giovedì 13 novembre 2008

LA DIGNITA' DELLA VITA IMPERFETTA

    La coscienza occidentale, dilacerata in questi ultimi anni dai dilemmi bioetici, è oggi messa nuovamente alla prova da un'imprevedibile coincidenza di fatti: negli stessi giorni in cui, negli Stati Uniti, si apprende che il presidente eletto Barack Obama ha intenzione di rilanciare la ricerca sulle cellule staminali embrionali bloccata da George W. Bush, in Italia la Corte di Cassazione dà il definitivo via libera alla sospensione dell'alimentazione per Eluana Englaro, la giovane donna di Lecco in coma da diciassette anni a seguito di un grave incidente stradale. Nel giro di poche ore, dunque, accade che si incrocino due vicende che indicano a un tempo il massimo di potenza dell'uomo (la capacità di manipolazione della vita nascente) e il massimo di impotenza (l'ineluttabilità della morte), con l'ulteriore paradosso per cui coloro che vorrebbero a tutti i costi il massimo di deregulation nella ricerca genetica sugli embrioni (la vita a tutti i costi) sono gli stessi che ritengono legittima quando non doverosa l'interruzione dell'alimentazione per Eluana (la morte a tutti i costi).
      Come si vede, non c'è una logica, e forse neppure vi può essere, di fronte a fatti della realtà che sfidano ogni capacità umana di comprensione e di semplificazione. Il dramma nasce dal fatto che, sottraendo al massimo di potenza (manipolazione embrionale) il massimo di impotenza (inevitabilità della morte), non si ottiene la cifra zero, cioè tranquillità della coscienza e quieto vivere, ma un punto interrogativo che interpella l'interiorità profonda di ciascuno. Si può far finta che questo punto di domanda non vi sia e rinunciare in partenza a scoprire ciò che si nasconde dietro di esso. Oppure si può prendere sul serio l'enigma, cercare di guardare al di là delle nebbie, anche se ciò significa mettere a nudo il proprio essere uomini, fare i conti con ciò che sfugge al nostro dominio e al nostro controllo, intraprendere la navigazione in un mare senza confini abbandonando il piccolo porto delle solite quattro certezze.
        A questo interrogativo il grande intellettuale francese Emmanuel Mounier, il fondatore della rivista Espirit, ha dato una risposta che merita oggi di essere nuovamente presa in considerazione. Una risposta che nasce, nonostante Mounier fosse un apprezzato filosofo, non dalla speculazione razionale, dalla deduzione sillogistica, dalla logica matematica, ma dall'esperienza. L'esperienza del dramma e del dolore. La dura esperienza di una figlia menomata a vita dalla meningite. Quell'esistenza imperfetta, piagata, dimezzata, il filosofo e la moglie la accolgono come tale. E non grazie a qualche teoria più o meno convincente, ma in forza di una intuizione straordinaria, la stessa che fa dire al cattolico Mounier: «Occorre soffrire perché la verità nasca dalla carne e non si cristallizzi in dottrina». Non perché la sofferenza sia un bene in sé, ma perché può spalancare all'uomo le porte di ciò che sta al di là del visibile e del tangibile. Così la vita della bambina, da apparente maledizione, diventa una benedizione per la vita dei suoi genitori. E Mounier può scrivere alla moglie: «Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto carne malata, un po' di vita dolorante, e non invece una piccola ostia che ci supera tutti, un'immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia?». Da allora la piccola Françoise avrebbe avuto il posto d'onore alla tavola dei Mounier. E la stessa tavola frequentata da tanti intellettuali, uomini di cultura, scrittori, sarebbe divenuta il luogo in cui l'apparente maestà del sapere umano si inchina di fronte alla vera maestà della vita, quella che l'uomo non possiede, che non può misurare, ma solo accogliere e abbracciare.
          Il nostro tempo ci ha abituati a fuggire - e spesso a disprezzare - l'imperfezione, la menomazione, la malformazione. Perciò l'apparente contraddizione di cui parlavamo poc'anzi e a cui stiamo assistendo in questi giorni (quella tra il massimo della potenza e il massimo dell'impotenza umane) si dissolve di fronte alla constatazione che tanto la manipolazione dell'embrione quanto la sospensione dell'alimentazione per Eluana portano con sé un tragico rifiuto del mistero, di ciò che per Mounier era diventato il luogo del miracolo. Non il miracolo della guarigione, ma il miracolo dell'accoglienza della vita e, soprattutto, del suo significato. Quello che sfugge ai calcoli, agli esperimenti e alla volontà di onnipotenza, ma che è ben vivo in chi apre il suo cuore a quella dimensione che sta oltre ciò che si può produrre in laboratorio, oltre ciò che si può sopprimere staccando una macchina o interrompendo la nutrizione. La vita oltre la vita. E oltre la morte.
            Gianteo Bordero

            martedì 11 novembre 2008

            OPPOSIZIONE EXTRAPARLAMENTARE

            da Ragionpolitica.it dell'11 novembre 2008

            Le ultime mosse del Partito Democratico (la definizione di Berlusconi come «autoritario», la manifestazione anti-governativa del Circo Massimo, l'accusa al premier di fomentare il razzismo) non fanno che confermare la strategia di opposizione scelta da ex Ds ed ex Dl: una strategia che non percorre le vie del parlamento, del confronto istituzionale, della responsabilità nazionale in un momento difficile come l'attuale, ma che si gioca tutta nelle piazze, nei luoghi «caldi» della protesta, sui mezzi di comunicazione «amici». E' una opposizione che a buon titolo può essere definita come «extraparlamentare», perché pensa che la maggioranza e il governo non siano avversari politici da sconfiggere nelle sedi istituzionali, ma nemici da abbattere attraverso la rivolta sociale, l'allarmismo mediatico, la chiamata alla resistenza contro il nuovo tiranno.

            Ancora una volta, dunque, la sinistra postcomunista sceglie la forma politica della guerra civile come metodo di contrapposizione a Berlusconi e al centrodestra. Succede ormai da quattordici anni a questa parte con una impressionante regolarità svizzera. E' accaduto nel 1994 al momento della «discesa in campo» del Cavaliere. E' accaduto nel quinquennio 2001-2006, durante il suo secondo governo. E riaccade oggi, nonostante il tentativo di maquillage con cui Walter Veltroni ha cercato, nella sua ascesa alla segreteria del Partito Democratico, di presentarsi all'elettorato come il «nuovo», come colui che avrebbe chiuso la fase dell'antiberlusconismo ideologico, come il grande pacificatore tra due schieramenti l'un contro l'altro armati. Diceva ad esempio l'ex sindaco di Roma durante il suo discorso al Lingotto di Torino: «Voltiamo pagina. Facciamo in modo, per la prima volta da quindici anni, che non si formino più schieramenti "contro" qualcuno, ma schieramenti "per" affrontare le grandi sfide dell'Italia moderna... Si può far vivere una politica in cui si ammetta serenamente la possibilità che l'altra parte possa anche aver ragione. Una politica in cui ci si scontri duramente su programmi e valori, ma capace di convivenza e rispetto istituzionale».

            Ad affermare ciò era lo stesso Walter Veltroni che oggi dichiara che il suo ex «avversario» svuota la democrazia dal di dentro; lo stesso Veltroni che dice: «Scatenatevi contro Berlusconi quartiere per quartiere»; lo stesso Veltroni che fa affiggere manifesti per mettere alla gogna il capogruppo del Pdl al Senato Maurizio Gasparri, reo di lesa maestà nei confronti del nuovo idolo democratico Barack Obama. Questa repentina svolta nell'atteggiamento del segretario del Pd, per quanto sbalorditiva, non deve sorprende chiunque conosca la storia del comunismo italiano, caratterizzato da quell'atteggiamento di «doppiezza» che è sopravvissuto, negli ultimi 50 anni, a cambi di leadership, crollo dei muri, modifiche del nome. Doppiezza la cui versione aggiornata è il «ma anche» veltroniano, in cui tutto si può dire - una cosa e il suo contrario, la verità e la menzogna - purché ciò torni utile, in un determinato momento, alla presa del potere.

            Ed è proprio per mantenere il potere che ancora possiede a livello locale che il Partito Democratico, in vista della prossime elezioni amministrative, ha scelto oggi la vecchia strada della guerra civile latente e dell'opposizione extraparlamentare al governo Berlusconi, facendo appello agli istinti animali dell'elettorato di sinistra, quello di cui si è fatto qualche giorno fa portavoce lo scrittore Andrea Camilleri, il quale, parlando agli studenti del liceo Mamiani di Roma, ha dichiarato: «La Gelmini di sicuro non è un essere umano». Presentare i ministri berlusconiani come sub-umani è l'unico modo per risvegliare quello spirito resistenziale che è l'ultimo appiglio dei post-comunisti, in assenza di un progetto politico e partitico degno di tal nome, per conquistare qualche consenso in più e non scomparire dalla scena politica nazionale. Ma è anche una pericolosa chiamata alle armi, una caccia alle streghe che, provenendo dalla stessa parte politica al cui interno è cresciuta la mala pianta del brigatismo e della «lotta continua», non lascia presagire nulla di buono. Evidentemente, per la sinistra italiana non vale la lezione ciceroniana dell'«historia magistra vitae».

            Gianteo Bordero

            domenica 9 novembre 2008

            giovedì 6 novembre 2008

            RITORNA L'UNIONE

            da Ragionpolitica.it del 6 novembre 2008

            Proprio nei giorni in cui si celebra la ricorrenza dei defunti e si fa visita ai cimiteri risorge dall'oblio e dalle sue stesse ceneri una creatura politica con la quale credevamo di non dover più fare i conti: l'Unione. Ricordate? Accusata da più parti, in primis dal segretario del Partito Democratico Walter Veltroni, di essere l'origine e la causa di tutti i mali della sinistra italiana, dipinta come un mostro a cento teste obbedienti alla sola regola aurea del «tot capita, tot sententiae», archiviata come uno dei peggiori esperimenti politici della storia repubblicana, oggi l'Unione torna a calcare le scene e a far parlare di sé. Succede in Abruzzo, dove per le elezioni regionali di fine mese si è creata, attorno al candidato dell'Italia dei Valori, Carlo Costantini, una coalizione che comprende anche il Partito Democratico, Rifondazione Comunista, i Verdi, la Sinistra Democratica, i Comunisti Italiani, il Partito Socialista. Tutti insieme appassionatamente come ai vecchi tempi. Non importa se l'Unione, nei due anni al governo, era colata a picco nei consensi; non importa se la scelta di Veltroni di correre insieme soltanto a Di Pietro era stata salutata dagli altri partiti con un memorabile lancio degli stracci in direzione dell'ex sindaco di Roma; non importa se, a causa di tale scelta, la Sinistra Arcobaleno e i Socialisti erano finiti, per la prima volta, fuori dalle aule parlamentari. «Quel ch'è stato è stato, scurdammoce o passato». La parola d'ordine oggi è ricucire, riavvicinarsi, tornare a parlarsi.

            Non è detto che quello che succede in Abruzzo sia destinato per ciò stesso a riprodursi nelle identiche modalità anche a livello nazionale in vista delle elezioni amministrative della prossima primavera, ma vi sono alcuni fatti che debbono far riflettere. Il Riformista di ieri dava notizia dell'imminente scissione in Rifondazione Comunista, dove a fare le valigie saranno Nichi Vendola e la sua corrente, sconfitti al congresso di fine luglio da Paolo Ferrero. Vendola vuol dire Bertinotti, vuol dire l'ala dialogante del Prc, vuol dire il progetto di costituente della sinistra assieme alla Sinistra Democratica di Claudio Fava, di cui già ci è capitato di parlare qualche mese fa
            da queste pagine. Secondo il quotidiano diretto da Polito, Vendola e Fava daranno vita, il prossimo 13 dicembre, a «La Sinistra», il nuovo soggetto che probabilmente avrà come protagonisti, oltre ai vendoliani e a Sd, anche la sparuta minoranza interna ai Comunisti Italiani, capitanata dall'ex ministro Katia Bellillo, e i Verdi. Tra le priorità strategiche de «La Sinistra» la ripresa di un più stretto rapporto con il Partito Democratico, senza escludere il ritorno all'alleanza elettorale. Un progetto, questo, ben visto soprattutto da Massimo D'Alema, che ai tempi della fase pre-congressuale di Rifondazione non fece mancare l'appoggio suo e dei suoi uomini di fiducia al governatore della Puglia. Baffino, da sempre critico della «vocazione maggioritaria» in salsa veltroniana, da tempo lavora per la ricostituzione di una coalizione ampia, che non «impicchi» il Pd a Di Pietro e alla sua politica.

            Un altro dato su cui riflettere è la riabilitazione in grande stile che Veltroni sta facendo di Romano Prodi, culminata nei pubblici elogi riservati all'ex presidente del Consiglio nel discorso del Circo Massimo. Ora, stante il ritiro dalle italiche scene del Professore, è chiaro che il segretario del Pd, tessendo le lodi del fondatore dell'Unione, punta in ultima analisi a riabilitare soprattutto la formula politica che consentì alla sinistra di conquistare Palazzo Chigi nel 2006. Se Veltroni creda fino in fondo in questa prospettiva oppure se la sposi suo malgrado sotto la pressione degli eventi (l'avvicinarsi di importanti scadenze elettorali) e degli altri maggiorenti del Partito Democratico (D'Alema in primis) non è dato saperlo. Resta il fatto della sostanziale riapertura dei giochi all'interno della sinistra. Per ora, ancora una volta, nel nome del passato e del solito antiberlusconismo - tant'è vero che, tra i protagonisti dell'Unione che è stata e di quella che nuovamente sarà, solo uno è rimasto al suo posto e ora mena le danze, in Abruzzo e non solo: Antonio Di Pietro, il capo assoluto degli anti-Cavaliere. La politica e le idee, forse, verranno dopo. Primum vivere.

            Gianteo Bordero

            mercoledì 5 novembre 2008

            LE BUGIE DEL PARTITO DEMOCRATICO SULLA SCUOLA

            Sintesi dell'intervento tenuto durante il Consiglio Comunale di Sestri Levante del 4 novembre 2008

            La mozione presentata dal Partito Democratico di Sestri Levante sulla scuola mi ha fatto tornare in mente l’espressione «lingua di legno», con la quale, in Francia, veniva indicata l’usanza dei comunisti di ripetere una menzogna tante volte da convincere i non comunisti che il linguaggio fosse diventato realtà. Anche oggi ascoltiamo, da parte dei rappresentanti del Pd, in merito alla legge sulla scuola varata dal governo, un mare di menzogne che vengono ripetute mille e mille altre volte ancora, credendo con ciò che esse divengano verità. Vediamone alcune.

            Il Partito Democratico dice che la scuola subirà un taglio di 8 miliardi di euro. Falso, perché il taglio per il prossimo anno sarà inferiore a 0,5 miliardi (cioè l’1% del budget) e i tagli netti previsti per il triennio 2009-2011 saranno pari a 3,6 miliardi spalmati su tre anni. Il Partito Democratico dice che con l’introduzione del maestro prevalente la scuola elementare perderà in qualità. Falso, perché l’Italia si trovava al 3° posto nelle classifiche mondiali di valutazione delle elementari finché ha avuto un solo maestro e oggi è scesa molto più in basso, con preoccupanti picchi negativi per quanto riguarda la conoscenza di materie quali la matematica e le scienze. E’ ora di risalire la china.

            Il Partito Democratico dice che dalle scuole elementari scomparirà il tempo pieno. Falso, perché l’introduzione del maestro prevalente, con conseguente soppressione delle ore di compresenza, libererà un numero di ore più che sufficiente ad aumentare le ore di tempo pieno. Il Partito Democratico dice che saranno licenziati 87.000 insegnanti. Falso, perché la riduzione avverrà limitando le nuove assunzioni, la cifra di 87.000 si raggiungerà nel 2012 e include nel calcolo le riduzioni già pianificate dal governo Prodi. Il Partito Democratico dice che vi saranno 30 alunni per classe. Falso, perché gli alunni saranno in media 18 per classe e potranno, al massimo, arrivare a 26. Il Partito Democratico dice che verrà ridotto il numero degli insegnanti di sostegno per i disabili. Falso, perché il numero degli insegnanti di sostegno rimarrà tale e quale quello attuale.

            Deve far riflettere l’accanimento del Pd nel mettere in circolo assolute falsità, che non trovano riscontro alcuno nella realtà e nei testi legislativi. Il motivo di tale accanimento è che la sinistra, che negli ultimi decenni ha trasformato la scuola in uno dei tanti ammortizzatori sociali attraverso i quali «creare» nuovi posti di lavoro e nuove clientele, teme di perdere una delle sue roccaforti di potere e di consenso. Così, in maniera irresponsabile, da un lato usa i bambini come «carne da cannone» per una protesta che serve soltanto a garantire i privilegi dei grandi e non il diritto dei piccoli a un’istruzione di qualità, dall’altro alimenta la paura delle famiglie facendo credere che gli istituti verranno chiusi, che scomparirà il tempo pieno, che non verranno più insegnate importanti materie. Se il Partito Democratico avesse veramente a cuore un’istruzione di qualità non griderebbe allo scandalo per semplici misure di buon senso. Ma poiché ad esso interessa solamente il tornaconto di partito, è chiaro che tutto fa brodo per la propaganda e per la protesta.

            Gianteo Bordero
            Vice-presidente del Consiglio Comunale di Sestri Levante
            Consigliere Comunale del gruppo “Pdl-Lega-Udc-Per Ianni sindaco”

            PERCHE' OCCORRE RIVEDERE IL PIANO URBANISTICO COMUNALE

            Intervento tenuto durante il Consiglio Comunale di Sestri Levante del 4 novembre 2008

            La revisione del Piano Urbanistico Comunale rappresenta un’occasione importante per tentare di porre qualche rimedio alle sciagurate scelte dell’Amministrazione Chella, che nel breve giro di pochi anni ha letteralmente rivoltato come un calzino la città, modificandone la struttura urbanistica e, con essa, la composizione sociale.

            E’ stata messa in secondo piano e abbandonata come scelta strategica preferenziale l’industria, un tempo fiore all’occhiello del nostro Comune e in questi ultimi anni fortemente ridimensionata, quando non svenduta, a causa non soltanto del mutato quadro economico globale, ma anche dell’improvvisa conversione della classe dirigente postcomunista dall’operaismo a un non meglio specificato “modello misto” turismo-industria, del quale molto si parla ma poco – o nulla – si può toccare con mano. Fino a pochi anni fa il cuore di Sestri Levante era la fabbrica. Oggi è la seconda casa. La città – abbiamo detto nel corso dell’ultima campagna elettorale – si è trasformata in un’unica, grande seconda casa.

            Una situazione aggravata dal fatto che, in questi ultimi anni, quanto più cresceva il cemento per costruire le nuove abitazioni, tanto più diminuivano gli abitanti. Si è innescato un circolo vizioso per cui più si puntava sulla cementificazione, più i prezzi delle abitazioni salivano, meno i sestrini potevano accedere all’acquisto della prima casa. Abbiamo chiamato questo circolo vizioso, questo fenomeno al quale abbiamo assistito negli ultimi due lustri, con il nome di “desestrizzazione”. Perché di ciò si tratta: i giovani trovano in città sempre meno opportunità di lavoro e meno possibilità di acquistare a prezzi per loro accessibili la prima casa. Così vanno altrove: Sestri Levante non è più, per loro, una città amica. Sono di fatto costretti a emigrare in altri Comuni per poter metter su, come si diceva un tempo, casa e famiglia.

            La sconfitta politica della sinistra postcomunista a Sestri è tutta in questo trend infernale, in cui la città si spopola di persone mentre si popola di seconde case – e non basta, sindaco Lavarello, affermare che le ultime rilevazioni statistiche mostrano una lieve inversione di tendenza. I numeri parlano chiaro: negli ultimi dieci anni il calo della popolazione nel nostro Comune si misura, purtroppo, in migliaia. E negli ultimi dieci anni la città non è certo stata amministrata dal centrodestra!

            I difetti - per usare un eufemismo – dell’attuale Piano Urbanistico Comunale, quei difetti che noi già da tempo denunciavamo, ultimamente sono stati riconosciuti anche da qualche esponente della maggioranza e dal sindaco, il quale, nel corso dell’ultima campagna elettorale, ha ammesso, durante diversi incontri pubblici, che vi sono delle “criticità”. Meglio tardi che mai, sindaco Lavarello! Oggi, con la revisione del Puc, lei ha la possibilità di dimostrare a questo Consiglio e, ciò che più conta, alla città, che gli annunci fatti in campagna elettorale non erano dovuti soltanto ad un calcolo politico di breve respiro, ma erano davvero sue profonde convinzioni, nate dall’aver compreso che ciò che l’opposizione ha per tanti anni sostenuto riguardo al Puc non era una mistificazione della realtà, ma era la descrizione della realtà.

            La revisione del Piano Urbanistico Comunale può dunque essere l’occasione nella quale lei, signor Sindaco, può rendere finalmente concreta nei fatti, e non soltanto a parole, la discontinuità dal suo predecessore, dottor Mario Chella, di cui lei ha più volte parlato nel corso della campagna elettorale.

            Gianteo Bordero
            Vice-presidente del Consiglio Comunale di Sestri Levante
            Consigliere Comunale del gruppo “Pdl-Lega-Udc-Per Ianni sindaco”

            RICHIESTA DI DIMISSIONI DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO COMUNALE DI SESTRI LEVANTE

            Intervento tenuto durante il Consiglio Comunale di Sestri Levante del 4 novembre 2008
              Chiedo la parola come vice-Presidente del Consiglio Comunale perché mi corre l’obbligo di dichiarare pubblicamente, apertis verbis, il mancato rispetto delle regole per il funzionamento del Consiglio Comunale da parte di quella figura che dovrebbe per prima dare esempio cristallino di correttezza istituzionale. Mi riferisco a Lei, signora presidente del Consiglio, che questa sera, durante la riunione dell’Ufficio di Presidenza, ha usato come criterio di decisione sull’urgenza delle mozioni non il Regolamento, bensì la sua personale appartenenza politica e partitica.

              Eppure Lei stessa, durante il suo intervento tenuto in Consiglio subito dopo l’elezione a Presidente, ricordava opportunamente che (cito testualmente): “Il Presidente rappresenta l’intero Consiglio Comunale; garantisce le prerogative del Consiglio Comunale e i diritti di ciascun Consigliere, è garante del regolamento”. E proseguiva: “Dedicherò energia per adempiere a questo delicato ruolo istituzionale, quello di garante di tutti i Consiglieri Comunali, di minoranza e di maggioranza: lo farò nell’esercizio delle mie funzioni, con equilibrio e umana imparzialità”.

              Dispiace constatare che alle parole non sono seguiti i fatti. Il perché è presto detto. Basta andare a leggere l’articolo 19 del Regolamento per lo svolgimento del Consiglio Comunale, il quale afferma che le mozioni urgenti “si differenziano da quelle ordinarie per il loro oggetto, caratterizzato da problemi o fatti di notevole urgenza e gravità o comunque fatti su cui la discussione non possa essere differita ad altra seduta”.

              Ora, Presidente, Lei solo sa – e dovrebbe per ciò darne spiegazione al Consiglio – dove risieda l’urgenza della mozione presentata dal Partito Democratico, la quale, oltre a contenere dati del tutto erronei e non supportati da alcun documento ufficiale che ne provi l’attendibilità, fa riferimento a decreti legge del Governo che sono già stati convertiti in legge dal Parlamento. Avrei compreso se tale mozione fosse stata presentata come urgente nel momento in cui i decreti governativi non erano ancora divenuti legge dello Stato: allora sì che avrebbe avuto - di là dalle valutazioni di merito – quei requisiti oggettivi di urgenza che oggi, invece, essa non possiede in alcun modo.

              Capisco, Presidente, che in certi casi è difficile dire di “no” al partito al quale si appartiene e che ha eletto Lei alla carica che oggi riveste. E’ difficile dire “no” soprattutto quando è in corso una campagna politica nazionale del suddetto partito sul tema oggetto della mozione. Eppure, Presidente, Lei sa che esercitare il ruolo che Lei oggi esercita comporta degli oneri, tra i quali, come Lei stessa ha ricordato nel già citato primo suo discorso al Consiglio, l’imparzialità. “Un termine – disse allora - che comprende nel suo significato anche rigore e rispetto delle regole”. Un rigore e un rispetto delle regole che questa sera, come detto, non vi sono stati.

              Tanto più che – giova ricordarlo – questa seduta di Consiglio Comunale è stata convocata il 29 ottobre scorso in primo luogo per iniziativa, come si può leggere nel documento di convocazione, di “almeno 4 consiglieri” e, in secondo luogo, per iniziativa del sindaco. Ora, l’articolo 1 del Regolamento per lo svolgimento del Consiglio Comunale prevede che, nel caso di convocazione per iniziativa di almeno 4 Consiglieri, “il Presidente è obbligato a riunire il Consiglio in un termine non superiore a 15 giorni decorrenti dalla data di ricezione della richiesta risultante al Protocollo generale, inserendo all’Ordine del Giorno le questioni richieste, secondo l’ordine di priorità indicato dai richiedenti”.

              Concedendo l’urgenza a una mozione presentata dal maggior gruppo di maggioranza, invece, si stravolge l’Ordine del Giorno formatosi a seguito della richiesta di convocazione avanzata da due gruppi della minoranza, con il rischio di vedere vanificato quanto previsto dal citato articolo 1 del Regolamento. Ciò avrebbe dovuto rappresentare un motivo in più, oltre a quelli già citati, per valutare con più rigore la domanda di urgenza per la mozione presentata dal Partito Democratico. Perché Lei, Presidente, è il garante del Regolamento, e in tale prospettiva dovrebbe mettere in secondo piano la sua personale appartenenza ad uno degli schieramenti presenti in Consiglio ed adottare quel profilo super partes che ci si aspetterebbe da una figura come quella che Lei impersona.

              Le soluzioni alternative all’urgenza c’erano: avrebbe potuto suggerire al Partito Democratico di chiedere una apposita convocazione, che, come ricordato, deve avvenire entro 15 giorni dalla presentazione della domanda al Protocollo Generale. Invece niente. Lei ha concesso l’urgenza a una mozione che di urgente non ha nulla, se non la volontà del gruppo del Partito Democratico di cavalcare la protesta sul tema della scuola.

              Se Lei, come Presidente, non riesce a dare valutazioni che mettano tra parentesi l’appartenenza partitica e a garantire tutti i gruppi presenti in Consiglio Comunale; se non riesce a dire “no” ad un sopruso che viene compiuto nei confronti della minoranza, la quale vede una sua richiesta scavalcata dai capricci politici della maggioranza; se non riesce a mettere in pratica quello che Lei stessa affermò in questa sede al momento della sua elezione; se la passione partitica riduce a brandelli la veste istituzionale, allora sarebbe meglio che Lei tornasse a sedere anche formalmente – oltre che sostanzialmente – tra i banchi della maggioranza, rimettendo nelle mani del Consiglio il suo mandato.
                Gianteo Bordero
                  Vice-presidente del Consiglio comunale di Sestri Levante
                  Consigliere comunale del gruppo "Pdl-Lega-Udc-Per Ianni sindaco"