dei governi territoriali». E affermavamo che era quindi sulle provinciali e sulle comunali che bisognava tener desta l'attenzione, ben più che sulle europee. Perché «una buona performance del centrodestra e un corrispondente arretramento del centrosinistra proprio su quello che da sempre è un suo terreno di conquista - le amministrazioni locali - significherebbe che la crescita dell'alleanza Popolo della Libertà-Lega Nord non rappresenta più una folata occasionale di "vento di destra", ma è il frutto di un robusto e profondo processo politico in atto in Italia, da nord a sud». Questa previsione si è rivelata fondata.
Il voto europeo è stato, come al solito, il puro voto proporzionale e di opinione, la scelta di un partito per la composizione del parlamento di Strasburgo; quello amministrativo è stato la scelta tra due schieramenti e tra due modelli di governo. Se la prima consultazione è stata avvertita come la chiamata alle urne per un'istituzione che spesso viene ancora percepita come lontana, la seconda, come testimoniato dall'affluenza molto più elevata, è stata sentita come la scelta per qualche cosa che riguarda da vicino la vita quotidiana dei cittadini. Insomma, quando il gioco si è fatto duro, i duri sono entrati in gioco. Col seguente risultato: il centrodestra si radica in maniera sostanziale sul territorio, anche con significative incursioni nella «zona rossa» del paese, mentre al centrosinistra non resta che tentare di rimettere insieme i cocci di un potere che va in frantumi sotto il peso della crisi interna della gauche e della crescente forza egemonica di un'alleanza che funziona.
Gianteo Bordero
giovedì 4 giugno 2009
PDL NEL PPE. E IL PD?
da Ragionpolitica.it del 4 giugno 2009
Le elezioni europee del 6 e 7 giugno consacreranno la svolta di sistema rappresentata, in Italia, dalla nascita del Popolo della Libertà. In una campagna elettorale che la stampa antiberlusconiana, seguita a ruota dai due maggiori partiti del centrosinistra (Partito Democratico e Italia dei Valori), ha trasformato in una morbosa caccia allo scandalo nella vita privata del presidente del Consiglio, quasi nessuno s'è preso la briga di porre l'accento su questo dato politico di prim'ordine. E ciò la dice lunga sulla (bassa) qualità di certi organi di informazione nostrani e sulla (scarsa) serietà dei partiti attualmente all'opposizione. Del resto, è comprensibile che parli d'altro chi, come i dirigenti del Pd, non è stato in grado fino ad oggi di dire una parola chiara circa la collocazione europea dei parlamentari che verranno eletti il prossimo fine settimana. Neppure il segretario Franceschini, ospite martedì sera di Porta a Porta, è riuscito a sciogliere il dilemma.
A fronte di una sinistra che affronta il giudizio degli elettori in ordine sparso, con una disgregazione politica ben simboleggiata dalle numerose liste l'un contro l'altra armata (oltre ai già citati Pd e Idv, troviamo Sinistra e Libertà, Lista Pannella-Bonino, Rifondazione-Comunisti Italiani, Partito Comunista dei Lavoratori), segno dell'incapacità di raggiungere una sintesi attorno ad un progetto comune che non sia il solito antiberlusconismo, troviamo dunque un centrodestra all'interno del quale il processo di aggregazione ha raggiunto uno stadio molto avanzato. Ed è importante sottolineare che tale processo è avvenuto proprio in nome dell'Europa, cioè della bipartizione, presente nella maggior parte dei paesi del Vecchio Continente, tra popolari e socialisti. Se nel centrodestra il Popolo della Libertà è stato in grado di raccogliere in un unico soggetto politico tutti i partiti (ad esclusione dell'Udc) la cui stella polare è rappresentata dalla Carta dei Valori del Partito Popolare europeo, altrettanto non si può dire del centrosinistra, dove quello che dovrebbe essere il partito-guida, il Pd, si dibatte nella contraddizione mai risolta del suo nascere dalla confluenza di un partito post-democristiano che non vuole «morire socialista» e di un partito post-comunista che non è stato in grado di un'autentica svolta socialdemocratica.
Per anni abbiamo ascoltato la tiritera secondo cui l'«anomalia» italiana rispetto all'Europa era rappresentata da Silvio Berlusconi e da Forza Italia; si è detto e scritto che non poteva avere cittadinanza nel Vecchio Continente un partito vuoto di progettualità e di idee, fondato esclusivamente sulla persona del suo leader. Oggi, invece, dopo 15 anni dall'ingresso in politica del Cavaliere e con una nuova euro-consultazione alle porte, si scopre che il «partito di plastica» (o, per dirla con Romano Prodi, il «nulla») è diventato un maturo e radicato partito di stampo europeo, pienamente integrato nella grande famiglia del Ppe, di cui si appresta anzi a diventare la delegazione numericamente più consistente. E si scopre che la vera «anomalia» è quella di un centrosinistra, e in particolare di un Pd, che non è né carne né pesce, senza una precisa e definita collocazione in Europa, privo cioè di identità chiara e distinta, costretto a fare i salti mortali per tentare di convincere i partiti che fanno capo al gruppo socialista ad accettare una nuova denominazione pur di ospitare gli eurodeputati del Pd: «In Europa - ha detto martedì sera Franceschini a Porta a Porta - la componente progressista è composta soprattutto da socialisti, ma noi non entreremo nel Partito Socialista europeo, vogliamo un nuovo gruppo parlamentare con socialisti e forze progressiste». Della serie: se la montagna non va a Maometto...
Molto più coerente e lineare, invece, la scelta del Popolo della Libertà di entrare nel Partito Popolare europeo: il Dna politico del Pdl è lo stesso del Ppe, al punto che la Carta dei Valori che è stata approvata durante le assise congressuali dello scorso marzo è la stessa fatta propria dal Ppe in occasione del suo Congresso del trentennale, svoltosi a Roma nel 2006. «Il Partito Popolare europeo - ha detto Berlusconi durante il Congresso fondativo del Pdl - è la naturale famiglia del Popolo della Libertà». Ed è il naturale sbocco di un percorso con il quale il Cavaliere, tenacemente e pazientemente, ha dato vita, nel nostro paese, ad un grande soggetto di centrodestra, rivoluzionando un sistema politico fondato sulla conventio ad excludendum rappresentata dal vecchio arco costituzionale e creando un bipolarismo finalmente in linea con le maggiori democrazie occidentali. Berlusconi, dunque, non ha mancato l'appuntamento con la storia. Chi è in ritardo, ancora una volta, è la sinistra italiana.
Gianteo Bordero
Le elezioni europee del 6 e 7 giugno consacreranno la svolta di sistema rappresentata, in Italia, dalla nascita del Popolo della Libertà. In una campagna elettorale che la stampa antiberlusconiana, seguita a ruota dai due maggiori partiti del centrosinistra (Partito Democratico e Italia dei Valori), ha trasformato in una morbosa caccia allo scandalo nella vita privata del presidente del Consiglio, quasi nessuno s'è preso la briga di porre l'accento su questo dato politico di prim'ordine. E ciò la dice lunga sulla (bassa) qualità di certi organi di informazione nostrani e sulla (scarsa) serietà dei partiti attualmente all'opposizione. Del resto, è comprensibile che parli d'altro chi, come i dirigenti del Pd, non è stato in grado fino ad oggi di dire una parola chiara circa la collocazione europea dei parlamentari che verranno eletti il prossimo fine settimana. Neppure il segretario Franceschini, ospite martedì sera di Porta a Porta, è riuscito a sciogliere il dilemma.
A fronte di una sinistra che affronta il giudizio degli elettori in ordine sparso, con una disgregazione politica ben simboleggiata dalle numerose liste l'un contro l'altra armata (oltre ai già citati Pd e Idv, troviamo Sinistra e Libertà, Lista Pannella-Bonino, Rifondazione-Comunisti Italiani, Partito Comunista dei Lavoratori), segno dell'incapacità di raggiungere una sintesi attorno ad un progetto comune che non sia il solito antiberlusconismo, troviamo dunque un centrodestra all'interno del quale il processo di aggregazione ha raggiunto uno stadio molto avanzato. Ed è importante sottolineare che tale processo è avvenuto proprio in nome dell'Europa, cioè della bipartizione, presente nella maggior parte dei paesi del Vecchio Continente, tra popolari e socialisti. Se nel centrodestra il Popolo della Libertà è stato in grado di raccogliere in un unico soggetto politico tutti i partiti (ad esclusione dell'Udc) la cui stella polare è rappresentata dalla Carta dei Valori del Partito Popolare europeo, altrettanto non si può dire del centrosinistra, dove quello che dovrebbe essere il partito-guida, il Pd, si dibatte nella contraddizione mai risolta del suo nascere dalla confluenza di un partito post-democristiano che non vuole «morire socialista» e di un partito post-comunista che non è stato in grado di un'autentica svolta socialdemocratica.
Per anni abbiamo ascoltato la tiritera secondo cui l'«anomalia» italiana rispetto all'Europa era rappresentata da Silvio Berlusconi e da Forza Italia; si è detto e scritto che non poteva avere cittadinanza nel Vecchio Continente un partito vuoto di progettualità e di idee, fondato esclusivamente sulla persona del suo leader. Oggi, invece, dopo 15 anni dall'ingresso in politica del Cavaliere e con una nuova euro-consultazione alle porte, si scopre che il «partito di plastica» (o, per dirla con Romano Prodi, il «nulla») è diventato un maturo e radicato partito di stampo europeo, pienamente integrato nella grande famiglia del Ppe, di cui si appresta anzi a diventare la delegazione numericamente più consistente. E si scopre che la vera «anomalia» è quella di un centrosinistra, e in particolare di un Pd, che non è né carne né pesce, senza una precisa e definita collocazione in Europa, privo cioè di identità chiara e distinta, costretto a fare i salti mortali per tentare di convincere i partiti che fanno capo al gruppo socialista ad accettare una nuova denominazione pur di ospitare gli eurodeputati del Pd: «In Europa - ha detto martedì sera Franceschini a Porta a Porta - la componente progressista è composta soprattutto da socialisti, ma noi non entreremo nel Partito Socialista europeo, vogliamo un nuovo gruppo parlamentare con socialisti e forze progressiste». Della serie: se la montagna non va a Maometto...
Molto più coerente e lineare, invece, la scelta del Popolo della Libertà di entrare nel Partito Popolare europeo: il Dna politico del Pdl è lo stesso del Ppe, al punto che la Carta dei Valori che è stata approvata durante le assise congressuali dello scorso marzo è la stessa fatta propria dal Ppe in occasione del suo Congresso del trentennale, svoltosi a Roma nel 2006. «Il Partito Popolare europeo - ha detto Berlusconi durante il Congresso fondativo del Pdl - è la naturale famiglia del Popolo della Libertà». Ed è il naturale sbocco di un percorso con il quale il Cavaliere, tenacemente e pazientemente, ha dato vita, nel nostro paese, ad un grande soggetto di centrodestra, rivoluzionando un sistema politico fondato sulla conventio ad excludendum rappresentata dal vecchio arco costituzionale e creando un bipolarismo finalmente in linea con le maggiori democrazie occidentali. Berlusconi, dunque, non ha mancato l'appuntamento con la storia. Chi è in ritardo, ancora una volta, è la sinistra italiana.
Gianteo Bordero
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